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Il dissoluto punito, o sia Don Giovanni, dramma giocoso in due atti KV 527
libretto di Lorenzo Da Ponte, musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Personaggi ed interpreti:
Don Giovanni, giovane cavaliere estremamente licenzioso – Erwin Schrott
Donna Anna, dama – Svetla Vassileva
Don Ottavio, suo promesso sposo – Francesco Meli
il Commendatore, padre di Donna Anna – Ilya Bannik
Donna Elvira, dama di Burgos, abbandonata da Don Giovanni – Ildiko Komlosi
Leporello, servo di Don Giovanni – Nicola Ulivieri
Masetto, contadino – Alex Esposito
Zerlina, sua promessa sposa – Marina Comparato

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova
Julia Jones, direttora
Ciro Visco, maestro del coro
Sirio Restani, maestro al fortepiano

Nuovo allestimento del Teatro Carlo Felice
Regia di Davide Livermore
Scene di Santi Centineo
Costumi e fonti iconografiche di Botto & Bruno
Luci di Maurizio Montobbio

Genova, Teatro Carlo Felice, domenica 23 ottobre 2005, seconda recita

"Leporello (...) dimostra di essere esattamente quello che dice il Mila: l'emanazione escrementizia del suo padrone. E quindi quello che resta è una merda. E' poca roba, umanamente, naturalmente". Così parlò Livermore. Scheggia di una intervista (a tratti insostenibile nella lettura) sul programma di sala al regista di quel "Don Giovanni" che ha inaugurato, con sonori dissensi indirizzati proprio a Livermore la sera della prima, la nuova stagione del Carlo Felice di Genova. Ho assistito alla seconda recita. E quel che resta è una merda. E' poca roba, artisticamente, naturalmente.

Oddio, non tutto è emanazione escrementizia. Perché, per fortuna, un paio di belle intelligenze sulla scena ci sono. E quando le cose nascono dalle idee, e non da una accozzaglia di trovate, si riescono a leggere. Metti la scena (architettonica) di Santi Centineo. Sul fondo, un palazzo settecentesco (non proprio sporco e corroso, come lo stesso scenografo spiega in un suo alquanto fumoso intervento sul suddetto programma di sala). Il Palazzo, che da "L'Olimpiade" di Vivaldi ad "Elektra" di Strauss è luogo di intrighi, di potere, di sopraffazione, di arroganza, a tratti di ignoranza. Quel suo ergersi alla sommità dei tre piani separati da scalinate è già il segno (forte) della separazione, dell'alterità topografica, quasi dell'irrangiungibilità. Il Palazzo che (complimenti alle maestranze tecniche del Carlo Felice), appare e scompare, scandisce la sua presenza in forma di lacerti (il corpo centrale emerge da dietro un muro quale "casinetto"), apre i suoi cancelli per permettere ai personaggi di entrar dentro quali corpi congelati su piattaforme mobili (ma non se ne capisce la ragione, in verità), per imporsi (con un contrasto di belle luci, a firma di Maurizio Montobbio) come uno scheletro cieco, orbato di vetrate ed infissi, Palazzo sopravvisuto ad un bombardamento, a cannonate, alla spoliazione (aria di Rivoluzione Francese ? ma è nostra lettura, non certo intenzione registica, temiamo).

Il contrasto con il popolo, invece, viene affidato ad alcune strutture che, in una dimensione meno rifinita, grezza, quasi sironiana, rievocano corpi di fabbrica. In questo contesto si inseriscono gli orrendi costumi del duo Botto & Bruno. Orrendi perché, come la regia di Livermore, tenta una accozzaglia malriuscita di citazionismi d'ogni sorta, secondo una estetica postmoderna di terza categoria. Ecco quindi che il popolo ha i colori (ma non certo il piglio) di Pelizza da Volpedo (un "Quarto stato", versione bozzetto preparatorio), i nobili mescolano lo stile Mediaset di Fantaghirò ad un MadMax rivisto (se fosse stato possibile) da Franco e Ciccio. Perfettamente in linea con la regia di Livermore. La regia. Torniano (purtroppo solo pochi estratti) all'intervista pubblicata per raccogliere il "credo" estetico di Davide Livermore:

"(...) ho visto molte regie innovative, strainnovative, e con moltissime cose gratuite. Il problema è quello, quando diventare innovativi vuol dire semplicemente "famolo strano", ovvero eccesso di ego registico, ecco che è poco interessante"
(...) allora, per quanto riguarda il nostro contemporaneo, quello che penso per Zerlina e Masetto è una sorta di periferia, periferia che oggi è tutta uguale, da New York a Cologno Monzese. Perché nelle stesse pubblicità, è nel costume di massa, quindi quello che vedremo è il costume con i pantaloni a cavallo basso che hanno i ragazzini, che costa fatto da Armani 300 euro, ma lo stesso modello non firmato viene a costare 3 euro fatto dai cinesi".
"...e credo che Tarantino abbia ascoltato molte volte il Finale del primo atto prima di girare Kill Bill o Pulp Fiction"
"Conosco la vocalità come nessun attore, a mio modestissimo parere. Insomma, io faccio la prosa e ne ho fatti recitare tante volte (...)".
"(...) quando si fa psicodramma non possiamo prenderci in giro, il Finale del primo atto è uno psicodramma clamoroso, è un momento che se fosse cinema la gente caccerebbe le unghie nel sedile del vicino davanti..."
"Quello che resta nei personaggi stessi che hanno tirato fuori orgoglio, amore, passione, vendetta, quello che resterà in tutti quanti loro è una sorta – non lo faremo in scena – di quello che potrebbe essere lo stare davanti alla televisione il sabato sera, col telecomando, in mutande".

Che si è visto, allora in scena ? Miserabili trovate che, l'una accanto all'altra, creavano una darmmaturgia soda come una gelatina alla prugna (con relativi risultati escrementizi). Un andare e venire, per l'appunto, da botole, di Leporello ("un uomo che vive nelle fogne, uno che riesce sempre ad accedere in qualsiasi palazzo attraverso il rubinetto, il sifone, cose di questo tipo": Verbo di Livermore). Con buona pace di Harry Limes e Holly Martins (vedi alla voce: "Il terzo uomo"). Una sfilza di drag-queens vestite da sposa (e incinte) che entrano assieme a Donna Elvira; due la scimmiottano mimandone il canto, due ballano fra loro languidamente (Ciprì & Maresco in "Cagliostro" facevan ballare i seminaristi, ed era acido puro, corrosivo e intelligente...), agitano i loro piedini ignudi sotto il muro mentre Don Giovanni intona la sua serenata (aggiornamento fetish ?). C'è un andirivieni di angeli con tute bianche o nere ed ali in simil-acciaio (Damiel e Cassiel dialogavano nel film di Wenders con le parole di Handke; quelli di Livermore, per fortuna, sono muti). Ci sono i vassoi, in casa di Don Giovanni, ovvero sempre i servi con tute integrali (volto incluso) che fanno un nevrotico andirivieni con tubi fluorescenti rossi, branditi spesso come spadoni degni del "Ritorno dello Jedi" in salsa maresciallo Rocca. Ci sono collari luminosi per il trio in maschera, e lampade tascabili, e ancora tubi fluorescenti (vagamente luminescenti a ritmo di musica) per il dialogo finale tra Commendatore e Libertino. C'è un modesto Hi-Fi portatile adagiato per terra, mentre tutti i coristi portano delle cuffie (saranno ad infrarossi ?) mimando movenze metal-core-hip hop-rap-punk-house-ska. (A proposito: ma quelle mossette con le dita sul volto a mo' di passo di danza che compie Donna Elvira non l'abbiamo già visto in altri interventi registici di Livermore ?).

C'è nel secondo atto un tentativo di scena hard (ma qui Don Giovanni diviene un borghese piccolo piccolo, più del William Harford di "Eyes wide shut"; perché se scena da sesso ha da essere, che sesso sia, con le zizze tutte nude, e senza quegli orrendi cerotti neri!). C'è un muro (di Berlino ? ecco perché gli angeli, allora!) con il filo spinato, le foto delle desaparecidas (ex amanti di Don Giovanni) coi lumini accesi sotto, e gli inevitabili graffiti stile writers (che, come si sa, scrivono lettere in libertà...), ed un "Sì" del commendatore che appare retroproiettato sul muro. C'è la statua del Commedatore venuta fuori dagli scarti del "Rinaldo" di Haendel versione Pizzi, con relativo vento che agita il manto. Ci sono tanti occhiali da sole (da Donna Elvira in abito da sposa a Don Giovanni); dai tempi di Jake ed Elwood Blues non se ne vedevano tanti in scena, e tanto a lungo. C'è il nastro in plastica a strisce bianche e rosse che isola la scena del disastro (la morte di Don Giovanni) dal proseguio dell'azione.C'è il fumone, ad apertura di sipario, che dai Pooh alle esibizioni di danza del duo Lecciso è sempre segno modesto ed imbarazzante di effetto a poco prezzo. Ecco, le note dolenti. In questi giorni è tutt'un agitarsi sui "tagli alla cultura" (i minacciati tagli al FUS); si parla della perdita del cinema di qualità (ma il film a firma di Marina Punturieri, già Lante della Rovere, ora Ripa di Meana, "Cattive ragazze", 1992, non fu pagato forse coi soldi dello Stato grazie all'articolo 28 ?), e di tanto altro. Bene. Si mediti su questo spettacolo, e poi ne riparliamo. Forse, per come si tratta "il Dissoluto punito", punire i dissolutori non sarebbe male...

Musicalmente, per fortuna, si viaggiava su un'altra dimensione. Julia Jones ha polso solido. Ha curato i recitativi, ha creato una simbiosi perfetta tra buca e scena, ha tenuto l'orchestra (splendida) in una tensione continua. Certo, non sono emersi particolari estri interpretativi, il suo "Don Giovanni" si instaura in una sorta di "sana" tradizione (da Kapellmeister): nessuna sfumatura, nessuna particolare accentuazione dei momenti (ora comici, ora drammatici, ora malinconici). Ma è lettura che va in porto, con buon equilibrio.

Sul piano vocale, il settore maschile era di altissima qualità. Erwin Schrott è magnifico, per figura e per timbro; qua e là i suoi recitativi sono "parlati", e nel "Finch'han dal vino" qualcosa è ancora da mettere al posto nelle note acute; ma il personaggio c'è, tutto, nella sua spavalderia come nell'arte sottile della seduzione. Ottimo il Leporello di Nicola Ulivieri, spigliato nei gesti ed elegante nel fraseggio. Il giovane Francesco Meli diverrà un ottimo Don Ottavio (e non solo); la stoffa c'è, ottimo legato, eccellente l'uso del pianissimo nella ripresa delle sue due arie. Se eviterà qualche piccolo portamento, il suo canto mozartiano diverrà impeccabile. Impeccabile non è il canto di Ildiko Komlosi: non si può impunemente passare da Santuzza a Donna Elvira senza che non ne resti traccia. Svetla Vassileva è Donna Anna convincente finchè non deve salire di registro o affrontare agilità. Marina Comparato è carina (nonostante le orribili scarpe da tennis impostele da costumisti e regista), una Zerlina-mignon, ma perfetta. Degno suo compagno il brillante Masetto di Alex Esposito. Severo, ma non grave a sufficienza, il Commendatore di Ilya Bannik. Successo pieno per gli interpreti. Qualche isolato buu alla fine del primo atto, ma non certo rivolto ai cantanti.

Post scriptum: in locandina si leggeva "movimenti coreografici di Alessandra Petitti". Qualcuno li ha visti ?

Sergio Albertini

LETTERA AL CRITICO ALBERTINI di CARLO MAJER RIGUARDO QUESTA RECENSIONE PUò ESSERE LETTA NELL'AREA "OCCHIO SULLA CULTURA"