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Il Turco in Italia
Dramma buffo in due atti di Gioachino Rossini (1792-1868)
libretto di Felice Romani, dal libretto di Caterino Mazzolà Il Turco in Italia, messo in musica da Franz Seydelmann (Dresda 1788)
Prima: Milano, Teatro alla Scala, 14 agosto 1814

Personaggi ed interpreti:
Selim – Michele Pertusi
Donna Fiorilla – Eva Mei
Don Geronio – Alfonso Antoniozzi
Don Narciso – Mark Milhofer
Prosdocimo – Alfonso Antoniozzi
Zaida – Silvia Gavarotti
Albazar – Luigi Petroni

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Corrado Rovaris, Maestro concertatore e direttore d'orchestra
Claudio Marino Moretti, Maestro del coro
Giannandrea Agnoletto, Maestro al fortepiano

Antonio Calenda, regia
Nicola Rubertelli, scene
Maurizio Millenotti, costumi
Aurelio Gatti, coreografia
Ivo Guerra, assistente alla regia

Allestimento del Teatro Comunale di Bologna
Teatro Regio di Torino, 11 dicembre 2005

La storia è nota. "Il Turco in Italia" appartiene ad un trittico rossiniano di "turcherie", assieme a "La pietra di paragone" (1812) e "L'Italiana in Algeri" (1813) e assai male accolta dai milanesi, città dove, il 14 agosto del 1814 venne eseguita in prima assoluta al Teatro alla Scala, con la Maffei-Festa (Fiorilla), David (Don Narciso), Filippo Galli (Selim). Fu accusata d'essere una "Italiana riscaldata", né Rossini si fece scrupolo di riciclare la musica del "Turco" in altre opere, come il duetto Fiorilla/Geranio "Per piacere alla Signora" (atto I) e il quintetto del ballo (atto II) riapparsi ne "La Gazzetta" (Napoli, 1816), mentre certe altre pagine vennero reimpiegate ne "La Cenerentola" (1817), mentre la sinfonia, con varie modifiche, venne riutilizzata per "Signismondo"(1814) e per "Otello"(1817).

La musica del "Turco" è frizzante, intrisa d'una briosa leggerezza, senza alcuna volgarità. Il Teatro Regio di Torino ha ripreso un'edizione del 1994 del Teatro Comunale di Bologna, e vista anche la passata stagione al San Carlo di Napoli; è una edizione che non è invecchiata affatto, grazie ad una impostazione sobria ma piacevole, molto attenta alle esigenze del teatro, senza nessun eccesso di gags che, nel Rossini buffo, è pericolo sempre dietro l'angolo. La sinfonia è eseguita a sipario aperto, con Prosdocimo di spalle intento ad osservare il boccasena di un teatrino con tre palchi vuoti per ciascuno dei tre lati; "teatro nel teatro", ma niente di nuovo (negli anni Settanta vidi un progetto analogo al Politema Garibaldi di Palermo – il Poeta utilizzava lì una macchina da scrivere – e anche Luzzati, se non erro, utilizzò due quinte coi palchi; pare inevitabile, nel "Turco"...). In un'intervista a Calenda , il regista salernitano, classe 1939, dichiara, a proposito di Prosdocimi, dichiara: "E la funzione del poeta è compiere un distanziamento, una sorta di epicizzazione del racconto, ma sì, diciamolo, uno straniamento brechtiano che porta l'opera in una dimensione contemporanea. Una cornice, insomma, che ho voluto interpretare non come fine a se stessa ma attraverso l'amabilità del teatro napoletano ottocentesco. Per assurdo, qualcuno ci ha visto la tradizione di Di Giacomo, ma io penso anche all'avanspettacolo, al comico inetto di stampo partenopeo". Calenda, come già altri prima di lui, ha delimitato uno spazio grigio, metateatrale, in cui Prosdocimo entra ed esce dallo spazio teatrale vero e proprio; peccato però che questo spazio, in verità, interagisca con altri protagonisti, perdendo la sua connotazione di luogo Altro.

Forse, con questi rimandi a Brecht e a Pirandello si finisce col nuocere allo stesso Rossini; non qui, non stavolta, almeno. E tuttavia, visto che la turquerie è solo un pretesto, è sottolineando il ruolo di Selim, lo Straniero, il Diverso, che si può evidenziare uno degli aspetti più interessanti della vicenda. Come un perturbante pasoliniano, Selim (e quale miglior Selim di Pertusi!) è forte, semplice e rude, galante, maschio; da tutto ciò è sedotta Fiorilla, da tutto giò è soggiogato Geronio. E' bella, questa produzione. Perché Don Geronio è reso da Calenda e da Antoniozzi (che artista eccellente!) non "geron", il vecchio, ma un uomo malinconico, come malinconio è Don Pasquale. Il ruolo di Fiorilla, per certi versi, è accomunabile a quello di Norina, ma la Mei è totalmente priva di quella "ironia meridionale" cui faceva riferimento, nei suoi Diarii, Gianandrea Gavazzeni; lontanissima (e citato ancore quel geniale scrittore che è Alberto Arbasino) da "quel witty alla Rosalind Russell o Myrna Loy".

La Napoli del libretto (un puro pretesto, chè poteva essere Venezia o Bologna, e niente mutava) si ritrova appieno nella bella scena di fondo del primo atto; c'è solarità, c'è l'odore del mare (e com'è ben congegnato l'arrivo della nave, com'è risolto elegantemente, senza banalità e pure con efficace realismo). Del cast, in parte, si è detto. Meglio non si poteva, persino nell'infelice parte di Don Narciso, che Mark Milhofer restituisce con grande senso dello stile, precisione degli acuti, e quel gusto un po' retrò nel timbro della voce che non dispiace affatto. Una sola perplessità persiste nella Fiorilla della Mei, più coquette che spiritata, a suo agio nel coté malinconico, larmoyant. Ma a Fiorilla occorre brio, ed Eva Mei ne ha poco. Troppo poco. Il pubblico la applaude forse più che agli altri interpreti, e se lei è contenta così, va bene pure per me. Molto spigliata la direzione di Rovaris negli ensembles, come il coro dei Turchi, il quartetto "Ma pria di lasciarvi" (atto I), il quintetto "Oh! Guardate che accidente" (atto II), con perfetto controllo degli equilibri sonori tra fossa e scena. Il coro è eccellente (e come non potrebbe con un maestro come Moretti), le luci troppo fisse (il che rende ancor più statici certi momenti). Un Turco di qualità. Un'altra bella tappa nella stagione del Regio di Torino.

Sergio Albertini