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Evgenij Onegin
Scene liriche in tre atti, sette quadri
Libretto di P.I.Cajkovskij e K.Silovskij tratto dall'omonimo poema di A.Puskin
Musica di P.I.Cajkovskij

Personaggi e interpreti
Larina – Alexandrina Milcheva
Tatiana – Olga Guriakova
Olga – Nino Surguladze
Njanja Filipevna – Irina Bogatcheva
Evgenij Onegin – Albert Schagidullin
Lenskij – Giuseppe Sabbatini
Gremin – Leonid Zimnenko
Un Capitano – Olexander Blagodarnyy
Saretzkij – Alexander Teliga
Triquet – Vjaceslav Voynarosky
Un contadino – Woo Suk Byun
Gillot – Marco Ghirlandini

Passo a due: Maria F.Garritano, Claudio Cangialosi

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano, direttore Vladimir Jurowski
Maestro del coro Bruno Casoni

Allestimento del Glyndebourne Festival Opera
Regia di Graham Vick
Scene e costumi di Richard Hudson
Luci di Matthew Richardson
Coreografie di Ron Howell

Milano, Teatro alla Scala, martedì 17 gennaio 2006, terza rappresentazione

Com'è lontano, l'Onegin cantato, dallo spirito del romanzo di Puskin! Cajkovskij ne dà una versione stereotipata, sviluppa i clichés della letteratura preromantica, e laddove, in Puskin, Onegin è una sorta di Don Giovanni blasé, ma che la lettera di Tatiana tocca profondamente, nel libretto che lo stesso compositore elaborò assieme a Silovskij, Onegin consiglia freddamente alla fanciulla di imparare a dominarsi; e il suo monologo è privato del substrato drammatico che traspare invece nei versi del romanzo.

L'edizione, proveniente dal Festival di Glyndebourne, è approdata alla Scala senza mostrare gli oltre dieci anni che ha sulle spalle, offrendo al pubblico milanese uno dei migliori allestimenti del capolavoro musicale (ché tale è, nonostante le diversità dal romanzo originale) di Cajkovskij. Ed è, tra le tante regie di Graham Vick, una delle più felici. Il dramma nasce e si nutre in un ambiente di festa popolare dapprima, di festa di corte dopo; è sempre un rischio, ma Vick, con lo splendido contributo delle scene e dei costumi di Richard Hudson e l'efficace uso delle luci di Matthew Richardson, evita ogni scivolone. Tutta l'opera si svolge entro ad un geometrico contenitore, una camera chiara che ha il colore della betulla; pochi segni, essenziali, forti (due sedie, un letto, siepi di spighe a definire lo sfondo campestre, morbidissimi tendaggi scorrevoli raccontano l'avvicendarsi degli accadimenti, racchiudendo (o meglio; abbandonando) i protagonisti alla solitudine delle loro passioni e del loro destino. Un minimalismo che trova la massima efficacia nei duetti tra Tatiana e Onegin; due sole sedie in scena (in ferro battuto nel primo atto, in legno intagliato nell'ultimo), coi protagonisti a darsi le spalle, quasi a sottolineare un dialogo tra sordi. La scena del duello si percepisce dall'interno di un fienile; un solo colpo di pistola oltre le mura, senza assistere alla morte di Lenskij. Belle le coreografie del primo atto, con echi di popolare ma senza realismo oleografico, e originale quella dell'inizio del terzo atto, in cui le contadine, costituendo una catena umana attraverso le loro braccia intrecciate, attraversano a piccolissimi passi ritmati il bordo del palcoscenico.

La direzione di Jurowski lascia perplessi; ampio il respiro del suo fraseggio, spesso lascia che gli ottoni e le percussioni prevalgano oltre misura sul complessivo tessuto sonoro; c'è come, in certi punti, un eccesso di enfasi, che poco si sposa con la regia di Vick, organizzata per sottrazioni. Son belle, davvero, le mazurche, le polacche delle feste, ricche di nuancées. Poco però il direttore sottolinea il tocco sognante, come nell'arioso di Lenskij, o i momenti di nobiltà, come nell'aria di Gremin. C'è passione, nella direzione di Jurowski, e forse è passione giovanile, ancor carica di energia, e povera di malinconia. Bastava ascoltare Giuseppe Sabbatini, per capire come poteva essere questo Onegin. Sabbatini (ma perchè una claque che grida a gran voce "Bravo Pino!" ? non ne ha alcun bisogno...) è stato da qualche critico attaccato oltre misura. E' invece quel che più coglie, a mio avviso, il senso della musica di Cajkovskij: nell'aria del secondo atto cogli, nella sua magnifica interpretazione, l'esatto mélange tra la nostalgia del passato e l'accettazione del destino, qualunque esso sia. Mezze voci liquide e sostenute da splendidi fiati lo confermano tenore tra i massimi della scena attuale, ma, ahimé, non supportato dallo star system... Meno mi è piaciuto Sabbatini nella provocazione e nella sfida con Onegin; qui gli chiederei di esprimere rabbia e sdegno, sì, ma con l'eleganza che compete a Lenskij.

Tatiana era Olga Guaryakova. Al suo attivo diversi premi, tanto Cajkovskij (La dama di picche a Monaco, Mazepa al Met e alla Scala, Onegin ad Aix-en-Provence). Sotto la regia di Vick, la sua Tatiana è una fanciulla dimessa (e – unico neo di una produzione straordinaria – abbigliata in modo ridicolo nell'ultimo atto, con turbante, piuma, e gonna al polpaccio che la attozza molto), che canta la splendida aria della lettera ora sdraiata per terra, ora rannicchiata sul suo lettino, ora inginocchiata per scrivere con agitazione. E pure, con un canto tecnicamente corretto, con una discreta gamma dinamica, con un timbro centrale corposo e omogeneità nei registri, questa Tatiana non commuove. Gli slanci lirici, le esitazioni, l'inquietudine, l'esaltazione amorosa, persino certa naïvité sono pensate qui, vocalmente e scenicamente, verso una Tatiana invasata, preda quasi di una sindrome isterica come descritta da Charcot si certi casi traumatici. Forse è per questo che Tatiana si versa sul capo una brocca colma d'acqua fredda...

Indisposto, Ludovic Tézier è stato sostituito da Albert Shagidullin, baritono che ha studiato con Nesterenko e vincitore di numerosi premi, tra cui il Pavarotti di Philadelphia nel 1992. L'avevo già ascoltato a Palermo (c'era la Tatiana della Freni), e poco mi aveva convinto; l'ho ascoltato nella Dama di picche napoletana, ne Cerevicki cagliaritano, e mi aveva colpito meglio il colore della voce, brunito, rotondo. Qui riesce ad essere scenicamente un Onegin senza statura, un dandy dalla giovinezza dorata verso cui non si riesce a provare alcuna compassione; le braccia sempre penzoloni, il visto privo di ogni espressione, cinico fino all'aridità, porta queste sfumature anche nella sua interpretazione vocale, laddove però si vorrebbe, come alla fine dell'opera, un riscatto, la scoperta della trepidazione amorosa.

Magnifiche tutte le altre parti; Alexandrina Milcheva (Larina), Nino Surguladze (un'Olga saltellante – fin troppo! – e vocalmente impeccabile), Irina Bogatcheva (un'affettuosa Njanja Filipevna), Leonid Zimnenko (un'elegantissimo Gremin, che regala una timbratissima L§bvi vse vozartsy pokorny all'inizio del terzo atto), Vjaceslav Voynarosky (amabile Olexander Blagodarnyy, Alexander Teliga, Woo Suk Byun (che intona con bella voce Bolàt moi skory nozenski nel coro di apertura) Coro superbo, sotto la guida di Bruno Casoni, e bravissimo anche in scena.

Sergio Albertini