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I LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA, dramma lirico in quattro atti
libretto di Temistocle Solera, dal poema omonimo di Tommaso Grossi
musica di Giuseppe Verdi
(Prima: Milano, Teatro alla Scala, 11 febbraio 1843)

Personaggi ed interpreti:
Arvino – Massimiliano Pisapia
Pagano – Erwin Schrott
Viclinda – Katia Pellegrino
Giselda – Dimitra Theodossiou
Pirro – Marco Spotti
un priore della città di Milano – Enrico Cossutta
Acciano – Cesare Lana
Oronte – Ramon Vargas
Sofia – Daniela Schillaci

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Yehezkel Yerushalmi, violino
Roberto Abbado, Maestro concertatore e direttore
Piero Monti, Maestro del coro

Paul Curran, regia
Kevin Knight, scene e costumi
David Jacques, luci
Massimo Teoldi, direttore dell'allestimento

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 2 ottobre 2005, quinta rappresentazione

Che "I Lombardi" non sia opera felice, è noto. Il librettista, Temistocle Solera, ridusse in quattro parti, piuttosto concise, un poema in quindi canti in ottave di Tommaso Grossi, a danno dello svolgimento logico, complici anche gli assurdi versi del libretto. Il Comunale di Firenze ha affidato a Paul Curran la regia di una nuova produzione che, in un clima di incertezza finanziario, ha inaugurato la nuova stagione; e Curran (dopo il "Tannhauser" scaligero e la "Daphne" a Venezia) firma uno spettacolo che fa discutere. Non tanto per l'attualizzazione: ci si è abituati a "Lombardi" sotto le mura di Gerusalemme anni Novanta, e persino a "Lombardi" con "Guernica" sullo sfondo. Questi "Lombardi" sono ambientati in un Medio Oriente generico, ma molto simile all'Iraq di oggi.

Il primo atto si svolge tra quinte grigie (per Curran, la Milano senza cielo di oggi) con gru e case sullo sfondo, una sorta di "ground zero" padano, tra una folla cittadina che attende l'arrivo di autorità con relative guardie del corpo. Negli atti successivi si susseguono; un grande tappeto di Risiko su cui gli "islamici" spostano dei piccoli carri armati; ecco gli spazi desertici come da tradizione, e rivoli di sangue luminescente farsi strada tra i cretti della sabbia (gli stessi rivoli diverranno azzurri, come acqua miracolosa, ed è idea di bella suggestione); ecco i "tableaux vivants" riprodurre le torture di Ahbu Graib e Guantanamo immortalate in squallide e turpi immagini, con cappucci e prigionieri nudi fotografati in pose umilianti; ecco tute mimetiche a josa e i pellegrini con zainetto, come nelle più tristi gite parrocchiali. Idee talora geniali. ma stemperate dal kitsch di una gestualità dei protagonisti improntata alla più stantia tradizione (un andirivieni goffo, braccia tese, teste reclinate).

L'emozione "ottocentesca" veniva invece restituita appieno dalla superba direzione di Roberto Abbado, che scandiva partecipe i crescendo "battaglieri" del coro, il suo intonar patetico (grande successo per "O Signore dal tetto natio", con il magnifico coro fiorentino che, assieme alle maestranze tutte, aveva manifestato in silenzio ad apertura di sipario contro i tagli ai fondi per lo spettacolo previsti dallo Stato Italiano); ed è forse la chiave più intima che Abbado ha prediletto, riducendo l'enfasi del primo Verdi. In scena, protagonista assoluto l'istrionico Pagano di Erwin Schrott, di gran rilievo nel canto spiegato ed eroico, ma poco convincente come Eremita; splendido l'Oronte di Ramon Vargan, eccellente nell'uso della "mezza voce", e di valore l'Arvino di Massimiliano Pisapia, tenore lirico puro dotato di un timbro solare di acuti squillanti (si alternava con Vargas nel ruolo di Oronte). Deludente la Giselda di Dimitra Theodossiou, che usa e abusa di piani e pianissimi; il registro acuto è sempre la sua zona d'ombra, ed i tentativi di esprimere drammaticità allargando certe note gravi non salvano la sua interpretazione. Ottimi tutti i comprimari; un elogio per le luci di David Jacques e per l'intenso assolo di violino di Yehezkel Yerushalmi.

Sergio Albertini