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L'OLIMPIADE, dramma per musica in tre atti
libretto di Pietro Metastasio, musica di Antonio Vivaldi

Personaggi ed interpreti:
Clistene, re di Sicione; FRIEDRICK WOLF-MATTHIAS, basso
Aristea, sua figlia, amante di Megacle; MARTIN ORO, falsettista
Argene, dama cretese travestita da pastorella, sotto il finto nome di Licori, amante di Licida; BARBARA DI CASTRI, mezzosoprano
Licida, creduto figlio del re di Creta, amante di Aristea e amico di Megacle; BRIAN ASAWA, falsettista
Megacle, amante di Aristea e amico di Licida; GEMMA BERTAGNOLLI, soprano
Aminta, precettore di Licida; ANKE HERRMANN, soprano
Alcandro, confidente di Clistene; FURIO ZANASI, baritono

Accademia Montis Regalis, direttore Alessandro De Marchi
Scenografia virtuale di Fabrizio Barbero con Antonio Pizzo

XXVIII Settembre Musica, Torino, Teatro Regio, 19 settembre 2005

Era il 1939. Anni pionieristici, per Vivaldi, e non solo per il Vivaldi operista. Eppure, la riscoperta (ma meglio sarebbe dire la scoperta) del teatro di Vivaldi nacque allora, quando l'Accademia Chigiana propose diverse rappresentazioni in forma scenica de "L'Olimpiade". Vero. Si trattava di una edizione a cura di Adriano Guarnieri, ma chi può davvero dire senza dubbio alcuno che non si commettano errori anche oggi ? Questa "Olimpiade" e "La fida ninfa" furono i primi titoli a riemergere dall'oblio. Dagli anni Settanta in poi, timidamente prima, sfrontatamente adesso, bacchette ed ugole d'ogni sorta si sono approcciate – tentando il più possibile interpretazioni "storicamente documentate" – alle splendide arie del Prete Rosso. Tocca oggi a Vivaldi quel che una ventina d'anni fa toccò a Haendel e, chissà, domani ad Alessandro Scarlatti (se ne colgono timidi segnali), a Leo, ad Hasse.

Dei quarantanove libretti messi in musica, e delle sessantanove produzioni (riprese incluse) di cui rimangono tracce, delle opere per il teatro di Vivaldi ci rimangono oggi una ventina di partiture; e molte di esse hanno già trovato la via della registrazione discografica, mentre all'orizzonte sie ne affacciano numerose altre, dall'"Armida al campo d'Egitto" a "La Ninfa" alla "Griselda"... Insomma, il tempo di Vivaldi operista è giunto.

La discografia s'è così gonfiata, e da una "Olimpiade" scura scura di voci maschili (per la Hungaroton) o bianca bianca di voci anemiche e controtenori (falsettisti ?), diretta da Clemencic su Nuova Era, sia arriva ad una coraggiosa Vivaldi Edition di belle speranze. Certo, le cose cambiano. Allora, un "Tito Manlio" diretto da Negri, oggi Sardelli, domani chissà. Scimone per il suo "Orlando forioso" aveva la Horne, la scena vocale odierna la sostituisce con pallide ombre vocali che del fasto barocco evocano, al più, il peso della cartapesta. Certo, a risentir gli archi diretti da Bezzina, il "Teuzzone" con una sedicente orchestra barocca, i due "Giustino", c'è da essere poco contenti di gran parte del Vivaldi su disco. Pure, un appiattimento critico tende fin troppo spesso ad elogiare vuoi ora il Vivaldi nevrotico ed ansimante della bella Bartoli, ora i pasticciati pasticci di "Rosmira fedele" o del "Tigrane". Il tempo, solo il tempo, saprà mettere ordine a siffatti entusiasmi.

"L'Olimpiade" è prodotto metastasiano, in primo luogo (coi relativi pregi e difetti); targato 1733, è dramma eroico che celebra gli slittamenti amorosi di due coppie sullo sfondo di un'arcadica scena, attinta attraverso molte fonti, dal Guarini allo Zeno, dal Tasso a Natale Conti. Opera fortunata, "L'Olimpiade" venne rappresentata nei giardini viennesi per il compleanno dell'Imperatrice Elisabetta, con le musiche di Antonio Caldara. Ma a lui si affiancarono nel tempo molti altri, come Duni, Hasse, Traetta, Sacchini, Piccinni, Cafaro, Anfossi, Sarti, Paisiello; ma fu Vivaldi che siglò la seconda ripresa del testo metastasiano.

C'è del marcio in Danimarca, ed anche nell'affaire della musica antica. Non mi stancherò mai di scriverlo. Come in tutte le cose, però, c'è anche un cotè eccellente. Come nel caso dell'Accademia Montis Regalis. Nella "Olimpiade" eseguita con qualche doloroso ma necessario taglio nei recitativi al Regio di Torino (acustica molto buona), è – paradossalmente, vista la quantità di arie, talune davvero straordinarie – l'orchestra a meritare i primi elogi; perché Alessandro De Marchi, ottimo strumentista e direttore sempre più interessante in area barocca, ha – con un organico di tutti archi (solo due corni, in un breve intervento, ed un flautino a becco nel finale) dipanato una paletta cromatica, una ricchezza di effetti/affetti che – lasciatemelo dire – è cosa rara. Pur di farsi notare, altri ensembles italiani hanno invaso le nostre orecchie di un Vivaldi nevrotico, isterico, strappato.

Altri si son fatti languidi, old-fashioned come i Musici o Renato Fasano, semplicemente abbassando il diapason. Ma questa orchestra, che troppo poco si ascolta in giro per l'Italia (nonostante la fervente dinamicità del suo direttore artistico, Giorgio Tabacco), è invece bella tra le belle, e – per fortura – nella "Vivaldi Edition" che pian pianino esce su disco – forse in sequenza caotica, ma prima o poi tutti i tasselli si metteranno a posto – ha già dato prova di aver maturato appieno il pieno controllo dello stile, del fraseggio, della freschezza e del ritmo vivaldiani. L'esecuzione in forma di concerto per "Settembre Musica" al Teatro Regio è stata, per molti versi, indimenticabile. In primis, la capacità di De Marchi di animare il recitativo secco con un doppio basso continuo con quell'inseguirsi dei cembali, col sostegno del cello (il bravissimo Alessandro Palmeri) e dell'arciliuto. Ma tutta l'esecuzione è costellata di virtuosismi, ora dinamici (quale magnifico pianissimo accompagna l'aria "Qual serpe fortunosa") ora espressivi (superba l'Accademia nella frase "Dov'è! Dov'è!" intonata da Barbara Di Castri). Ogni sfumatura, nel canto e nella parola, sono adagiati su un'attentissima ricerca sonora ottenuta da De Marchi dalla "sua" orchestra. E quale corpo, quale drammaticità emerge dai violoncelli soli nell'accompagnamento a Zanasi ne "Sciagurato in faccia a morte" (III atto), o gli intensi stacchi dinamici forte/piano nell'aria eseguita dalla Bertagnolli "Non seguita felice" (atto III).

Gli interpreti vocali gli tengono testa in almeno un paio di casi. Trionfatrice assoluta è Gemma Bertagnolli (Megacle), vera Diva del belcanto che, purtroppo, non possiede il sostegno mediatico di Madame Bartoli. ma che le è decisamente superiore nella bellezza del timbro e nella precisione delle agilità; la Bertagnolli, a differenza di numerose altre virtuose, dona al virtuosismo stesso una ricchezza espressiva coniugata da una linea di canto legata e morbidissima. Eccellente il suo "Se cerca, se dice", mentre certi abbellimenti e certe variazioni nelle arie agitate lasciano di stucco per l'esattezza, la fantasia, il colore.

Grande prova anche quella dei due uomini; Zanasi è quel fine cesellatore che ben si conosce, mentre vera rivelazione è Friedrick Wolf-Matthias, giunto in extremis a sostituire il falsettista Robert Ogden. La sua voce di basso grave, piena, risonante è un piacere desueto nel panorama barocco. Meno mi entusiasmano i falsettisti; Brian Asawa e Martin Oro hanno ottima tecnica, bei fiati, giusta intonazione, ma quale povertà di armonici, quale monotonia espressiva. Verrà un tempo in cui si tornerà a voci naturali, superata la fase del "falso castrato" ? Barbara Di Castri è stata una partecipe, intensa, vibrante Argene, mentre ad Anke Herrmann è toccata l'aria forse più difficile, quel "Siam navi all'onde algenti", cavandosela con onesta professionalità. Ma ci vuol altro, per questo repertorio.

Sergio Albertini