I cookie ci aiutano ad offrirti un servizio migliore. Utilizzando il nostro sito accetti l'uso dei cookie. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, visualizza la nostra cookie policy.

Cara Elizabeth*,

ho appena letto sul sito di OPERALABORATORIO Sergio Albertini recensire il DON GIOVANNI inaugurale del Carlo Felice, e voglio confes-sar-ti pubblicamente di averlo fatto con incre-dulità e imbarazzo. Incredulità, innanzi-tutto: perché OPERALABORATORIO è una delle pochis-sime realtà italiane che lavora pazientemente CON e PER i giovani, mentre la recensione di Albertini non rivela alcuna pazienza e lavora completamente CONTRO i giovani.

Personalmente – e preferisco dirlo subito – sono CON e PER e di fatto AMICO DI quasi tutti gli artisti che Albertini ha stroncato (oltre che di moltissimi altri). Sono diventato amico loro strada facendo, perché li stimo come artisti, li trovo appassionati, intelligenti, spiritosi e innovativi, e mi piacciono come esseri umani. Come direttore artistico sono molto fiero, ad esempio, di aver chiesto io per primo al tenore Davide Livermore di fare una regia d'opera. Ne è nata LA COLOMBA FERITA, in stagione al San Carlo di Napoli nel 1999 e poi in giro per il mondo.

Oggi, a distanza di sei anni, Livermore inaugura la stagione di una Fondazione, invitato con coraggio da Paolo Arcà per questo DON GIOVANNI che, a differenza da quanto dice Albertini, ha raccolto moltissimi consensi e pochissimi dissensi. Io non ho visto la recita che ha visto lui, ma ho visto la prima, e quindi lo posso dire per esperienza diretta. Ma se anche i dissensi fossero stati corali (e non quattro o cinque buuu sparpagliati) non avrei smesso di applaudire.

DON GIOVANNI è una di quelle opere dove ognuno si porta da casa un'idea personale, fondata su visioni dischi letture e ragionamenti, e in cui risulta davvero difficile accontentare tutti. Eppure la regia di Livermore è riuscita a sorprendere quasi tutti. Seduta vicino a me, la segretaria artistica di Marc Minkowski diceva: «È incredibile, riesce a farmi sembrare nuovo il DON GIOVANNI, sono qui che non so cosa succede nella scena dopo...»

Esistono diverse tecniche per raccontare uno spettacolo. Io vorrei farlo raccontando un solo particolare: come Livermore abbiano messo in scena uno dei momenti più problematici dell'opera, il lungo recitativo accompagnato di Donn'Anna che precede «Or sai chi l'onore».

Prima immagine: sospesi, fuori dal luogo e dal tempo, Anna e Ottavio galleggiano nella notte. Anna incomincia il suo racconto: «Era già alquanto avanzata la notte, quando nelle mie stanze entrar io vidi un uom...». Dietro di lei, in lontananza, appare un'altra Anna, che trasforma in gesti il recitativo della prima. Ma la sua non è una semplice visualizzazione di ciò che l'altra dice. Anna I dice a Ottavio di aver opposto resistenza a Don Giovanni, ma noi vediamo Anna II che gli si abbandona e fa all'amore con lui.

Davanti, Anna I registra sul proprio corpo come una violenza il disegno degli archi che corrisponde a «svincolarmi, torcermi e piegarmi». Ma dietro, a quel disegno corrisponde per Anna II ad abbracciare e accogliere Don Giovanni contorcendosi in un orgasmo. E quando alla fine del racconto appare il Commendatore, mentre Anna I dice di essere fuggita (come difatti abbiamo visto a inizio opera) a chiedere soccorso, nella visione è la stessa Anna II a difendere Don Giovanni e uccidere il padre.

Generazioni di scrittori hanno cercato ognuno a loro modo di sondare la figura di Donn'Anna, avvertendo la forte ambiguità del testo di Da Ponte e della musica che lo avvolge. Livermore l'ha portata in scena. Ma attenzione: ha MANTENUTO l'ambiguità, non l'ha banalizzata. Il fatto che Donn'Anna nella visione uccida il padre è per noi garanzia che le cose non si sono svolte ESATTAMENTE così. Anna II non è la vera Anna, è solo una probabile fra le Anne rese possibili dall'ambiguità e polivocità dell'opera d'arte, abita nel mondo delle paure e delle fantasie.

È scandalosa questa visione? Forse. Anzi: certo. E per fortuna! Ripristina una delle intenzioni di fondo degli autori: raccontare una storia vecchia e arcinota alla luce critica della cultura libertina, avanzando l'ipotesi che il dissoluto punito Don Giovanni non sia altro che un capro espiatorio, l'unico che abbia il coraggio delle proprie azioni in un mondo dove per tutti gli altri vale il principio del «si fa ma non si dice».

E potrà anche non piacere, questa visione. Però: ammettiamo pure per comodità dialettica che in quel DON GIOVANNI tutto sia come sostiene Albertini una merda (NON LO È). Ma come posso dire: c'è modo e modo anche di toccare questa materia. Albertini poteva descriverla, valutarne le differenti componenti, discuterla: invece ha preferito – lui scriverebbe «come una Gertrude Stein di (terza) categoria» – limitarsi a dirci che una merda è una merda è una merda.

Leggendo bene l'articolo, ci si può rendere conto che Albertini elude il dovere fondamentale di una recensione, che è quello di descrivere obiettivamente ciò che si è sentito e visto prima di offrire il proprio giudizio. Di fatto, la recensione si occupa più dell'intervista al regista pubblicata sul programma che non dello spettacolo in sé, che viene descritto procedendo a colpi bassi, usando paragoni scelti con cura frugando in una spazzatura culturale da Vucciria: si citano i Pooh, le sorelle Lecciso, Fantaghirò, Franco e Ciccio. E quando non venga in soccorso un paragone adeguatamente trash, Albertini risolve dicendo che il paragone alato è sua magnanima invenzione, non pensiero del regista.

Ora. Io ho conosciuto Albertini. Per telefono nel 1999 mi intervistò per una piccola testata di Palermo, in occasione di una conferenza per gli Amici del Massimo. Fu – e glielo dissi – l'intervista più intelligente nei miei quasi 20 anni di carriera come direttore artistico. C'è gente che incomincia l'intervista chiedendoti «ma di preciso lei che lavoro fa?». Lui no: era informato, sapeva con chi parlava, faceva domande pertinenti e non era banale.

In seguito ci siamo conosciuti e brevemente frequentati, e ho visto che condividevamo alcune idee. Fra queste quella che fosse necessario un rinnovamento nella maniera di fare opera in Italia: che fosse tempo di abbandonare la sempre più stanca eredità di Luchino Visconti e Giorgio Strehler, e creare un'alternativa dialettica alle meraviglie sceniche di Luca Ronconi.

Ma quelle idee, quella persona, nella recensione non le ritrovo. Non le ritrovo nella scrittura tortuosa, resa petulante da ben 42 paia di parentesi aperte e chiuse. E non le ritrovo soprattutto quando Albertini cita per esteso la pessima intervista a Livermore pubblicata sul programma. È assolutamente certo che Albertini l'avrebbe scritta meglio. Ma è altrettanto certo che, se non altro per questo, Albertini ha tutta l'esperienza e l'occhio clinico per riconoscere il vero dal falso Livermore. Uno spettatore comune può non saperlo, ma lui SA come si fanno le interviste in Italia, limitandosi a sbobinare un nastro, collegando maldestramente una frase qui e una frase là.

Avevo parlato all'inizio di questa mia lettera di incredulità e imbarazzo: l'incredulità mi sembra di averla motivata, passiamo all'imbarazzo. Nella mia carriera, come succede, ho ricevuto diverse stroncature. Non ho mai risposto: perché anche nella più feroce e ingiusta delle recensioni rispettavo il principio della buonafede. Qui – dove sono coinvolto solo indirettamente, e non devo difendere interessi propri – però rispondo, perché qui di buonafede non vedo la minima traccia. Infatti non solo ho conosciuto Albertini, ma sono stato io che nello stesso 1999 gli ho fatto conoscere Livermore: che invece nella recensione è trattato come uno sconosciuto, attribuendogli una volgarità e un'ignoranza che, chiunque lo conosca lo sa, non possiede.

A quel tempo Livermore stava preparando appunto LA COLOMBA FERITA di Provenzale. L'opera racconta la vita di Santa Rosalia patrona di Palermo, pensavo che due chiacchiere con il palermitano e teatralmente colto Albertini avrebbe potuto offrirgli degli stimoli. Di fatto, Albertini fu così appassionato dall'idea che presentò a Livermore lo scenografo Santi Centineo (per inciso, fino ad allora noto soprattutto per collaborazioni con OPERALABORATORIO). Fu un incontro molto fruttuoso. Centineo infatti ha poi partecipato alla COLOMBA FERITA e da allora ha creato diverse scenografie con Livermore e altri registi. È il firmatario delle scene del DON GIOVANNI: è stato stroncato anche lui, ma un po' meno.

Quindi Albertini conosce bene le persone di cui dice tanto male. Non solo le conosce, ma le ha fatte incontrare e ne è stato amico. Ecco quindi il motivo del mio imbarazzo. Perché, se non conoscessi Albertini e se Albertini non conoscesse Livermore e i suoi collaboratori penserei «è la recensione di un imbecille presuntuoso e cattivo». Ma siccome Albertini non è imbecille, e non sta parlando di sconosciuti, so che la sua non è una recensione ma uno sfogo personale, un puro e semplice travaso di bile. Per dirlo in chiaro: una bella prova di malafede.

I motivi dello sfogo li ignoro, ma difficilmente possono escludere dal proprio orizzonte un dato di fatto. Un dato di fatto sgradevole: il fatto che Albertini oggi si trovi a vivere ai margini della vita musicale italiana, mentre i suoi vecchi amici Livermore e Centineo inaugurano stagioni prestigiose di opera e di prosa in Italia e all'estero. Lo so: spiace a chiunque quando le strade si dividono e i sodalizi si rompono. Ma è inevitabile, nella vita succede ogni giorno. Può darsi che i tuoi amici siano irriconoscenti. Può darsi che si dimentichino di chiamarti per mesi o anni. Può darsi che non ti invitino più, non ti chiedano più consigli. Può darsi che sia colpa loro. Può darsi che sia colpa tua. Oppure di tutti. Oppure di nessuno. Può darsi che semplicemente non siano più amici.

In nessuno di questi casi però sei autorizzato ad insultarli in pubblico, usando il tuo minuscolo potere di critico per far credere al pubblico che hai ragione tu, facendo passare gli insulti per pareri critici. Sii quel signore colto e raffinato che rimproveri agli altri di non essere. Glissa! Parla a voce bassa. Oppure sta zitto. Oppure ancora (ma questa è un'opzione che richiede molta testa, molto cuore, molto coraggio) scrivi loro in privato una bella lettera, senza disturbare gli estranei. E se davvero lo spettacolo non ti è piaciuto, dillo con dolcezza e non tirando merda.

Intendiamoci, l'Italia è piena di critici che rovesciano i propri rodimenti e ossessioni sul pubblico ignaro, spacciando sfoghi personali per critica obiettiva. Succede su testate ben più prestigiose di quelle su cui viene dato spazio ad Albertini. Ma – torniamo all'inizio della mia lettera – mi sembra particolarmente grave farlo su un sito come quello di OPERALABORATORIO, cioè in uno spazio dedicato alla crescita e promozione dei giovani. I giovani hanno bisogno di vera critica, non di invidia e maldicenza. I giovani hanno già i loro problemi a muoversi in un mondo in crisi, senza doversi fare carico dei problemi degli altri.

Insomma: i giovani hanno bisogno di una pacca sulla spalla, e non di una pugnalata. Ma questo va detto in genere per tutti gli esseri umani: anche per Albertini. Ed è per ciò che chiedo di pubblicare questa lettera. Perché anche ad Albertini in fondo voglio bene, perché stimo la sua cultura e intelligenza, e perché mi spiace che faccia figuracce in pubblico solo per non aver avuto il tempo di riflettere. Perché IO SO che in qualche meandro della sua coscienza LUI SA, ha tutti gli strumenti per sapere di doversi vergognare di quella recensione. Glielo dice la sua intelligenza e glielo dice la sua cultura, anche se il suo cattivissimo umore non gli permette di ascoltarle. E glielo dico anch'io. Sergio, francamente: da te mi aspettavo di meglio.

Carlo Majer

(*Elizabeth Smith è il Presidente dell'Ass.ne I Solisti di Operalaboratorio)