I cookie ci aiutano ad offrirti un servizio migliore. Utilizzando il nostro sito accetti l'uso dei cookie. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, visualizza la nostra cookie policy.

Arena di Verona, e sai cosa vedi/senti. Uno spot, una jingle, lucine accese, tanti turisti, l’intramontabile magia, gli spettacoloni. Qualcuno li chiama eventi. Quasi mai lo sono, ma certo è appuntamento ineluttabile con le estati operistiche italiane e non solo. “La Gioconda” il 17 giugno. Dopo quasi vent’anni (curioso: la immaginavo opera di più frequente esecuzione, in questo spazio). Ma è opera baraccona, che abbisogna in primo luogo, ancor più che delle voci, delle idee. Musicali e registiche. Qui a Verona i nomi di Donato Renzetti e Pier Luigi Pizzi (regia, scene e costumi) potevano promettere bene e far sperare di più. Opera baraccona, dicevo. Kitsch e ridondante. E tale deve essere. Come “Mefistofele” di Boito. Pizzi ha ideato una parabola argentata (niente male dal punto di vista acustico, molto meno da quello teatrale), cipressi grigi ai suoi lati, e scale animate che formano ponti di una Venezia greve e cupa attraversata da due – grigie anch’esse – gondole, mezzo scafo stilizzato che fa da sfondo, un brigantino rosso. Un decoro minimalista, che a mio avviso poco si adatta agli spazi areniani, e men che meno a “Gioconda”. Il coro (preparato da Marco Faelli) restava immobile, diviso in due, ai lati della scena, mentre gli unici “movimenti” erano realizzati da mimi in maschera e abbigliati di rosso (rosso, bianco, grigio e nero erano le tonalità di tutti i costumi). Imbarazzante la “danza delle ore” (coreografie di Gheorghe Iancu), svolta nella scalinata, con qualche rischio per il bravissimo Roberto Bolle. 

Renzetti – direttore apprezzato e apprezzabile, ma mai davvero capace di interpretazioni memorabili – sembrava prediligere anch’egli il Grigio (ah, Gaber, quanto ci manchi…) come scelta cromatica orchestrale; e anch’egli lavorava in chiave ninimalista, riducendo la massa sonora di oltre settanta archi ad un flebile, diafano suono. Tempi dilatati, sfiancanti per la compagnia di canto, e per il pubblico che ha visto le lenacette dell’orologio proiettarsi sempre più verso il cuore buio della notte. Compagnia di canto che era nettamente la parte migliore dello spettacolo. Andrea Gruber era convincente Gioconda, seppure del tutto superficiale, ma generosa in volume e acuti; Marco Berti ha grandi qualità, conosce le sfumature dinamiche, sfuma e spegne con eleganza le sue mezzevoci, ha acuti solidi e ben proiettati in avanti, il timbro è solare. Ma cantare all’aperto, alla lunga, non gli giova. Che faccia tesoro delle sue doti, e sarà uno dei primi. Bene anche quasi tutto il resto del cast: molto elegante (infettata da un certo vibrato) la Laura Adorno di Ildiko Komlosi, autorevole l’Alvise di Carlo Colombara, profonda e convincente la Cieca di Elisabetta Fiorillo, mentre troppo rude e “verista” il Barnaba di Alberto Mastromarino. Tra le parti minori, il cantore di Graziano Polidori e il debutto areniano di Giovanni Bellavia quale pilota. Un baritono giovane, bravo e disinvolto che merita parti di maggior rilievo. Pubblico sfibrato, stanco (un solo intervallo, tra II e III attgo) e nepure tanto numeroso.

Per il “Nabucco” della sera successiva (18 giugno), torna la Grande Arena, esaurita in ogni ordine, E diversa anche la qualità dello spettacolo: le scene di Graziano Gregori (funzionali, rapide nel loro dispiegarsi, rispettose nell’evocare il Tempio di Gerusalemme, il palazzo di Nabucco, le rive dell’Eufrate), i costumi di Carla Teti (d’oro e di porpora per gli Assiri, spenti per gli Ebrei), la regia (dello stesso Gregori), rispettosa della vicenda (anche nella coreografica ingenuità della disposizione del coro a forma di candelabro a sette bracci per l’esecuzione del “Va pensiero”), la direzione di Vjekoslav Sutej (dai tempi serrati e dalla perfetta simbiosi tra orchestra e voci), le coreografie di Aurelio Gatti, la resa eccellente del coro (preparato da Marco Faelli) e da un cast di prima qualità. In primis, il solido Leo Nucci, che ad onta della lunga carriera restituisce un Nabucco di alto rilievo; Susan Neves è voce da Arena, ma possiede l’arte sottile di saper smorzare il suono con raffinatezza inusuale in ambienti così vasti; bronzeo lo Zaccaria di Giacomo Prestia, inossidabile l’Ismaele di Nazzareno Antinori, perfetta la Fenena di Tiziana Carraro e corretti gli altri comprimari (Luca Casalin, Francesco Calmieri, Cristina Pastorelli). Serata caldissima, in tutti i sensi.

Gino Balestrieri