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DAPHNE, di Richard Strauss
June Anderson (Daphne), Roberto Saccà (Leukippos), Scott Mac Allister (Apollo), Daniel Lewis Williams (Peneios), Birgit Remmert (Gaea)
Regia di Paul Curran, scene e costumi di Kevin Knight
Orchestra e coro del Teatro La Fenice diretti da Stefan Anton Reck
Maestro del coro Emanuela Di Pietro
Prima rappresentazione a Venezia
Venezia, Gran Teatro La Fenice, 18 giugno 2005

"Daphne" senza foglie. Una messa in scena minimalista, buona per "Jenufa" come per "Amahl and the night visitors", come per certe regie care a Wieland Wagner. Una Daphne che Richard Strauss terminò sotto il sole rovente di Taormina, in Sicilia, si avvolge, nel nuovo allestimento veneziano, in un cono d'ombra, tenebroso e quasi disperato. Paul Curran e Kevin Night, per la prima "Daphne" mai eseguita alla Fenice, hanno ideato un'unica scena nera, una piattaforma circolare in leggera pendenza verso l'orchestra costituita tra tre cerchi concentrici che, in diversi momenti, si alzano, si abbassano, ruotano su piani trasversali realizzando come delle spirali, sempre con un albero rinsecchito, piegato dal vento, al centro del cerchio (albero rinsecchito che, paradossalmente, viene smontato, pezzo dopo pezzo, durante la festa del tralcio fiorito...). I costumi, buoni anche per "I brandeburghesi in Boemia" o "La sposa venduta", si rifanno ad un immaginatio folclore di matrice balcanica, sottraendo volutamente all'immaginario ogni evocazione mitica. E tuttavia, questo fastidioso minimalismo, dapprima irritante, a poco a poco inizia a sedurre, grazie alla cura minuziosa che Curran pone nella gestualità, nelle mutazioni mimiche del volto, ma soprattutto grazie ad una esecuzione musicale eccellente.

Innanzi tutto la direzione di Stefan Anton Reck; sin dal "Preludio" la descrizione dell'atmosfera agreste e arcaica viene ridisegnata da Reck senza alcuna nostalgia del passato, piuttosto come congelando il materiale sonoro in una rilettura post-moderna. Sin da quest'esordio (i legni dapprima, poi il melodiare dell'oboe) la qualità dell'orchestra veneziana ha modo di mettersi in gran luce; e all'entar dei pastori, ecco Reck dipingere in filigrana l'evocazione del temporale estivo, con un suono di timpani che par provenire da lontano.

June Anderson segna qui uno dei suoi ruoli più riusciti: in una forma vocale smagliante, matura, radiosa, canta e agisce in scena come la più grande di tutte le Daphne odierne. Ed è un debutto. Appena intona il suo primo grande monologo, "O bleib, geliebtet Tag!", il suo canto irrora la sala di una luce brillante, quasi accecante. Nessuno sforzo, acuti di assoluta sicurezza, agilità fluide, porta la sua esperienza belcantistica in una scrittura tardoromantica; e il canto si fa incanto nella scena finale, che esordisce con "Unheilvolle Daphne!", quando la protagonista, separandosi da Leukippos morente, dice addio anche alla propria innocenza. Nel canto della Anderson si ritrova via via il dolore della perdita, la trepidazione erotica, il rimpianto dell'amore, fino alla scena di chiusa "muta", in cui, nel suo candido abito, la desolazione si fa commozione. Peraltro, sostenuta da un'orchestra tenuta da Reck come in trasparenza. Meritate le ovazioni dirette alla Anderson al termine dell'opera.

Il resto del cast era di prim'ordine, a partire dai due tenori, Roberto Saccà, festeggiatissimo dal pubblico veneziano (era stato l'Alfredo della "Traviata" inaugurale), convincente Leukippos, e Scott Mac Allister, un Apollo di luminosa nobiltà che riflette appieno l'accento eroico richiesto da Straussi; accanto ad essi, più debole, l'austera Gaea (dalle risonanza gravi poco ampie) di Birgit Remmert e l'ottimo Peneios di Daniel Lewis Williams. Molto buona la prova del coro, preparato da Emanuela Di Pietro. E per l'anno prossimo, si preannuncia una "Salome" nella versione francese, ancora con la Anderson protagonista.

Sergio Albertini