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I have a blue house with a blue window.
blue is the colour of all that i wear.
blue are the streets and all the trees are blue.
i have a girlfriend and she is so blue.
blue are the people here that walk around,
blue like my corvette, it's standing outside.
blue are the words i say and what i think.
blue are the feelings that live inside me.
-Eiffel 65, "Blue"

AIDA
Opera in quattro atti di Giuseppe Verdi (Il Cairo, Teatro dell'Opera, 24 dicembre 1871), libretto di Antonio Ghislanzoni

Personaggied interpreti:
il re d'Egitto – Enrico Turco
Amneris, sua figlia – Luciana D'Intino
Aida, schiava etiope – Daniela Dessì
Radamès, capitano delle guardie – Fabio Armiliato
Ramfis, capo dei sacerdoti – Mario Luperi
Amonasro, re d'Etiopia, padre di Aida - Juan Pons
una sacerdotessa – Tiziana Tramonti
un messaggero – Carlo Bosi
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma
Maestro concertatore e direttore d'orchestra Bruno Bartoletti
Maestro del coro Martino Faggioni
Uno spettacolo ideato da Alberto Fassini e realizzato da Joseph Franconi Lee
Scene e costumi di Mauro Carosi
Luci di Guido Lievi
Compagnia Balletto di Roma – Coreografia di Amedeo Amodio
Parma, Teatro Regio, Festival Verdi, domenica 19 giugno 2005 – quarta recita

Diciotto anni son tanti. Diciotto anni di assenza dalla scena parmigiana di "Aida" sono un'intera generazione. Necessario, quindi, colmare questa assenza con una nuova produzione fastosa, celebrativa, in una parola (appropriata quanto forse contata): "faraonica". Quando si parla di "Aida", si sottolinea sempre l'intimità della vicenda. Contrapposta – quasi sempre – ad una realizzazione imponente. C'erano, e ben rese, l'una e l'altra.

Un segno, una traccia, s'aveva già fuori dal teatro. Un obelisco, tutto azzurro, su una base fitta di geroglifici, anch'essa azzurra. Azzurra, come i "cieli" evocati in musica. Ma il primo richiamo – tra le stanze della memoria che abito – è al "Blu" di Derek Jarman, a quei 76 minuti di schermo sempre e solo azzurro, dove la narrazione veniva affidata alle parole di Jarman, ormai cieco, alla ambient music di Simon Fisher Turner, alle grida e ai rumori. Un azzurro infinito. Quello del mare, del cielo, dell'infinito. "Dove siete quando tutto ciò che avete davanti è il blu ? Siete davanti all'infinito. Non c'è un dentro e un fuori". L'azzurro di Jarman è un orizzonte, una soglia tra la vita e la morte. E – ancora per sottili richiami – azzurro era il nucleo cromatico della pittura di Yves Klein, morto trentaquattrenne nel 1962, che ne aveva fatto il suo unico colore "per una ricerca dell'indefinibile in pittura". Lo scorso anno, in una Galleria di Venezia, c'erano le opere – tutte blu – di Klein, anche quelle statue che ripropongono i classici come la Venere di Alessandria, la Nike di Samotracia, lo Schiavo di Michelangelo, quel blu "puro, immateriale, metafisico, capace di suscitare emozioni al di là della materia".

E "Blue" è quel disco (1971: com'ero giovane e malinconico, allora...) di Joni Mitchell, disco di lontanze e nostalgie. Aida come Joni Mitchell ? Perché no. Nel disco la cantautrice si strugge nei ricordi del suo nativo Canada ("A Case Of You"), di un fiume gelato su cui poter pattinare ("River"), della costa pacifica ("California").

Non so se Alberto Fassini aveva premonizione della sua morte, come Jarman, non so se avesse amato Klein o ascoltato Joni Mitchell; ma questo azzurra "Aida" è anche il suo testamento, l'ultima opera progettata ma non vista. Ed il gioco dei rimandi che mi suscita vuol dire che è "Aida" profondamente pensata. Se l'azzurro è il colore dominante, sin dallo splendido sipario colmo di geroglifici che accoglie gli spettatori nella bella sala del Regio parmense, non s'ha da pensare ad uno spettacolo monocromo, tutt'altro. Grandi colonne, minuziosamente pervase da geroglifici, poste nei vari quadri con tagli diversi sul palcoscenico racchiudevano l'azione, che – nelle narrazioni intime dei protagonisti – si svolgeva sul bordo estremo della scena, oltre una piccola gradinata, come negli "a parte" dell'opera barocca. Nelle critiche che ho letto su questo allestimento (ideato da Fassini e realizzato da Joseph Franconi Lee, che a lungo ha collaborato col regista palermitano) s'è sottolineata la dimensione, per l'appunto, barocca, predominata dall'horror vacui; dall'altra, l'artificiosità che ha tolto l'esotismo "sottilmente autentico" (testuale) che è nella musica.

Ora, "Aida" è di ambientazione storica generica, basti andarsi a riguardare le trombe di scena che si ispirano più ad un modello romano che non egizio; e poi, le melodie "esotiche" sono di pura invenzione (scrive Gianni Ruffin: "inventare il vero" è (...) il motto di sapore "manzoniano" con cui Verdi suggellò l'attitudine del proprio genio drammaturgico"). E quindi quei costumi definiti da altra critica "campionario del cattivo gusto dell'intero repertorio operistico" sono invece un altro omaggio all'esotismo – certo, baraccone e inaffidabile – che collega Cecil B.De Mille ad "Alexander". L'esotismo di Amonasro è contiguo a quello del "Guarany" di Gomes, l'abito di Amneris è parente di quello per una qualunque Semiramide, o una Theodora di Haendel, o della Cleopatra della Taylor. E' icona, femme fatale, vamp, dark lady...quella figura che già agli esordi del muto trovata perfetta simbiosi in Theda Bara. E Mauro Carosi, che firma scene e costumi, ha messo perfettamente a fuoco l'idea dell'esotico, caro ad Orientalisti di provincia, ai Salgari che mai viaggiarono, alle canzonette italiane d'antan che avevan versi come 'laggiù sul Nilo Blu, non c'è più una virtù, si sposan gli zebù insieme ai marabù"...

Spettacolo, quindi, bello. Di una bellezza che va oltre l'immediato aspetto estetico. I contrasti dell'oro delle porte con l'azzurro cobalto, il color sabbia delle stesse nella scena della tomba, un uso minuzioso e radiante delle luci di un Guido Lievi in stato di grazia che mutava assieme al farsi drammaturgico mi hanno pienamente soddisfatto (e come ben emergeva dal fondo un Nilo in resina increspato da impercettibili onde). Ben più di altre "Aida" tra quelle che ho visto, come quella che segnò la riapertura del Massimo di Palermo, dove c'era persino una galleria di divinità egizie in basalto nero e la prua di una nave che entrava direttamente in scena... Se non era kitsch quello!

Bruno Bartoletti è Signore del podio. Si coglieva una personale rilettura della partitura, attenta a dare densità sonore diverse al dipanarsi delle sfere private e quelle politiche; tenue, ma mai stinte, le prime, più pastose, ma mai ridondanti, le seconde. Assecondato dalla resa magnifica dell'orchestra del Regio e dalla compagine corale preparata da Martino Faggioni. Su questa attenta lettura, bene si inserivano le coereografie di Amedeo Amodio. Tutto bene, allora ? No. Perchè le mie riserve vanno al cast vocale.

La migliore in assoluto, Daniela Dessì. Come ho avuto moto di scrivere a proposito della sua recente Desdemona scaligera (http://www.isolisti.org/occhio_sulla_cultura_dett.asp?font=grande&id=143&page=1), il soprano è uno dei migliori esistenti oggi in Italia; rispettosa, fraseggia con eleganza, possiede una sufficiente paletta dinamica, ma manca di forte personalità in scena. E questo si coglie, più che nel canto, nella sua gestualità (non so quanto richiesto da Franconi Lee), fatta tutta di mani che si posano, progressivamente, sulle labbra (stupore), sulle guance (paura), sugli occhi (dolore), sulla fronte (disperazione). Una gestualità che andava bene per la Tonina Torrielli di "Amami se vuoi", "Aspettandoti", "Colpevole", "Perdonarsi in due" (i suoi successi degli anni Cinquanta), ma non per un teatro d'opera del dopo Callas, del dopo Strehler, del dopo Wilson, del dopo Peter Sellars...

Fabio Armiliato è uno spavaldo Radames. Non possiede i pettorali di Cura, ma ha volume, lucentezza dello squillo, intonazione sicura. Purtroppo, questo canto da spavaldo scivola rapidamente in stentoreo. Un canto sempre preso di petto, dal forte al fortissimo, poco in linea con i colori trovati in orchestra da Bartoletti. Un Radames coté Del Monaco, senza la brunitura del timbro che Del Monaco possedeva.

Luciana D'Intino è stata, a mio avviso, una scelta poco felice. Anche la D'Intino è erede di un canto all'antica; che potevano andar bene (a chi piace il genere...) quando i suoi registri mantenevano ancora omogeneità. La sua Amneris, matronale più che regale, all'ascolto presentava crepe analoghe a quelle disegnate sui lastroni di pietra della scena; il registro di petto e quello di testa sembrano oramai appartenere a due stagioni diverse della voce. Juan Pons, forte di una lunga e solida carriera alle spalle, riesce a trasformare certe spinte e certe forzature del suo canto nel disegno di un Amonasro irrequieto e furente. Bene le altre parti: un Mario Luperi tenebroso, un solenne Enrico Turco, un vibrante Carlo Bosi e la splendente sacerdotessa di Tiziana Tramonti.

Sergio Albertini