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Recital di canto 2005-2006 alla Scala
Violeta Urmana, soprano
Jan Philip Schulze, pianoforte
Teatro alla Scala, lunedì 9 gennaio 2005

Richard Wagner
Wesendonck Lieder nn.1-5

Sergej Rachmaninov
Kak mne bol'no op. 21 nr.3
Vocalise op.34 nr.14
Dissonans op.34 nr.13
Zdes' khorosho op.21 nr.7
Vesennie vody op.14 nr.11

Richard Strauss
Die Georgine op.10 nr.4
Frühlingsgedränge op.26 nr.1
Wassenrose op.22 nr.4
Wir beide wollen springen WoO 90
Befreit op.39 nr.4
Zueignung op.10 nr.1
Schlechtes Wetter op.69 nr.5
Mit deinen blauen Augen op.56 nr.4
Frühlingsfeier op.56 nr.5

Quando Violeta Urmana entra in scena, l'accoglie un applauso prolungato e sentito. Il Teatro alla Scala è affollato, un lunedì, un concerto di canto, c'è da esserne felici. Durante le stagioni agli Arcimboldi, questo appuntamento – così caro a chi davvero ama la musica che si fa parola – è stato sospeso, e la Scala è tra i pochi teatri che offre, in parallelo alla stagione d'opere e balletti, un sontuoso parterre di artisti. Speriamo di poter tornar qui a farne cronaca, a serbarne memoria. E speriamo che Madame Gheorghiu, il 3 aprile, confermi la sua presenza.

Il programma scelto da Violeta Urmana ruota attorno a tre nomi: Wagner, Rachmaninov, Strauss. Il soprano lituano ha confidenza col primo. Una confidenza che l'ha vista vestire i panni di Kundry (Parsifal) e di Sieglinde (Die Walkure), di Isolde e, in disco, di brani dal Götterdämmerung. La voce, qui, obbedisce ad un respiro diverso. Sembra che la Urmana abbia fatto suo il concetto di schweben, e il canto si fa morbido, fluttuante per l'appunto. I cinque Wesendock-Lieder sono intrisi, nella sua interpretazione, di una malinconia greve; l'idiota di turno, dall'alto di un palco, urlerà alla fine "basta con questa tristezza!", perchè, lo si ammetta, la tristezza è scomoda, invita a tener desta memoria antica, e questa stagione post-moderna che viviamo, o che crediamo di vivere quand'invece è mera sopravvivenza, inneggia all'idiozia felice, ai bacetti delle veline lanciate via etere, ai parties di furbetti e furboni, ai billionaire affollati di top-model e strisce di coca. A questo, a volte, serve una Liederabend; a riconciliarci con un mondo Altro, a trovare una nicchia, una bolla d'aria dove riprendere fiato.

La Urmana è cantante d'opera. Juan Diego Flòrez, alla rivista "Ritmo", in una intervista, ebbe a dichiarare che "il cantante d'opera raramente è un buon cantante di lieder, poiché il cantante di opera tende ad espandere la voce in un teatro grande, e i liederisti cercano di concentrarla, di farla suonare più intima". Non sempre vero (penso alla Ludwig, alla Baker, a Fischer-Dieskau, alla Schwarzkopf. Inevitabilmente). La Urmana trattiene, sfuma (ma non quanto sarebbe necessario), magari è anche colpa della tracheite di cui darà notizia solo a fine recital, ma arriva sempre sul bordo dell'interpretazione; in questi Wesendock-Lieder colpisce in primo luogo l'atmosfera oppressiva della serra che trasuda in Im Treibhaus, ma la voce – dal timbro sontuoso e bellissimo – fa come fatica a trovare gli accenti giusti, e cinque lieder finiscono quasi con l'assomigliarsi l'un l'altro. Si sfiora non la noia, ché sarebbe ingiusto, ma la delusione, quella sì.

E' Rachmaninov che meglio rende giustizia alla voce di Violeta. Le romanze di Rachmaninov (ne ricordiamo una integrale in disco oggi di non facile reperimento firmata dalla Söderstrom e da Ashkenazi che rimane tra le cose più amate della mia discoteca) rimangono ancor oggi poco conosciute al pubblico italiano; e pure, sono parte importante della sua produzione, sin dagli esordi del 1890 quali pagine studentesche sino al 1916. Era il 1902, e Rachmaninov s'era appena ripreso dal disastroso esito della prima esecuzione della sua Sinfonia nr.1; torna alle sua amate romanze, con 12 Canti op.21, che profumano di un tempo felice, degli echi della sua luna di miele con Natalia Salina. E Zdes' khorosho, la settima romanza della raccolta, è dedicata alla sua sposa. La Urmana, qui, e altrove in Rachmaninov, libera appieno la sua espressività, la voce finalmente riacquista il piacere della sua densità. Meno mi ha convinto il Vocalise op.34 nr.14, dove, sia pure con fiati lunghi e miracolosi, si richiede una levità ed una trasparenza che la Urmana non può inventarsi.

Strauss. Qualche perplessità la mantengo quando un soprano canta lieder pensati per voci maschili, e viceversa. Metti Wassenrose, per esempio. L'opera 22, Mädchenblumen, è composta nel 1888; i poemi, di Felix Dahn, docente all'Università di Monaco, cantano quattro fanciulle nei termini dei loro equivalenti botanici, e sono dedicati a Hans Giessen, tenore principale all'Opera di Weimar, dove Strauss all'epoca era direttore; e spesso il compositore lo accompagnava nei suoi recital (finendo regolarmente a giocare assieme a carte...). "Ninfea, così chiamo l'agile bimba dai riccioli notturni, dalle alabastree guance". Eccellente, qui, l'accompagnamento pianistico di Jan Philip Schulze. Nel bpuquet (peraltro ben scelto) dei lieder straussiani, la Urmana svetta nei tre su testi di Heine provenienti dall'opus 69 (iSchlechtes Wetter) e dall'opus 56 (Mit deinen blauen Augen e Frühlingsfeier); ma la passione del secondo è priva del necessario lirismo, e nel primo certi gravi sfiorano l'ineleganza.

Il successo c'è, il carisma della Urmana è indubbio, le richieste di bis (e qualche squillo di telefonia mobile col quale pare – anche alla Scala – obbligatorio convivere...) si susseguono. E' il Suicidio della Gioconda dai gravi corposi e dagli acuti luminosi a restituire l'anima vera della Urmana, e a far esplodere la sala. Peccato, dopo un programma così, tornare all'aria d'opera con accompagnamento pianistico. Il secondo bis conferma con il Vissi d'arte una Tosca potenzialmente interessante ma ancora tutta da costruire (almeno all'ascolto fiorentino di poco tempo fa). Terzo bis, Coplas de Curro dulce di Obradors, reso con morbidezza. Ancora un bis; la Urmana dichiara di non averne preparato altri, e ripropone, Zueignung di Strauss, ora – dopo questi generosi applausi – più calda e emozionante della prima volta.

In margine. Perchè nel programma di sala i testi di Rachmaninov sono presenti solo in traduzione italiana, e non con la loro traslitterazione dal cirillico ? C'è qualche ragione che lo impedisce ?
Non è difficile. Ecco il testo di Dissonans, tanto per fare un esempio...

Pust' po vole sudeb, ja rasstalas' s toboj,
Pust' drugoj obladajet mojej krasotoj!
Iz ob"jatij jego, iz nochnoj dukhoty
Unoshus' ja daleko na kryl'jakh mechty.
Vizhu snova nash staryj, zapushchennyj sad:
Otrazhennyj v prude potukhajet zakat;
Pakhnet lipovym cvetom v prokhlade allej,
Za prudom, gde to v roshche, urchit solovej...
Ja stekljannuju dver' otvorila, drozhu,
Ja iz mraka v tajinstvennyj sumrak gljazhu...
Chu! tam khrustnula vetka, ne ty li shagnul?!
Vstrepenulasja ptichka, ne ty li spugnul?!
Ja prislushivajus',
Ja muchitel'no zhdu,
Ja na shelest shagov tvojikh tikho idu,
Kholodit moji chleny to strast', to ispug...
'Eto ty menja za ruku vzjal, milyj drug?!
'Eto ty ostorozhno tak obnjal menja!
'Eto tvoj poceluj, poceluj bez ognja.
S bol'ju v trepetnom serdce, s volnen'jem v krovi,
Ty ne smejesh' otdat'sja bezumstvam ljubvi,
I, vnimaja recham blagorodnym tvojim,
Ja ne smeju dat' volju vlechen'jam svojim,
I drozhu, i shepchu tebje:
Milyj ty moj!
Pust' vladejet on zhalkoj mojej krasotoj!
Iz ob"jatij jego, iz nochnoj dukhoty
Ja opjat' uletaju na kryl'jakh mechty
V 'etot sad, v 'etu tem', vot na 'etu skam'ju,
Gde vpervyje podslushal ty dushu moju...
Ja dushoju slivajus' s tvojeju dushoj,
Pust' vladejet on zhalkoj mojej krasotoj!

Sergio Albertini