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Fidelio di Ludwig van Beethoven
libretto di Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke, da Léonore di Jean-Nicolas Bouilly

Personaggi ed interpreti:
Don Fernando, ministro (Andreas Macco)
Don Pizarro, governatore di una prigione di stato (Eikie Wilm Schulte)
Florestan, un prigioniero (Jon Villars)
Leonore, sua moglie, sotto il nome di Fidelio (Jeanne-Michèle Charbonnet)
Rocco, carceriere (Stephen Milling)
Marzelline, sua figlia (Anna Skibinsky)
Jaquino, portiere (Michael Spyres)

Orchestra e Coro del Teatro San Carlo di Napoli
Direttore Tomas Netopil
Maestro del coro Marco Ozbic

Regia di Toni Servillo
Scene di Mimmo Paladino
Impianto scenico di Daniele Spisa
Costumi di Ortensia De Francesco
Disegno luci di Cesare Accetta

Nuovo allestimento del Teatro San Carlo di Napoli

Napoli, Teatro San Carlo, venerdì 9 dicembre 2005, terza rappresentazione

Quel che rende un unicum il San Carlo di Napoli è il progetto, coerente e vincente, del Sovrintendente Gioacchino Lanza Tomasi, la cui strategia è quella di far interagire l'arte contemporanea con l'opera e il balletto. Dopo Arnaldo Pomodoro e Capriccio di Strauss, Bruce Marden e Orfeo ed Euridice, Valerio Adami e Olandese volante, Anselm Kiefer e Elektra, Giulio Paolini e Walkure, per l'apertura di una stagione che si preannuncia difficile per via deitagli alla cultura voluti dal governo Berlusconi si è prodotto uno degli spettacoli forse più belli apparsi sulle scene italiane negli ultimi anni. Un Fidelio (assente da Napoli da oltre trent'anni) che portava la doppia firma "napoletana" di Toni Servillo (regia) e Mimmo Paladino (scene) e che proprio nella parte visiva aveva la componente più memorabile; le sculture di Paladino erano parte integrante dell'opera: una grande testa sagomata, ferrigna e ruginnosa e con lo sguardo rivolto verso il basso, luogo di prigione e negazione del cielo, era segno forte dell'attesa di liberazione; una citazione dell'Andrej Rublev era la terza scena, in cui Florestan è legato ad una enorme campana bronzea sospesa nel suo movimento, il cui batacchio è anch'esso congelato nell'attesa di ritrovare un suono festoso; la prigione è un pozzo oscuro su cui si staglia, sul fondo, una vertiginosa scala verticale da cui discendono i protagonisti; nell'ultima scena un poliedro luminoso stellare, simbolo della ragione che prevale sui drammi umani, risplende in un bagliore accecante (grande merito le luci di Cesare Accetta). Servillo, per suo conto, tra questi segni monumentali, ha scelto una regia atemporale, fatta di gestualità naturale ma abitata da grande inquietudine e drammaticità (come per i carcerati, che rimangono rintanati in un angolo anche nell'ora d'aria, o come nel finale, in cui il popolo avanza verso la fossa come nel celbre quadro "Il quarto stato" di Pelizza da Volpedo, o per i costumi, disegnati da Ortensia De Francesco, che rievocano le tute di lavoro dei lager di ogni tempo e latitudine.

Meno entusiasmante il debutto napoletano del giovanissimo direttore Tomas Netopil, chiamato a sostituire il compianto Gary Bertini; una direzione scolastica e modesta (nonostante gli applausi alla ouverture "Leonore", inserita fuori luogo a spezzare l'andamento drammaturgico dell'opera). La Charbonnet è una Leonore troppo wagneriana (fu Isotta la passata stagione), Jon Villars canta come se in carcere, anzichè il digiuno, gli avessero offerto anabolizzanti; efficaci il Rocco di Stephen Milling, il Pizzarro di EIke Wilm Schulte e lo Jazuino di Michael Spyres; Anna Skibinsky, deliziosa scenicamente, a causa di una indisposizione annunciata solo al secondo atto, siamo riusciti ad ascoltarla poco.

Sergio Albertini