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Pelléas et Mélisande
Drame lyrique in cinque atti e dodici quadri
dal dramma omonimo di Maurice Maeterlinck
musica di Claude Debussy
(Parigi, Opéra-Comique, 30 aprile 1902)

Personaggi ed interpreti:
Pelléas, nipote d'Arkel – Russel Braun
Golaud, suo fratellastro – François Le Roux
Arkël, re d'Allemonde – Alain Vernhes
il piccolo Yniold, figlio di primo letto di Golaud – Beatrice Palumbo
un medico – François Harismendy
un pastore – François Le Roux
Mélisande – Mireille Delunsch
Geneviève, madre di Golaud e Pelléas – Nadine Denize

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano
Direttore Georges Prêtre
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia di Pierre Médicin
Scene di Pierre Médicin e Emmanuelle Favre
Costumi di Marie-Luise Walek
Nuovo allestimento dalla drammaturgia dello spettacolo realizzato dall'Opéra-Comique nel 1998

Milano, Teatro alla Scala, martedì 15 novembre 2005, ottava rappresentazione

La sera è fredda. La sala del Piermarini, e di quelli dopo di lui che ci han messo mano, si riempie senza affanno. Sciamano, poco convinti, fin sul far delle venti, gli spettatori. A luci spente, molti i palchi ciechi. Viene letto un comunicato sindacale, tra qualche vivido dissenso. Al termine, scoppiano gli applausi, più automatici che convinti, assieme a qualche isolato ulteriore fischio. Da un palco di prima fila si ode: "Chi fischia è fascista, e non paga le tasse!". Replica immediata, dalla sala: "Fascista sarà lei!".

Questo, oramai, il pane quotidiano della nostra misera Italia. E' vietato il contraddittorio, perché o sei "comunista" o sei "fascista". Certo, se alla Scala si cerca di sensibilizzare il pubblico, a Palermo, subito dopo la prima del "Re Ruggero" non s'è trovato di meglio che organizzare all'interno del Teatro Massimo un banchetto per duecento e passa invitati. Si lamentano tagli qui, si fanno spese superflue laggiù. Pensate. I teatri di Ancona e Cagliari hanno co-prodotto un nuovo "Ratto dal Serraglio" per 100mila euro; il primo ne ha investiti 60, il secondo 40. Palermo lo ha affittato per 30mila. Quando si dice la "logica" degli investimenti mirati...

E' di scena il "Pelleas et Melisande". Sale sul podio Georges Prêtre (già direttore delle edizioni del '73 e del '76, sempre alla Scala). E già si coglie il termometro della serata dagli applausi che riceve al suo ingresso. Li riceve, ma molto meno intensi e calorosi di quel che meriterebbe un direttore come lui. Magnifico ottantenne, sorridente, porta con sé, in punta di bacchetta, una lettura matura. Leggi: trasparente, minimalista, attenta ad ogni minuscolo particolare sonoro. Il suo suono, il suono che ricava dalla superba orchestra scaligera, è pulviscolo, come quel che si intravede sospeso in una stanza quando l'attraversano i raggi di un tardo pomeriggio autunnale. Sono note sospese, che scendono lentamente portandosi dietro la loro impalpabile storia. Come Melisande, di cui nessuno sa da dove provenga, quanti anni abbia, perché morirà, le note che hanno invaso la sala milanese avevano solo esistenza per esse stesse, e divenivano elusive e seduttive assieme. Prêtre, ventotto anni dopo il suo ultimo "Pelleas" ala Scala, comunica (ora quel suono lugubre e massiccio dei violoncelli, ora le infinite cromie d'ogni altra sezione) un'ansia sottile, e – come nella scena – si aprono fessure da dove il maestro lascia intravedere (magnifici gli interludi e i preludi) sussulti strazianti, l'impossibilità di vivere e amare (quei gravi nei fiati che disegnano i sussulti di Goulaud). E quel chiarore dell'orchestra, che è già mare, è gia sole, come solo Debussy ha saputo raccontare. La compagnia di canto era da incanto, rara occasione, qui come altrove, di trovar completa, nella tecnica e nella recitazione e nella capacità di generare emozioni.

In piedi, signori. Mireille Delunsch, la Musicista. Prima d'essere cantante (e che cantante!) è stata pianista, organista, sassofonista. Il suo canto è quello dell'innocenza e dello smarrimento; consumata attrice, sembra sempre cantare e agire nel regno dell'inadeguatezza, del senso di colpa espresso con trepidazione e pudore. Esemplare l'ultimo atto, cantato in scomodissima posizione orizzontale, su gradoni. Meritava un tripudio di fiori lanciati dall'alto; ma si sa, è più facile assister all'elogio sperticato di una mediocre Aida che di una sublime Melisande.

Accanto a lei, un cast omogeneo di altrettanto valore. Il Golaud (sempre in scena) di François Le Roux (già Pelleas nel 1986 alla Scala), screziato di impotenza e disperazione, torturato dall'impossibilità di carpire i segreti di una insostenibile incomunicabilità. Fresco ed esuberante il Pelléas di Russel Braun, stupefacente la resa di Nadine Denize quale Geneviève, severo e magistrale l' Arkël di Alain Vernhes, perfetta Beatrice Palumbo quale Yniold; fuori ruolo, invece, la voce di François Harismendy nella parte del medico.

Lo spettacolo. A fine recita altro urlo dal palco in un inglese di chiara estrazione scolastica diceva più o meno: "Il maestro è stato grande, lo spettacolo orribile, noioso". Gusti. Io l'ho trovato sublime. Nato per l'Opéra-Comique nel 1998, e misteriosamente definito in locandina scaligera come "nuovo allestimento sulla drammaturgia originale", lo spettacolo porta la firma (regia e scene) di Pierre Mèdicin; opera fortemente amata, se l'ha messa in scena una trentina di volte, in quattro produzioni principali (Nizza 1962, Glyndebourne 1969, Olanda 1970, ancora Nizza 1988). L'idea è chiara sin dall'inizio: assistiamo al sogno di Goulaud che diviene il principale protagonista del dramma: Sempre in scena, tra trofei di caccia, una poltrona in cuoio ed un grande libro illustrato, rivede l'intera sua vita attraverso lo schiudersi di una serie di pannelli verticali che fa apparire gli altri protagonisti dello spettacolo. Acqua onnipresente; è acqua della fontana, è acqua nella grotta in fondo al mare, sull'acqua arriva il battello con Melisande. E' acqua sulla scena, su tutto il palcoscenico, ed è presenza suggestiva, liquido amniotico e acqua del battesimo, irreale e persino inquietante, acqua che diviene putrida e melmosa, acqua che corrode e mina alla base le strutture più solide. Dietro il sipario a liste (una scena di caccia, cani feroci che martoriano le carni di una indifesa cerva), si illumina il bianco (i costumi sono di Marie-Luise Walek), il bianco degli abiti di Pelleas e di Melisande, il grande busto con reminiscenze Art Nouveau che è monumento sepolcrale e fontana, torre del castello e letto di morte della protagonista. Segni e simboli per Goulaud; quei libri accanto la poltrona, mondo Altro, rifugio come rifugio è la bottiglia di vino cui spesso attinge. Segni: il grande cerchio/anello al quarto atto, quasi un'altra "vasca" dentro cui far nuotare sentimenti, come l'amore nel duetto tra i due innamorati e l'odio tra i due fratellastri. I capelli cortissimi della Delunsch divengono una lunga chioma di raggi luminosi dinanzi un cielo stellato.
Spettacolo magnifico, pubblico (quello rimasto dopo l'unico intervallo...) alla fine generoso. Nonostante il cretino di turno,

P.S. – Curioso che nei sontuosi programmi di sala del Teatro alla Scala, sempre così ricchi di saggi, dall'iconografia preziosa e dalle discografie minuziose, proprio in quest'ultima sia assente una nuova (in realtà è del 2000) edizione discografica del "Pelléas et Melisande" con tre eccellenti protagonsiti come Anne Sofie von Otter, Wolfgang Holzmair e Laurent Naouri, coi complessi dell'Orchestra Nazionale di Francia diretti da Bernard Haitink. Lo segnaliamo qui, per la prossima occasione...

Sergio Albertini