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CEREVICKI (Gli Stivaletti), opera in quattro atti
Libretto di Jakov Polonskij, tratto da "La notte di Natale" di Nikolaij Gogol'
Musica di Petr Il'ic Cajkovskij

Personaggi ed interpreti
Vakùla – Vsevolod Grivnon
Solocha, strega, madre di Vakula – Irina Makarova
Bes, il diavolo – Albert Schagidullin
Cub, anziano cosacco – Vladimir Ognovenko
Oksana, figlia di Cub – Irina Lungu
Golova, il borgomastro – Igor Matyukhin
Panas, compare di Cub – Nicola Pamio
Maestro di scuola – Gregory Bonfatti
Il Serenissimo – Ilia Kuzmin
Il cerimoniere – Davide Pelissero
La guardia – Ki Hyun Kim
Vecchio cosacco – Alexander Teliga
Lo spirito del bosco – Ilia Kuzmin
Odarka – Gabriella Barone

Orchestra e coro del Teatro alla Scala di Milano
Arild Remmereit, direttore d'orchestra
Bruno Casoni, maestro del coro
Corpo di Ballo del Teatro alla Scala – Silvia Rinaldi, Serena Sarnataro (prime ballerine), Matteo Buongiorno, Vittorio D'Amato (ballerini solisti)
Frederic Olivieri, direttore del Corpo di Ballo

Regia di Yuri Alexandrov
Scene e costumi di Vjaceslav Okunev
Coreografie di Galy Abaydulov
Luci di Gleb Filshtinsky

Milano, Teatro alla Scala, venerdì 7 ottobre 2005, ottava rappresentazione

Un venerdì di pioggia uggiosa, primi accenni di autunno. Ma, varcata la soglia della Scala, nel clima invernale della "Notte di Natale" gogoliana, la solarità, la luminosità, la bellezza ed il calore dell'opera di Cajkovskij messa in stagione, perla tra le perle, riconcilia il cuore, nonostante il futuro delle Fondazioni liriche sia sovrastato da nubi nerissime. Tant'è. Questo spettacolo, che inaugurò nel 2000 la stagione di opere e balletti del Teatro di Cagliari, mostra ancora una volta quanto ricchissimo sia il patrimonio operistico, superata la pigrizia che riveste programmatori e fruitori, fuori da "Carmen" e "Tosca", pur sempre capolavori. Sul "Corriere della Sera" del 22 settembre – procuratevelo, se potete – Paolo Isotta, con la sua scrittura arguta e ricchissima, tesse gli elogi di quest'opera. Opera che, scriveva lo stesso Cajkovskij, "appartiene alle mie più care, perché l'ho scritta con amore e gioia, come l'Onegin, la Quarta Sinfonia, il Secondo Quartetto".

Lo spettacolo è bellissimo. E l'opera, godevole (questo è uno di quei casi in cui torno a chiedermi: si potrebbe "osare", e tornare alle esecuzioni in traduzione italiana del testo ?). Pure, non solo la prima versione, eseguita nel 1876 col titolo de "Il fabbro Vakula" ebbe esito infelice, ma anche "Cerevicki", sorta sulle ceneri di "Vakula", con nuove e significanti varianti nell'orchestrazuine, con 500 battute eliminate e 934 aggiunte, nuove di zecca, nel 1887 ricevette fredda accoglienza, e l'opera presto scomparve dalle scene. Secondo Cui mancava lo "spirito comico", aspetto fondamentale in un'opera fantastica in quattro atti e sette quadri che rende omaggio al mondo fiabesco e contadino di un capolavoro come "Ruslan e Ljudmila" di Glinka. La storia, in sintesi; Ucraina, un villaggio alla fine del 18° secolo, Vakula, fabbro che ha ritratto il diavolo Bes sulla porta della chiesa, vede scatenarsi l'ira di questi che, assiema alla strega Solocha – madre di Vakula – ruba un quarto di luna proprio la notte prima di Natale, e scatena una furiosa tempesta di neve. Vakula corteggia la bella Oksna, figlia del cosacco Cub, la quale gli chiede, come prova d'amore, le scarpette della zarina Caterina; Bes si propone di aiutare Vakula proponendo uno scambio, l'anima contro le scarpette. Vakula si presenta dalla zaina, che spontaneamente gli fa dono del prezioso pegno amoroso, rendendo vane le speranze del diavolo.

Sul podio della Scala, al posto del previsto Rostropovic, si è presentato il giovane direttore norvegese Arild Remmereit, cui va riconosciuto il pieno dominio della partitura, dove lirismo ed echi di danze popolari, atmosfere notturne e parodie stregonesche, bufere di neve e balletti da grand-opéra si mescolano e si svorappongono. Remmereit sa quindi mantenere un perfetto equilibrio tra queste componenti (davvero pregevole l'esecuzione dell'Interludio tra i primi due atti); eccolo quindi dominare il patetismo del terzo arioso di Vakula, ma tenere a freno la ridondanza dele polacche, dei cori, del gopak ucraino.

Fantasmagorica la regia di Yuri Alexandrov, che ha guidato i cantanti-attori verso performances di grande spigliatezza e che assieme allo scenografo e costumista Vjaceslav Okunev ha costruito uno spettacolo fiabesco, sorprendente, tutto giocato su enormi uova che richiamavano a Fabergè. Come "matrioske", le uova si aprono e lasciano uscir da sé chiese illuminate, zarine, zampilli; uova ora trasparenti, ora bordeaux, piccole e grandi. Un incanto per gli occhi, un piacere per la mente.

Non si starà qui a far analisi delle singole vocalità; tutti bravi, davvero, anche se qui e là emergevano taluni limiti (Irina Lungu possiede un registro acuto soggetto all'affaticamento, Albert Schagidullin possiede un volume che spesso viene sopraffatto dall'orchestra), ma sarebbe cosa ingiusta, in uno spettacolo in cui tutti hanno dato il meglio, incluso il magnifico coro scaligero ed il corpo di ballo. Entusiasta la risposta del pubblico, sebbene siano state progressive le defezioni tra un atto e l'altro.

Sergio Albertini