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Ay, Carmela!

LA BOHEME, opera in quattro quadri, libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, musica di Giacomo Puccini

Personaggi e interpreti:
Mimi / Carmela Remigio; Rodolfo / Massimiliano Pispaia; Musetta / Maya Dashuk; Marcello / Domenico Balzani; Schaunard / Fabio Previati; Colline / Carlo di Cristoforo; Benoit / Alessandro Busi; Alcindoro / Graziano Polidori; Parpignol / Ernesto Escobar Nieto; sergente dei doganieri / Mauro Barra; un doganiere / Alessandro Inzillo

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Coro di Voci Bianche del Teatro Regio e del Conservatorio
Evelino Pido, maestro concertatore e direttore d'orchestra Giuseppe Verdi
Claudio Marino Moretti, maestro del coro e del coro di Voci Bianche
Regia di Giuseppe Patroni Griffi ripresa da Vittorio Borrelli
Scene e costumi di Aldo Terlizzi
Luci di Andrea Anfossi

Allestimento del Teatro Regio di Torino
Torino, Teatro Regio, domenica 12 febbraio 2006

E' tornata Boheme al Regio, per le Olimpiadi della Cultura (e come fioccava bene, lenta e soffice, la neve, al terzo quadro!). E' tornata con l'allestimento del centenario, 1996, trasmesso anche in tv (altri tempi...), centenario doppio, perché proprio a Torino, nel 1896, era andata in scena per la prima volta. In quel 1996, come nel 2006, l'allestimento era firmato da Giuseppe Patroni Griffi per la regia (ripresa oggi da Vittorio Borrelli) e da Aldo Terlizzi per scene e costumi. Una Boheme normale, e Dio solo sa quanto oggi possa significare normale oggi in regia. Al più, l'azione è posticipata dal 1830 al 1896, ma si capisce appena (ci sono ancora le candele, forse i costumi hanno una foggia più moderna). C'è la soffitta (delimitata da due curiosi drappeggi colorati), una pedana, una tavola, un letto, il Mar Rosso, una vecchia stufa, la manciata di scudi... quasi tutto quel che indicano le didascalie (meno il pacco di libri legati col fazzoletto o Il Costituzionale adoperato come tovaglia; c'è un tentativo di usare la quinta sinistra come l'esterno della soffitta (da lì gli amici sollecitano Rodolfo), e l'odea è buona, ma mal sfruttata. Il secon do quadro ha belle vetrate che racchiudono Momus quadri come un bar di Hopper, ma Parpignol non ha carretto, e gli unici giocattoli, la tromba e il cavallino, glieli compera un bimbetto, mentre saltella lui, saltellano i bimbi. Occorre dimenticare la recente ripresa scaligera della Boheme zeffirelliana; lì, quel secondo atto è memorabile. Terzo quadro, un albero, uno solo, con una panchina circolare che lo racchiude, a destra una cancellata e l'osteria, ma non par che il passaggio del Mar Rosso sia divenuta l'insegna del cabaret; burro e cacio/polli ed ova, ci si incontra, ci si divide. Cade la neve. Quarto quadro; stavolta un letto in più, l'aringa salata che cade per terra fa un po' troppo rumore, il manicotto è blu elettrico, ed il passaggio del Mar Rosso è ancora lì, nonostante il tempo trascorso...

Per fortuna, c'è la musica. Evelino Pidò respira coi cantanti, com'ebbe a dirgli Menotti. Credo che l'esempio migliore della recita cui ho assistito sia stato il Quando men vo; Pidò ha rallentato i tempi, l'ha quasi sospeso, allargando e sostenendo il canto morbido della Dashuk (classe 1976, di San Pietroburgo, già Musetta a Roma, ma anche interessante Tatiana e Violetta); e sin dall'esordio la sua orchestra (in splendida forma l'orchestra torinese) aveva quasi un gusto straussiano, trasparente, cameristico. Effetti di rubato davano impalpabile forma al canto di un cast di grandissimo rilievo, come ci sta abituando il Regio anche nelle seconde compagnie.

Sarebbe piaciuta a Claude Goretta, la Mimi di Carmela Remigio. Una recitazione perfetta rende questo personaggio, reso spesso mieloso e insopportabile, nuovo; manca, è vero, quell'atto del Viscontino, che Puccini non volle e che altra luce avrebbe gettata sulla volubile e opportunista Mimi. Così è meno puttana, e la mora Mimi sembra quasi, più che di tisi, esser destinata all'anoressia. Parente di quella magnifica dentelliere immortalata dalla Huppert, la Mimi della Remigio è inconsapevole oggetto di consumo più che d'amore, è attraversata da quella furbizia del primo atto che solo gli esseri umili ed indifesi riescono a trovare. Sfuma il suo canto brunito in ricchissime dinamiche nel dialogo del primo quadro, commuove nel terzo, è impagabile nel quarto. Ritrovo qui la Remigio migliore (dimenticare Tosca e Palermo...), attentissima ad ogni nota (ma perché il duetto di chiusura del primo quadro, Pidò, non pretenderlo in pianissimo ?), ben affiancata da Massimiliano Pisapia, Rodolfo di chiara dizione, elegante nel fraseggio, meno nei movimenti scenici. Il resto del cast era dei massimi livelli, con una Musetta, la citata Dashuk, priva di ogni asperità da soubrette, e dal solido gioco di squadra di Previati, di Cristoforo, Balzani (appena appena pesante nel canto). Eccellente come sempre il coro, vero protagonista del secondo quadro.

Nota in margine. La direzione del teatro si è trovata, al secondo intervallo, a ricordare al pubblico il divieto di scattare foto. Ciò nonostante, tutt'un fiorire di flash, di schermi di telefonini e camere digitali a tutto spiano... Qualche posto vuoto, soprattutto nelle prime file, lasciava sospettare che si trattassero di ospiti delle Olimpiadi che hanno disatteso l'appuntamento. Peggio per loro. Era una gran bella Boheme.

Sergio Albertini