I cookie ci aiutano ad offrirti un servizio migliore. Utilizzando il nostro sito accetti l'uso dei cookie. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, visualizza la nostra cookie policy.

La Cenerentola ossia La bontà in trionfo
Dramma giocoso in due atti di Gioachino Rossini, libretto di Jacopo Ferretti, da Perrault

Personaggi ed interpreti
Don Ramiro – Juan Diego Florez
Dandini – Alessandro Corbelli
Don Magnifico – Simone Alaimo
Clorinda – Jeannette Fischer
Tisbe – Tiziana Tramonti
Alidoro – Mark Steven Doss
Angelina, detta Cenerentola – Joyce Di Donato
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano
Bruno Campanella, maestro concertatore e direttore d'orchestra
Bruno Casoni, maestro del coro
Jean-Pierre Ponnelle, regia, scene e costumi
Regia ripresa da Sonja Frisell
Milano, Teatro alla Scala, 11 luglio 2005 – sesta rappresentazione

Torna il sorriso alla Scala. Ed è frase che assume ampie valenze. La buriana via via si allontana, già il nuovo che avanza solletica l'orecchio (un 7 dicembre con Daniel Harding sul podio per "Idomeneo"), e la ripresa di "Cenerentola" rievoca la solida tradizione di un teatro con un grande passato dietro le spalle, ed un futuro immediato in via di ricostruzione. Cenerentola, quindi. Che poteva anche titolarsi "Cenerentola, ossia Il Garbo in Trionfo". Perché la regia (ripresa da Sonja Frisell), le scene ed i costumi di Jean Pierre Ponnelle sono davvero il trionfo del garbo, nell'elegante e discreta messa in scena, efficacissima e ben conosciuta (è allestimento che assieme alla "Boheme" scaligera e alla "Figlia del reggimento" palermitana, tutt'e due griffate Zeffirelli han più viaggiato nel mondo in questi trent'anni), impostata sull'eleganza del sorriso (e mi piace qui ricordare il coro, non solo per l'elevato standard qualitativo raggiunto assieme alla guida di Bruno casoni, ma anche la resa attoriale; dalla marcia che accompagna l'uscita di scena di Don Magnifico alla commozione durante il rondò finale, dagli ammiccamenti con Don Ramiro a quelli con le due pestifere sorellastre). Sonja Frisell ha mantenuto appieno la cifra originale, e a lei va il merito indubbio di serbare intatto il fascino di questo spettacolo.

Come altri hanno già sottolineato, l'opera potrebbe ben intitolarsi "Don Magnifico". Perché, in ispecie in questa occasione, un cantante-attore del calibro di Simone Alaimo, già negli stessi panni per altre tre riprese scaligere, esalta il ruolo, lo amplifica, ne mette a fuoco alcune sfaccettature; com'è odioso, e crudele, nei suoi gesti verso Angelina, e com'è mellifluo verso il potere, e com'è spocchioso all'interno della reggia, come s'usa dire dalle parti di Alaimo – ed anche mie – in Sicilia, tipico del "piruocchio arrinisciuto"! Ma le sue capacità da vero mattatore della scena nulla sarebbero se non fossero, come sono, accompagnate da una voce in gran forma. E s'ascoltino non solo i sillabati (resi da Alaimo con una fisicità globale, e il sudore in scena lo evidenzia va!), ma i lunghi fiati con cui dalla scena esce. Impeccabile.

Poteva intitolarsi anche "Dandini, o del travestimento", tale è stata l'assoluta, magnifica prova anche di Alessandro Corbelli. Umoristico, elegante, mai pochadistico, il Dandini di Corbelli è una delizia per gli occhi e per le oerecchie; per i primi, una mimica accennata, non esibita, un gioco che mi ricorda un grande comico come Enrico Viarisio (mi par persino che il torinese Corbelli finisca per l'assomigliargli...), tutto in punta di ironia. Per le orecchie, Corbelli, senza sforzo, sciorina il sillabato rossiniano con impeccabile precisione, con nonchalance, con un timbro morbido e signorile. Bravissimo. Oppure, altro titolo potea esser "Le due sorellastre di Angelina". Perché in parti apparentemente minori, Jeannette Fischer (che si esibisce gustosamente persino sulle punte) e l'adorabile Tiziana Tramonti, imbacuccate in esilaranti abiti e parrucche, abilissime scenicamente, strappano risate ed applausi convinti.

L'opera, purtroppo questa volta, non poteva rinnovare il proprio titolo in "L'amore di Don Ramiro". Juan Diego Florez, colpito da una improvvisa indisposizione annunciata nell'intervallo, era probabilmente l'artista cui erano più puntate le orecchie degli spettatori. Non ha deluso, Juan Diego, perché è fior di tenore; principesco nel sembiante e nel portamento, regala un fraseggio curatissimo (com'è languido nel primo duetto con Cenerentola, come bene sa esprimere nel secondo atto la sorpresa e lo stupore), gli acuti sono d'argento, ben proiettati. Pure, manca qualcosa. Manca la partecipazione, ecco. Come se compitasse un ruolo, ma la sua testa fosse altrove. Chissà.

Il titolo poteva essere anche "Una bacchetta per Cenerentola". E non quella della fata, che qui, si sa, è sostituita dal tutore-mago Alidoro (purtroppo, un tonitruante Mark Steven Doss, pieno di vibrato e suoni cavernosi, assolutamente non in sintonia col resto del cast). No, la bacchetta è quella di Bruno Campanella. Grandissimo, e oserei dire, senza confronti col Rossini e col Donizetti comico. Innanzi tutto il suono. Terso, trasparente anche nel forte e nei famosi crescendo; un suono in cui le voci avevano appieno il loro spazio, ma coabitavano con il nitore degli strumentini, viaggiavano assieme in una ricchissima dinamica. I tempi scelti da Campanella mi son sembrati estremamente interessanti; il duetto "Un soave non so che" era estatico, dilatato, etereo e sospeso, così come bellissima la scelta, ricchissima nella sua variopinta varietà, del finale.

Ma l'opera si intitola "Cenerentola", e alla Scala aveva pienamente ragion d'essere. Perché s'è ascoltata la più bella (com'è perfetto il phisique du role) e la più interessante delle Cenerentole dei nostri giorni; Joyce Di Donato (tenetela d'occhio, la ragazza, ch'è cantante davvero sopraffina!) porge un timbro malinconico (la von Stade è nella sua memoria, probabilmente), ma anche un gusto che – s'avverte appieno in certe abbozzate messe di voce – deriva anche dalla sua frequentazione del repertorio barocco. E nel gran finale, la bella e brava Di Donato tira fuori delle variazioni nel rondò di eccezionale qualità (sono sue ? e se no, a chi sono da addebitare ? a Campanella ?). Autentiche ovazioni per tutti, dal coro (e al suo Maestro) a Campanella, agli interpreti tutti, con particolare trionfo per Alaimo, Corbelli e la Di Donato. Grande Rossini, grande serata. Grande Scala.

Sergio Albertini