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Guerrino detto il Meschino
Poema epico cavalleresco di Eugenio Monti Colla ispirato al romanzo epico omonimo di Andrea da Barberino
Musiche di G.Verdi, G.Meyerbeer, L.Mancinelli
Scene di Achille Lualdi e Franco Citterio
Cotumi di Eugenio Monti Colla realizzati dalla sartoria della Compagnia
Voci recitanti: Antonella Bracco, Roberto Carusi, Carla Colla, Piero Corbella, Agostino De Berti, Ombretta Franzini, Enzo Oddone, Gianni Quilico, Ernesto Rossi, Gianni Rubens
I marionettisti: Carlo III Colla, Eugenio Monti Colla, Davide Cappellato, Franco Citterio, Mariagrazia Citterio, Piero Corbella, Cecilia Di Marco, Mariapia Lanino, Tiziano Marcolegio, Sheila Perego, Giovanni Schiavolin, Petra Stoeber
Direzione dell'allestimento di Carlo III Colla
Luci di Franco Citterio
Direzione tecnica Tiziano Marcolegio
Regia di Eugenio Monti Colla

Milano, Piccolo Teatro Studio, 30 ottobre 2005, prima recita

"Il cartellone portava dipinto il "Meschino", armato di tutto punto contro un drago verde, il quale vomitava delle lettere rosse che dicevano: "Ebbi nome MACCO, e andai facendo male sin da piccino": tutta opera di don Candeloro, il quale dipingeva anche le scene, suonava la gran cassa, vestiva i burattini e li faceva parlare, aiutato dalla moglie e dai cinque figliuoli, talché in certe rappresentazioni c'erano fin venti e più personaggi sulla scena, combattimento ad arma bianca, musica e fuochi di bengala, che chiamavano gran gente". Così, nel 1894, in una sua novella, inizia a narrare Giovanni Verga. Il burattinaio, in quello scorcio di fine Ottocento, aveva in repertorio il "Guerrin Meschino", a tal punto che per Verga e i suoi lettori il riferimento dovea suonar chiaro.

Neppure quarant'anni dopo – e siamo ancora in Sicilia – , un fabbro, di cognome Bufalino, a Comiso, leggeva assieme al piccolo figlio Gesualdo "Le avventure di Guerrin Meschino". Gesualdo seguiva l'opera dei pupi, e andò pure a bottega presso un pittore di paladini. Il suo eroe di quegli anni fu Guerrino, che si districava tra duelli e incantesimi; e nel suo viaggio a ritroso nella memoria, pubblicherà nel 1991 proprio un "Guerrin Meschino", "mise en abime" del cuore dello scrittore tra la cartapesta degli scenari, il fascino di un antico linguaggio, l'urgenza di un tempo che non crede più ai miracoli della finzione. Un percorso a ritroso, alla ricerca della magia, ai miti dell'infanzia.

La mia infanzia, a Palermo. Nel 1959 avevo otto anni. Spesso malaticcio, quasi sempre diviso tra la scuola e la casa, il "Corriere dei Piccoli" era il mio amico e la mia finestra sul mondo. In quel 1959 venne pubblicato a puntate, forse una ventina, le "Avventure di Guerrin Meschino". Per anni conservate, quelle copie soccombettero ad un trasloco in cui disparve anche la mia intera memoria di bambino. Che poi, ho ricostruito tra gli squarci del tempo trascorso. L'illustratore di quel "Guerrin" era Domenico Natoli, nato a Palermo nel 1885. Diviso tra Napoli, dove studia, e Roma, collabora col "Giornalino della domenica" di Vamba; nel 1918 è a Milano, al "Corriere dei Piccoli", una collaborazione che durerà fino agli anni Cinquanta. Io non ricordo di aver visto il "Guerrin Meschino" all'Opera dei Pupi, pur se il ciclo di Carlo Magno si accompagnava anche a quello della storia dell'Imperatore Trabazio e del "Guerin Meschino".

Ora, eccolo tornare quell'antico incanto, sotto le vesti delle splendide marionette di Eugenio Monti Colla & C. Io credo che la cifra stilistica di tutto il lavoro venga, com'era uso nei melodrammi messi in scena nei teatri lirici (ancor oggi si fa, ma è altra cosa), nella "ouverture". Qui mi è parso di riconoscere, a sipario chiuso, e se sbaglio pazienza, una curiosa pagina verdiana, o a Verdi attribuita, un "Adagio per tromba dalle chiavi e orchestra" di cui esiste una copia della seconda metà dell'Ottocento custodita dagli Eredi Barezzi. Nella sua cantabilità si racchiude un tema nostalgico e a tratti malinconico affidato ad uno strumento che, per altri versi, è strumento eroico, guerresco e militare. Le due vie percorse da Guerrin/Guerin alla ricerca delle proprie radici, nella ricostruzione di una identità smarrita. Quando Andrea Barberino diede alle stampe la sua opera di letteratura cavalleresca, né Freud né Jung erano nati. Eppure, in tutta quella girandola di surrogati paterni, affettivi o di potere, sia l'Imperatore o Epidonio, il Pontefice Benedetto o il compagno di viaggio Gerolamo, la ricerca mira a ritrovare il suo Nome, il primigenio, l'origine dell'Affetto. In una parola, l'Appartenenza.

Questo viaggio – come in tutte le produzioni di Eugenio Monti Colla cui ho assistito – è all'insegna della spettacolarità. Nel repertorio della Compagnia esiste una riduzione teatrale del 1835, ed è di grande interesse leggere il saggio che lo stesso Colla propone nel quaderno nr.11/12 di "Boccascena". Questa versione (datata 1979, ma qui rinnovata), che giunge a Milano dopo i successi ottenuti (in traduzione inglese) a Charleston e al Festival di Colorado Springs (una recensione lo definisce come "this is 15th-Century 'Star Wars', heavy on special effects") ha – e non voglio guastarvi troppo la sorpresa svelandone i tanti momenti sorprendenti – molte ragioni per essere definito un altro "capolavoro" made-in-Colla. Nel rigore filologico che conserva il teatro di Monti Colla, lontano da velleità di contaminazioni tra generi e di modernizzazioni banali – sono conservate le scene ottocentesche ed altre che furono realizzate nel 1927 da Achille Lualdi, mentre se ne sono aggiunte alcune di nuova fattura. Ma sempre con quel tocco fiabesco, che rispetta da una parte i piani prospettici e dall'altra propone incanti d'invenzione, secondo un esotismo che attraversa ora l'Impero Ottomano ed i minareti musulmani, ora l'India, o le architetture moresche; ma anche boschi, foreste tropicali, mari, vallate italiche (quegli "arcani mondi", come li definì Leopardi, che sono i Monti Sibillini, tra le cui grotte la Sibilla pare avesse eletto suo regno). Sono 180 le marionette impegnate; ognuna di esse rimane scolpita nella memoria, dal fachiro Kalagabak alle sensuali dame di Alcina, dal cattivo Maladar con la sua scimitarra al povero sacerdote armeno prigioniero dei Giganti (i cui corpi vengono squartati a metà in scena). Molti i momenti magici; l'attacco alla città di Durazzo, con le marionette scolpite in tre altezze diverse per dare effetti di profondità a ciò che accade in scena; l'incontro nella grotta con Macco, con tanto di bocca "draghesca" fumante e luminescente; le grande sfilata finale, con tanto di cavalli scalpitanti. E le tante piccole chicche (i topini che attraversano rapidamente la scena nella segreta in cui giacciono Fenisia e Milone; i pipistrelli volteggianti; le frecce che si conficcano al suolo; il marinaio che rema con vigore). Un elogio a Franco Citterio per le luci; vera acrobazia tecnica il sorgere del sole (con la luce che si diffonde su tutta la scena) o l'ingresso con le faci nella segreta. Musiche di ottimo impatto (ma di Luigi Mancinelli, è stata usata "Cleopatra" forse ?), ottime le voci e, come sempre, trionfale il successo.

Quel "Guerrin" dei miei otto anni è tornato a trovarmi e, che lo si creda o no, ha ritrovato ancora quel Sergio capace di sorprendersi della magia e dell'incanto di un racconto antico. Grazie, marionettisti!

Sergio Albertini