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Macbeth
Melodramma in quattro parti di Giuseppe Verdi, libretto di Francesco Maria Piave, da Shakespeare
versione di Parigi

Personaggi: ed interpreti:
Macbeth - Carlos Alvarez
Banco - Giovanni Furlanetto
Lady Macbeth, moglie di Macbeth - Tatiana Serjan
la sua dama - Francesca Pedaci
Macduff, nobile scozzese, signore di Fiff - Giuseppe Gipali
Malcolm, figlio di Duncano - Alessandro Liberatore
Un medico – Carlo Di Cristoforo
Un domestico di Macbeth – Sandro Pucci
Un sicario – Raffaele Costantini

Ensemble Micha van Hoecke
Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna
Daniele Gatti, direttore
Marcel Seminara, maestro del coro
Micha van Hoecke, regia e coreografie
Edoardo Sanchi, scene
Marella Ferrera, costumi
Daniele Naldi, luci

Bologna, Teatro Comunale, 12 giugno 2005

Macbeth profuma di Oriente estremo. Estremo non solo geograficamente, ma per la crudezza e la ferocia delle sue emozioni. Nel nuovo allestimento coprodotto con Ravenna Festival e il Teatro Verdi di Trieste, il Comunale di Bologna, a chiusura di stagione, ha presentato l'opera verdiana in una rilettura di Micha van Hoecke di grande coerenza e di assoluto rigore. Ispirandosi a Kurosawa e alla sua trasposizione cinematografica, "Trono di Sangue", van Hoecke ha ricostruito una storia piena di ritualità, forza, mistero in uno spazio vuoto e immaginario, in una notte perenne, illuminata da tagli lividi di luce che quasi feriscono i volti dei protagonisti. Una angoscia opprimente e ineluttabile scaturisce anche dal tetto obliquo, nero e riflettente, che sovrasta tutta la scena (di Edoardo Sanchi), mentre dalla piattaforma nera si aprono come delle botole da cui entrano ed escono i personaggi. E' quindi dall'abisso che emergono i tre gruppi di streghe "cantanti", duplicate dai mimi sulla scena.

Per i movimenti, il regista e coreografo belga, si è ispirato ad una sorta di rappresentazione del Bushido, il codice d'onore dei Samurai, in particolar modo per la postura e l'orientamento dei personaggi, mescolandolo assieme alle movenze esasperate del Kabuki e alla immobilità del Teatro No; nella percezione, nel "sentire" del mondo attorno a sé, Macbeth e Banco, ad esempio, non guardano mai le Streghe, ma lasciano che il loro canto giunga ad essi come se fosse energia che giunge dal profondo delle loro anime. Così come Macbeth non vede, né guarda, lo spettro di Banco nella scena del Brindisi del II Atto, perché è come se l'azione si svolgesse ancora una volta nella mente del protagonista. Tra i bellissimi costumi (di Marella Ferrera), rigorosi ed austeri, ed ovviamente di matrice nipponico-medioevale, spiccano quelli per Lady Macbeth; una vera e propria Dark Lady, ferina e morbosamente seducente (splendida la chiusura del II Atto, quando lei poggia il suo ginocchio sulle gambe di Macbeth seduto, e lui lascia scivolarci sopra la mano...), in abito nero, scollato, mentre di raffinatissima suggestione è la scena del sonnambulismo in cui Lady Macbeth, in abito bianco (colore del lutto in Oriente), srotola dietro di sé, aiutata da servi di scena, un lunghissimo strascico, che viene macchiato di sangue da piccoli petali sparsi sempre dai servi di scena. E' lei a tessere e a dipanare i fatti (e i misfatti), e d'altronde, il titolo originale del film di Akira Kurosawa non è forse "Il castello della ragnatela"?

Musicalmente, si è trattata di una esecuzione eccellente. Merito, in primo luogo, di Daniele Gatti, che ha tenuto tutto l'arco dinamico (dal pianissimo al fortissimo) sempre in tensione, ben corrisposto dall'orchestra bolognese in splendida forma. Straordinaria la Lady Macbeth di Tatiana Serjan; figura carismatica, è dotata di un timbro interessante, tagliente e acidulo (ricorda a tratti Sylvia Sass), fortemente espressivo, capace di sottigliezze e sfumature che ben restituiscono tutta la complessità del personaggio. Uno strepitoso Macbeth è stato Carlos Alvarez; sin dal suo ingresso in scena si staglia con prepotenza la dicotomia tra la forma fisica, di bell'impatto, e il suo tormento, il suo cantare che attraversa il delirio e l'angoscia, il tormento e il cedimento. La voce, tonda, piena, rotonda, si proiettava in sala con grande forza e assieme con calibratissimo rispetto del dettato verdiano. Banco di gran gusto era Ferruccio Furlanetto, dalle ampie risonanze gravi, e misurato il Macduff di Giuseppe Gipali. Purtroppo, tra tanta eleganza e rigore registico, Gipali ha intonato la sua aria "Ah, la paterna mano" ponendosi sul boccascena, immobile, e agitando il suo braccino in su e in giù per una trentina di volte, come il peggiore dei tenori degli anni Cinquanta...

Gatti e van Hoecke hanno optato per l'edizione completa di danze, e qui l'unica nota stonata. Credo che, con l'impostazione nippo-medioevale dell'opera, meglio sarebbe stato chiudere il sipario e restituire alle danze la loro pura essenza musicale; perché le coreografie (dello stesso van Hoecke) risultavano esagitate, e dopo tanta estenuante raffinatezza quelle pseudotarantelle e quell'affannarsi di su e di giù esageratamente (un po' come accaduto ai mimi che "doppiavano" le Streghe) erano davvero insopportabili. Un plauso particolare al coro del Comunale di Bologna, preparato da Marcel Seminara, ben in evidenza in "Patria oppressa": Grandissimo successo.

Sergio Albertini