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Il Barbiere di Siviglia, (Almaviva, ossia L'inutile precauzione) Dramma comico in due atti
Musica di Gioachino Rossini, libretto di Cesare Sterbini
Prima: Roma, Teatro Argentina, 20 febbraio 1816

Personaggi ed interpreti:
il conte d'Almaviva, sotto il nome di Lindoro – Lawrence Brownlee
Bartolo, medico, tutore di Rosina – Elia Fabbian
Rosina, ricca pupilla in casa di Bartolo – Teodora Tchoukourska
Figaro, barbiere – Massimo Cavalletti
Don Basilio, maestro di musica di Rosina, ipocrita – Luciano Batinic
Fiorello, servitore d'Almaviva – Davide Pelissero
Ambrogio, servitore di Bartolo – Luigi Rosatelli
Berta, vecchia cameriera di Bartolo – Kleopatra Papatheologou
un ufficiale – Guido Loconsolo
Solisti dell'Accademia di Perfezionamento per Cantanti Lirici del Teatro alla Scla
Orchestra dell'Accademia del Teatro alla Scala
Coro dell'Accademia del Teatro alla Scala e dell'As.Li.Co di Milano
Al continuo:
Fortepiano, Vincent Scalera
Violoncello, Simone Groppo

Direttore: Enrique Mazzola
Maestro del Coro: Alfonso Caiani
Regia, scene e costumi: Jean-Pierre Ponnelle
Regia ripresa da Lorenza Cantini

Milano, Teatro alla Scala, 24 settembre 2005, sesta rappresentazione

Professori d'orchestra, cantanti lirici, ballerini, maestri collaboratori, coristi, insegnanti di danza, scenografi, tecnici di palcoscenico, sarti, truccatori e parrucchieri, fotografi di scena, esperti dei processi formativi. Sono questi i giovani a cui il Teatro alla Scala apre ogni anno la sua Accademia. Allievi di speciale talento provenienti da tutto il mondo, che studiano gratuitamente e collaborano con i migliori professionisti del Teatro, affiancati da docenti esterni di grande fama. E in più partecipano alla vita e alla produzione della Scala, portando in scena in Italia gli "Spettacoli dei giovani", o contribuendo a realizzare parti dei principali allestimenti della stagione scaligera. Per tutti loro la Scala - simbolo di eccellenza artistica e professionale - diventa un' occasione di apprendimento e di maturazione personale che non dimenticheranno. Per la Scala, la loro formazione e il loro successo costituiscono una particolare occasione di speranza, affinchè due secoli di cultura universalmente riconosciuta offrano le migliori basi per la crescita degli artisti, dei tecnici e del pubblico di domani.

Questo "Barbiere di Siviglia" è il nuovo appuntamento, dopo il giovane Verdi (Oberto Conte di San Bonifacio, Un giorno di regno) e il Donizetti meno noto (Parisina, Ugo conte di Parigi) che hanno occupato le ultime annate dell'iniziativa. Lo spettacolo è quello ben noto del 1969, un'altra produzione storica scaligera che completa il trittico di riproposte, dopo "Boheme"/Zeffirelli e "Cenerentola"/Ponnelle, dell'attuale stagione. Spettacolo che, estremamente funzionale ed efficace, funziona dopo oltre un trentennio, grazie anche all'accurata regia ripresa da Lorenza Cantini; forse oggi si richiederebbe una maggiore ricchezza e varietà nell'uso delle luci, e certi effetti (come la lanterna poggiata presso la buca del suggeritore per creare effetti d'ombra da teatro espressionista) risultano leggermente ingenui. Ma i movimenti di massa, l'uso discreto dei figuranti, gli interventi del coro conservano la sobrietà, l'eleganza, il gusto di Jean-Pierre Ponnelle.

Un "Barbiere" dei giovani. Ma non un "Barbiere" giovane; uno dei difetti è stato, a mio avviso, la direzione secca, rapida, quasi tagliata a colpi d'accetta di Enrique Mazzola, che proponeva (dirigendolo a memoria) un "Barbiere" agitato (il che non significa necessariamente pieno di ritmo). Peccato, perché la sinfonia iniziale pareva promettere molto di più, sia nella paletta dinamica che in certi squarci malinconici. Mazzola aveva a disposizione un'orchestra eccellente, e quasi si faceva fatica a credere che non fosse la "solita" compagine, ma un manipolo di nuove leve provenienti dall'Accademia scaligera; morbidissimi gli archi, perfettamente omogene le sezioni, leggeri e intonati i corni, seducenti i legni, mai esuberanti le percussioni. Un'orchestra che è già pronta, almeno all'ascolto di questa recita, ad affacciarsi professionalmente nell'affollato mondo musicale milanese.

Sul fronte vocale, nessuna infamia ma poche lodi. Il migliore, indubbiamente, l'Almaviva di Lawrence Brownlee; ma dopo aver già sostenuto il Cavalier Belfiore ("Viaggio a Reims") a Genova, "Le comte Ory" a Bologna, aver cantato "Fille du regiment" alla Cincinnati Opera, "Axur" di Salieri all'Opernhaus di Zurigo, "Cenerentola" e "L'italiana in Algeri" alla Scala (dove, nella stagione 2001/02 debuttò proprio con il "Barbiere") , "Don Pasquale" a Seattle e a Detroit, Almaviva a Boston, il "Porgy and Bess" con Maazel, "La donna del Lago", Almaviva ancora a Madrid e alla Radio di Monaco, Lindoro a Boston, Ramiro a Vienna, prossimamente nel "Tancredi" a Washington, ancora Rossini ("Cenerentola" a Trieste, "Il viaggio a Reims" a Bruxelles, Almaviva a San Diego), dopo essere stato protagonista al Covent Garden della nuova opera, "1984", di Maazel, e dopo aver inciso i "Carmina Burana" coi Berliner e Simon Rattle per la Emi, un "Barbiere" per la Sony, un recital per la EMI con Martin Katz di arie da camera italiane... insomma, Brownlee è ancora una giovane promessa dell'Accademia ?

Disinvolto sulla scena, dotato di un bel timbro leggermente venato da un vibrato stretto che dà come un'aura antica al suo canto, acuti smaltati ma non smaglianti (a mio avviso può osare di più), Brownlee è stato purtroppo penalizzato dal taglio dell'aria finale, che forse gli avrebbe permesso di ottenere un successo personale ben più meritevole dei tanti (troppi) applausi sparsi con disinvoltura da un pubblico ben disposto verso tutti gli interpreti. E tuttavia, il suo canto lirico-leggero continua a perpetuare un grosso errore di fondo: Manuel Garcia, il primo interprete di Almaviva era un tenore baritonaleggiante, dalla voce ampia e scura, secondo gli studi approfonditi del compianto Rodolfo Celletti.

Rosina ha da essere mezzosoprano, che spazia in questa scrittura rossiniana da un si naturale sotto il rigo al sol diesis; ora a me questa Teodora Tchoukourska, bulgara dall'ottimo italiano, pare più attestarsi, pel momento, in quella categoria dei soprani corti. La voce appare piccola, neppure troppo bella, e spesso non perfettamente a fuoco nell'intonazione; poco aiutata dalla direzione di Mazzola, non offre attenzioni interpretative particolarmente sfumate ("Una voce poco fa" era, ad esempio, smunta e pallida di umori, né brillava per verve la seconda parte dell'aria); paradossalmente, ci è parsa una Rosina potenzialmente più credibile (almeno nella voce) la greca Kleopatra Papatheologou, che pur nella insignificante parte di Berta è riuscita a colpirmi, nel suo "Il vecchiotto cerca moglie"; seppur l'aria si snodi tutta su un registro centrale, le rapide puntate nel registro grave lasciano trasparire un mezzosoprano naturale, ben timbrato, e scenicamente meno superficiale della Tchoukourska.

Massimo Cavalletti (già ascoltato alla Scala in "Boheme") ha un timbro baritonale chiaro, che ben si sarebbe offerto ad una interpretazione spavalda e sfrontata; vuoi però per i tempi sempre agitati di Mazzola, vuoi per una personaggio ancora da maturare, il suo Figaro, compitato correttamente, era però ancora acerbo e scenicamente impacciato (dovrà, Cavalletti, partire dal suo agitar di mani...). Bene tutti gli altri, dal Don Basilio di Luciano Batinic (ventottenne di Spalato, laureato in stomatologia e solista del Teatro Nazionale di Zagabria, dove ha interpretato ruoli nei "Capuleti e Montecchi", "Boccanegra", "Lady Macbeth di Mzensk" e "Don Carlos") al Bartolo di Elia Fabbian (che alla Scala ha già preso parte alle produzioni di "Traviata", "Luisa Fernanda" e "Gianni Schicchi"), dal Fiorello di gran classe di Davide Pelissero ad un ufficiale di buona voce come Guido Loconsolo. Perfetto il coro dell'Accademia del Teatro alla Scala e dell'As.Li.Co di Milano preparato da Alfonso Caiani e strepitoso il continuo realizzato al cello da Simone Groppo e al fortepiano da Vincent Scalera; che non solo s'è sostituito ad una improvvisa defezione del suono della chitarra nella serenata di Almamiva, ma a tratti disegnava strane evocazioni sonore di gustosa cultura (mi è parso di riconoscere persino l'incipit di "Oh had the Juba's lyre" dal "Joshua" di Haendel e pure le prime note della "Sonata in fa maggiore" op.24 per violino e pianoforte di Beethoven...). Applausi di simpatia per tutti. Se son rose, fioriranno; anzi, se son voci, canteranno...

Sergio Albertini