I cookie ci aiutano ad offrirti un servizio migliore. Utilizzando il nostro sito accetti l'uso dei cookie. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, visualizza la nostra cookie policy.

AIDA, opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni, musica di Giuseppe Verdi

Personaggi ed interpreti:
Aida, schiava etiope – Fiorenza Cedolins
Amneris, figlia del Re – Marianne Cornetti
Radames, capitano delle guardie – Walter Fraccaro
Amonasro, Re d'Etiopia, padre di Aida – Alberto Gazale
Ramfis, capo dei sacerdoti – Giorgio Surian
Il re – Alfredo Zanazzo
Un messaggero – Carlo Bosi
Una sacerdotessa – Marianna Cappellani

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Pinchas Steinberg, maestro concertatore e direttore d'orchestra
Claudio Marino Moretti, maestro del coro
Regia di William Friedkin
Scene e costumi di Carlo Diappi
Coreografia di Marc Ribaud
Luci di Andrea Anfossi
Sagome animate di Michael Curry

Nuovo allestimento del Teatro Regio

Torino, Teatro Regio, sabato 15 ottobre 2005, quarta recita

C'era aspettativa, per l'"Aida" affidata alla regia di Friedkin. Uno dice: "Aida" a Torino. E vien da pensare al Museo Egizio, il più importante al mondo dopo quello de Il Cairo. Vuoi vedere che l'ambientazione è pensata proprio lì, in quel vecchio edificio a due passi dal Regio ? Che Friedkin lavorerà sul tema del doppio, su visitatori d'un tratto "posseduti" da entità giunte dal passato, o che, sull'onda di quegli strani sintomi che per un certo tempo – recente – coglievano turisti e scolaresche in visita al Museo, vedono Radames, Aida, Amneris & C. prender vita da antichi sacrofaghi ? Vuoi vedere che il Po diviene anch'egli l'eco e il doppio del Nilo ?

Niente di tutto questo. Una "Aida" rassicurante. Bella. Tradizionale, nel suo aspetto più positivo. Non "straripante sfarzo mai apparso sulle scene della lirica" come impropriamente Gabriele Villa scriveva su "il Giornale" del 14 ottobre. Il quale, probabilmente, non ha visto l'"Aida" di Joel/Squarciapino/Frigerio che segnò, pochi anni fa, la riapertura del Teatro Massimo di Palermo. E quella – davvero bella, nella sua esagerazione volutamente kitsch – dello scorso "VerdiParmaFestival", opera ultima di Alberto Fassini. Per di più, il Villa dichiara – in quello che si puo' definire un vero e proprio "attacco" al Regio di Torino – che Friedkin non ha "alcuna esperienza lirica". Non è vero. Bastava richiedere al cortese Ufficio Stampa del teatro della città sabauda un curriculum per sincerarsene. Ci sono stati già "Wozzeck", "Samson et Dalila", "Salome", "Il castello di Barbablù", "Gianni Schicchi".

E' stata una "Aida" sobria, invece, e – almeno per un paio di momenti – persino bellissima. Merito delle scene di Carlo Diappi. A mio avviso, memorabile è la realizzazione della scena di interno, riquadrata da una cornice scura e illuminata (benissimo da Andrea Anfossi), con i cromatismi di squisito gusto egizio cari a certi peintres orientalistes, i riflessi dell'acqua, i bagliori che giungono dal tetto. Niente di esagerato, nelle scene di Diappi; ma imponenti, com'è giusto che siano. Bello il tempio di Fhtà, la riva del Nilo in primo piano, di estrema suggestione la scena finale.

La regia di Friedkin è stata pienamente rispettosa del dettato verdiano, con qualche piccola caduta di gusto, come il banale ingresso degli armati direttamente dalla platea (peraltro, al buio) ed un paio di acrobate della Scuola di Nuovo Cirko di Torino (brave le ragazze, ma fuori contesto la loro esibizione). Poco entusiasmanti le macchine sceniche di Michael Curry (la figura animata di una divinità egizia somigliava più al "piccolo aiutante di Babbo Natale", il cane dei Simpson...). Gli interpreti hanno, in qualche modo, esibito una recitazione di maniera, il che non guastava con l'impostazione generale dell'opera, così come le coreografie di Marc Ribaud (braccine piegate in su e in giù con un palmo su ed uno giù: più egizio di così!).

Bravo Pinchas Steinberg, che ha scelto tempi serrati, suoni bruschi, quasi grossier a volte, senza voler sottolineare a tutti finezze e sfumature care a coloro che preferiscono sottolineare il lato intimo dell'opera. Cast disomogeneo. Ho letto meraviglie, sulla stampa, dell'interpretazione di Fiorenza Cedolins, "brava, bravissima" per Enrico Girardi sul "Corriere della Sera", "vera protagonista e musicale ragion d'essere della produzione" per Angelo Foletto su "Repubblica". E' vero, la Cedolins innanzi tutto ha perso qualche chilo, è divenuta ancora più bella, è sempre elegante in scena, ha uno squisito controllo dinamico dei pianissimi, canta le note giuste (sono splendidi in il do acuto e il la della sua celebre aria), eppure... eppure, il timbro, per le mie orecchie, rimane come spugnato, grinzoso, e nel registro grave certi suoi tentativi di espressione drammatica sembrano manierati, poco convincenti. Pare che sarà prossima protagonista, e proprio al regio, del ruolo del titolo nella "Lucrezia Borgia" di Donizetti. Trionfo belcantistico, dove l'edonismo timbrico e la grinta interpretativa vanno di pari passo. Alla Scala fischiarono immeritatamente Renée Fleming, grande assente delle scene liriche italiane. Ma ne riparleremo.

La Cedolins, pur con certe riserve, era la migliore in scena. La affiancavano un Radames baldanzoso come Walter Fraccaro, che – raffinando meglio il canto, arricchendo la paletta dinamica, annotandosi sullo spartito qualche segno che lo aiuti nel fraseggio, leggendo qualche testo di Stanislavskij o di altri maestri della recitazione – potrà tornare al personaggio verdiano con qualche freccia in più al suo arco. D'antan la Amneris di Marianne Cornetti, che sulla scena, più che la figlia del Faraone, pareva Mamma Lucia. Alberto Gazale e Giorgio Surian ottimi professionisti, così eccellenti le parti minori come il messaggero di Carlo Bosi e la sacerdotessa di Mariuanna Cappellani. Superbo il coro torinese, preparato da Claudio Marino Moretti. Grande successo, per una apertura di stagione che sembra qualificarsi tra le migliori in Italia.

Sergio Albertini