I cookie ci aiutano ad offrirti un servizio migliore. Utilizzando il nostro sito accetti l'uso dei cookie. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, visualizza la nostra cookie policy.

Due voci, un sabato (2 luglio 2005) a Milano. Due stili, due vocalità, due mondi diversi eppure non lontani. Al Portico dell’Elefante del Castello Sforzesco, promosso dalla “Associazioni Castelli & Ville aperti in Lombardia” tocca al mondo classico con un giovane soprano giapponese, Chiharu Kubo, laureatasi a Tokyo in Belle Arti e Musica con specializzazione in musica vocale e perfezionatasi in seguito a Milano; dal contemporaneo (ha debuttato al Piccolo Regio di Torino nell’opera “The Sounf of a Voice” di Philip Glass in prima europea) al barocco, la Kubo ha proposto, tra i raggi cocenti del sole di un tardo pomeriggio, in un’acustica eccellente, un programma succoso ed intrigante, sia pur con qualche ambizione di troppo. La voce della Kubo è quella di un lirico con possibilità di un leggero; sicurezza nell’emissione, con attacchi puri e precisi, un timbro morbido ma non particolarmente seducente, acuti ben proiettati, esatta intonazione. Quel che manca, però, e che indubbiamente sarà in grado di acquistare nel procedere dei suoi studi, è un fraseggio che sia vario e adeguato.

Metti le prime due arie del suo recital, “Io son quel gelsomino” da “Arsilda” di Vivaldi; le parole “soletto” e “ascoso” (questa, peraltro, su un registro grave che la Kubo ha restituito con bell’effetto) hanno un valore di “affetto musicale” e di “effetto” ben preciso, così come il “Tornami a vagheggiar” dalla “Alcina” di Haendel, con abbellimenti di modesto valore, abbisognano di un edonismo, di un sorprendente, di una ricchezza coloristica che la Kobu ancora non possiede. Il suo limite – comune a moltissimi cantanti di buoni mezzi – è una monocromia, un appiattimento espressivo che genera, alfine, noia. Il Rossini de “La pastorella delle Alpi” deve contenere brio, gli impegnativi sonetti petrarcheschi di Liszt appartengono ad altra area, e, benchè la Kobu abbia dizione esatta, le parole perdono peso. E dire che il programma era davvero ben impaginato; assieme al Liszt citato, le rare “Tre canzoni trecentesche” di Casella intrise di un neoclasssicismo piuttosto di maniera, assieme alle curiose “Amore e tosse” di Umberto Mazzone e a “La moda” di Carlo Antonio Gomes. Al pianoforte, la bella presenza di Christian Schmitz, perfettamente a suo agio anche nelle pagine escluviamente pianistiche del Rossini dei “Quelques Riens” o del “Valzer in Fa” di Verdi. So di un suo recital che spaziava, poche settimane fa, da Cage a Takemitsu, da Sciarrino a Glass, a Lodi; spero di poterlo riascoltare a Milano quanto prima. Anche perché il tocco elegante, aristocratico, perfettamente rispettoso dei respiri e delle necessità del soprano mostra classe e gusto preziosi. Grande successo di un pubblico eterogeno, seduto sui capitelli del cortile, sdraiato sull’erba, sulle sedie. Un piacere di fare musica e di ascoltare che rendeva, tutto sommato, magico il recital.

All’Ottagono della Galleria, la sera, altro clima, ma stessa magia di folla, entusiasta, per una voce di estrazione jazz. O quasi. Sostenuta da un trio di squisita musicalità, a partire dal pianista Nando De Luca, del quale non si può non sottolineare l’acceso lirismo delle sue intro (“Estate” di Bruno Martino come mai l’ho sentita, neppure dal grande Petrucciani…) ed il senso dello swing, ben coadiuvato da uno strepitoso Luciano Milanese al contrabbasso (i suoi “a solo” sono stati entusiasmanti) e dallo scatenato Ellade Bandini alla batteria. Tre musicisisti di grande carisma, ma soprattutto (basta guardarli!) di immediata comunicativa e simpatia.

Ma la “star” era lei, Patrizia Conte (nella foto). Brava, ma non sempre. Perché se è indubbia la sua natura da “animale da palcoscenico”, se molto riuscite sono le sue improvvisazioni scat (in “You stopper out of a dream” di Nacio Herb Brown o in “Take the ‘A’-Train” di Billy Strayhorn, attaccata con incertezza ma poi magnificamente sviluppata), se contagioso è il suo swing (come in “Cheek to cheek” di Irving Berlin, che però personalmente preferisco restiuita ad un clima più sofisiticato e soft, e quindi versi come “Heaven, I’m in heaven” devono essere eleganti, e non smorfiati…), altro mi lascia perplesso. Il birignao, per l’appunto. (sulla parola “inside”, ad esempio, nella ballad “Tenderly” di Jack Lawrence/Walter Gross, in cui la Conte insiste molto sulle vocali finali di ogni frase); o certi finali, presi sempre con una risoluzione alta, non sempre perfettamente intonata (“Over the rainbow” di Harold Arlen e E.Y. Harburg). E’ voced generosa, quella della Conte, ed ha grinta, che viene fuori alla grande in un blues. Blues dove viene fuori, però, quel suo concetto di intrattenimento di gusto – ahinoi – televisivo (“my brother, my sister, my mother… e tutta la famiglia”, canta la Conte). Battutte sui rutti causati dall’acqua con le bollicine, la ricerca di un marito – e duetti invero di dubbio gusto con due signori del pubblico… - certi ammiccamenti al “passeggiare” in Galleria, il calcare troppo la mano sulle origini del Sud (“Taranto in provincia di Tunisi”, “si dice sciusicare da voi ?”). Si dirà che è un modo ruffiano e canagliesco di attirarsi la simpatia. Si, ma allora meglio Sconsolata (il personaggio creato da Anna Maria Barbera), che ha scelto di fare la comica, non la vocalist!

Sergio Albertini