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IDOMENEO, RE DI CRETA
Dramma per musica in tre atti di Giambattista Varesco
Musica di Wolfgang Amadé Mozart

Personaggi e interpreti:
Idomeneo, re di Creta – Steve Davislim
Idamante, suo figlio – Monica Baccelli
Ilia, principessa troiana figlia di Priamo – Camilla Tilling
Elettra, principessa, figlia di Agamennone, re di Argo – Emma Bell
Arbace, confidente del re – Francesco Meli
Gran Sacerdote di Nettuno – Robin Leggate
La Voce – Ernesto Panariello
Prima cretese – Silvia Mapelli
Seconda cretese – Marzia Castellini
Primo troiano – Massimiliano Italiani
Secondo troiano – Giuseppe Cattaneo

Orchestra e coro del Teatro alla Scala di Milano
Daniel Harding, direttore
Bruno Casoni, maestro del coro
Basso continuo: James Vaughan, cembalo; Simone Groppo, violoncello

Regia di Jean Luc Bondy
Scene di Erich Wonder
Costumi di Rudy Sabounghi
Luci di Dominique Bruguière

Milano, Teatro alla Scala – martedì 20 dicembre 2005, sesta rappresentazione

L'argomento dell'opera fu ricavato da un libretto di A.Danchet per "Idomenée", una tragédie lyrique di Campra (1712), ma fu il cappellano di corte di Salisburgo che fu incaricato di scrivere il testo italiano per l'opera che l'elettore Carlo Teodoro di Baviera aveva commissionato a Mozart in occasione del carnevale a Monaco nel 1781. Più di trenta lettere tra Mozart (giunto nella sua residenza bavarese l'8 novembre 1780) e suo padre evidenziano lo sforzo del compositore per ottenere una azione drammatica concentrata ed efficace (si possono leggere nello straordinario programma di sala approntato per questa edizione scaligera). La passione estrema di Elettra, la profonda tenerezza della coppia Ilia-Idamante, il passaggio da un regno di un Re assoluto a quello di una coppia che instaura una società di libertà; si può intuire tutto ciò che ha potuto stimolare n Mozart venticinquenne che ne aveva schizzato alcuni temi nel suo "Lucio Silla".

Gli interpreti della prima non erano tutti ideali, ma Mozart poteva contare per il ruolo del titolo il celebre tenore Raaf, sia pure a termine di carriera, e le due sorelle Wendling per i due ruoli femminili; si dovette contentare di un castrato per Idamante, che sostituì, per la ripresa viennese, con un tenore. Per la prima monacense disponeva anche di un grande coro, di un apparato che permetteva una messa in scena spettacolare e di una delle migliori orchestre dell'epoca, la celebre "armata di generali" che aveva seguito il principe elettore da Mannheim a Monaco.

La maestosa ouverture, i grandi recitativi accompagnati che sovente si trasformano in veri e propri assieme, soprattutto quando vi partecipa il coro. il quartetto in mi bemolle, di 166 batture, unisce un duo d'amore con i tormenti, le speranze e i trionfi di un duo opposto, un vero e proprio gorgoglio di splendori musicali e di arditezze armoniche; l'intervento della Voce, l'Oracolo, con i suoi corni e tromboni, che anticipa l'effetto terrificante di quella del Commendatore nel "Don Giovanni", l'inno finale che preannuncia quello del "Flauto magico" non sono che alcuni dei momenti straordinario di "Idomeneo". Se in "Lucio Silla" si presagiva la nascita dell'opera "mozartiana", "Idomeneo" la realizza appieno.
Il Teatro alla Scala ricomincia con Lissner l'era d.M. (dopo Muti). Lo fa preparando in tempi serratissimi una nuova opera al posto del previsto "Così fan tutte". Lo fa con competenza, affidando "Idomeneo" ad un direttore di grandi speranze divenute certezze, un celebrato regista, un cast di voci eccellenti.

Ma che succede ? "Nessun altro Paese festeggia in modo così frenetico un evento di musica classica come avvenimento culturale dell'anno", scrive il Suddeutsche Zeitung il giorno dopo la prima. Già. Rischiavamo il linciaggio, lo scorso anno, a dire che il Re era nudo, che "L'Europa riconosciuta" di Salieri non meritava simili risonanze, che in fondo, l'opera di inaugurazione della Scala era stata commissionata a Gluck, che il Salieri di quell'opera era ancora alle prime armi... Si urlò al capolavoro, in maniera davvero isterica. Inaccettabile, inconcepibile. Eppure accadde, allora, come molte altre volte. Ora, forse, occorrerebbe esser più cauti, e far tesoro dell'esperienza precedente.

Merito grandissimo di Stéphane Lissner è esser riuscito anche – almeno per il momento – a placare i dissidi interni, e a offrire una stagione di livello, sia pur non competitiva. Ma questo "Idomeneo", tuttavia, non ci fa urlare al miracolo. E pure, tranne che per un punto, ci è piaciuto tanto. Opera problematica, lo si è scritto, lo si è detto. Si sa. E Mozart stesso ne era cosciente, della sua stessa strabordante prodigalità ispirativa, che mai più raggiungerà a questo livello. Una scrittura audace che attraversa modulazioni forse inudite fino ad allora, cromatismi e allenze di timbri inediti, un cantiere di idee, un torrente in piena che non si può imbrigliare se non togliendo, tagliando, sacrificando. Ed altri se ne sarebbero aggiunti, di lì a poco. Se Mozart ha tagliato, ci domandiamo, era necessario continuare a tagliare ?

Questo torrente in piena ben s'adatta all'Harding di oggi; domani, non sappiamo. I tempi sono rapidi, financo spigolosi, a volte; l'organico orchestrale ridotto ne mette a punto questa rudezza, questa secchezza, ma in cambio offre (si veda l'ouverture) una luminosa trasparenza. Lo aveva dichiarato, Harding, che i tempi sarebbero stati più mossi. Ma in questa inquieta ruvidezza, alcune cose restano come travolte (il coro "Placido il mar"). L'irruente Harding ci sorprende però per l'abbandono lirico, per la tenerezza (ripensiamo a la cavatina di Idomeneo "Accogli, oh re del mar", al duetto tra Ilia e Idamante), alla frastagliata paletta dinamica (il quartetto ritenuto da Dent tra le pagine più belle di Mozart).

"Idomeneo" è un'opera senza voci gravi (ad eccezione della Voce, un unico intervento nell'ultimo atto); come differenziare padre e figli nei loro confronti drammatici, nodo dell'opera ? Gli interpreti, in gran parte debuttanti alla Scala, sono stati eccellenti: in primis, il soprano britannico Emma Bell. Un corpo vocale denso, ricco, non le ha impedito di piegarlo in uno strumento duttilissimo, che nell'aria "D'Oreste, d'Aiace" passava dall'espressiva dichiarazione ("Misera...") all'esplosione collerica ("Squarciatemi il core") al patetismo dolente ("O un ferro il dolore") alla follia finale. Emam Bell ha registrato un eccezionale recital haendeliano, e ben farebbe Lissner a impegnare per i prossimi anni un soprano simile anche in qualche futura produzione barocca. Delle due altre voci, Monica Baccelli era un Idamante nobile ed eroico, Camilla Tilling una luminosa Ilia (entrambe superlative nel duetto che le vedeva a confronto). L'impegnativo ruolo di Idomeneo è stato affrontato dall'australiano Steve Davislim con musicalità e precisione, ma il suo timbro chiaro toglieva al protagonista il suo coté di autorevolezza regale. Il che poteva anche sposarsi con le idee registiche di farne un giovane re, insicuro e fragile. Immancabili gli occhiali di Francesco Meli (indossati nel recente Don Ottavio a Genova), un Arbace che sfoggiava nella sua aria del terzo atto, "Se colà ne'fati è scritto", coi soli archi, sfoggiava belle mezze voci, trilli netti, acuti sicuri. Ottime, com'è d'uso alla Scala, anche le parti minori, a partire da Ernesto Panariello, imponente Voce.

Regia, scene e costumi, invece, hanno convinto meno. Non che si vogliano a tutti i costi le statue di Nettuno a giardini reali (per quelli, basta e avanza Pigi Pizzi), ma Idamante in scarpe da tennis bianche e giacca blu da marinaio, maglioni girocollo, Elettra in nero con velo da sposa bianco, coltellacci tirato fuori da Idamante durante "Non ho colpa", ma anche da Idomeneo, un parallelepipedo arancione, l'abdicazione di Idomeneo affidata ad un cappottino tolto di dosso, i cretesi che entrano in scena con valigette o che portano lumini votivi. Insomma, roba suggestiva ( come la spiaggia coi grandi sassi, o il fondale su cui lentamente e senza interruzione scorrono algidi cieli e placide onde), altra francamente imbarazzante (il Mostro è sostituito da un gigantesco tappeto insanguinato con una grande vescica pulsante che Idamante punge con una fiocina).

Scrive Renaud Machart su "Le Monde", dopo la prima: "Luc Bondy è uomo di acuta intelligenza, un grande regista di teatro d'opera. Ma mi viene da credere che questo Idomeneo sia la più debole delle sue regie d'opera che io conosca". Forse è così.

Sergio Albertini