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ELEKTRA, tragedia in un atto di Richard Strauss, libretto di Hugo von Hofmannsthal, da Sofocle (Dresda, Königliches Opernhaus, 25 gennaio 1909)
Personaggi ed interpreti:
Elektra – Susan Bullock
Klytämnestra – Mette Ejsing
Chrysotemis – Anne Schwanewilms
Aegisthus – Robert Brubaker
Orestes – Alfred Walker
l'aio di Orestes – Ernesto Panariello
la confidente – Margherita Tomasi
l'ancella dello strascico – Soojin Moon
il servo giovane – Bernhard Berchtold
il servo vecchio – Ernesto Panariello
la sorvegliante – Sae Kyung Rim
cinque ancelle – Elisabeth Laurence, Anne Salvan, Christiane Oertel, Soojin Moon, Margherita Tomasi

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano
Maestro concertatore e direttore d'orchestra Semyon Bychov
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia di Luca Ronconi, ripresa da Lorenza Cantini
Scene di Gae Aulenti
Costumi di Giovanna Buzzi
Lighting designer Gianni Mantovanini
Sculture di Anna Galli

Milano, Teatro degli Arcimboldi, 18 maggio 2005, quarta rappresentazione

Trionfale. Non ci sono altri termini per definire l'esito della recita cui ho assistito. Mai termine sembrò più appropriato, mai esecuzione fu più pregnante, soddisfacente, emozionante di questa "Elektra" nei miei trascorsi di spettatore prima, di critico poi. E i meriti – come raramente accade – vanno condivisi tra tutti. Sofocle, Strauss, von Hofmannsthal, l'orchestra scaligera, Bychov, gli interpreti tutti, Ronconi, la Aulenti... e persino il pubblico, che ha saputo riconoscere l'impegno profuso senza abbandonare precipitosamente la sala (a volte accade...) ma fermandosi a lungo ad applaudire. Grande serata, grande teatro.

Con ordine. Richard Strauss vide l'"Elektra" di Hofmannsthal al Deutsches Theater, a Berlino, nel 1904, e subito si rese conto che la natura drammaturgica della piéce aderiva perfettamente alla sua. E' così che "Elektra" segnerà il debutto della stretta – e per certi aspetti, unica – collaborazione tra Hofmannsthal e Strauss; il quale, pieno di dubbi per le analogie con la sua precedente opera, "Salome", esita, fa trascorrere del tempo. E' Hofmannsthal a vincere le sue resistenze con una lettera del 27 aprile 1906; qui sottolinea la diversità delle due figure femminili, definendo cromaticamente Salome porpora e viola, mentre Elektra appare come un melange di luce e di notte, di nero e di chiarore. Occorsero due anni, a Strauss, per comporre l'opera (per tre volte riprese il primo monologo della protagonista); la creazione di Dresda ebbe un successo relativo, l'interprete di Klytämnestra, Ernestine Schumann-Heink, ebbe a dichiarare "non canterò mai più questo ruolo. E' stato orribile. Eravamo una banda di pazzi".

Una magnifica banda di pazzi c'era anche agli Arcimboldi. Splendida banda di pazzi. Sul podio, un eccezionale Semyon Bychov, dal vigore eccezionale, vero conduttore di una esaltante sinfonia con voci. Il suo carisma, la sua energia sprizzava come una scintilla sin dall'esordio delle tre battute, che balzavan fuori dalla fossa con spasmodica vitalità. Le tre note di Agamennne, il motivo doloroso di Elettra, la tenerezza di Elettra verso il padre perduto, il tema dell'odio e della vendetta, il leitmotiv di Oreste... tutto veniva raccolto, raccontato e offerto con precisione analitica, con morbida rudezza. Orchestra in stato di grazia. Che magnifica orchestra, è quella scaligera, quanto sente e partecipa alla creazione... L'orchestra (rapsodicamente condotta da Bychov) ha cesellato certe armonie straussiane che sfiorano i loro stessi limiti, ha reso certi cromatismi wagneriani con nitore degno se non superiore alle consorelle austro-germaniche, ha giocato a nascondino con certa grazia viennese che affiora in partitura più e più volte, ha spudoratamente sottolineato certe schegge dichiaratamente romantiche... e come Bychov ha fatto cantare l'orchestra in quel valzer rapinoso in Mi bemolle che esprime in Crisotemide il suo desiderio di esser madre ("Kinder will ich haben'"). L'orchestra di Bychov è stata malleabile e granitica assieme, la paletta cromatica sonora grondava e ribolliva.

Secondo cast, ma con niente da invidiare al primo, anzi... Elektra è opera di donne. E qui, tre donne, tre cantanti, tre interpreti indimenticabili. Mette Ejsing era Clitenestra, ruolo che aveva già sostenuto in Danimarca e nella bella produzione del San Carlo di Napoli; cantante a forte connotazione wagneriana, ha finora centellinato i suoi ruoli con intelligenza, dalla Contessa di "Dama di Picche" (anche al Bol'soj) a vere e proprie chicche come i "Konigskinder" di Humperdinck (con Tate a Napoli), "Hans Heiling" di Marschner, la Strega di Endor in "Saul og David" di Nielsen. La Ejsing ha interpretato una Clitennestra nevrotica, torturata, allucinata, tremante di collera e di paure viscerali, paralizzata da un'angoscia spaventosa, piegando la sua voce ad un'appropriato stile declamatorio ampio. Crisotemide era Anne Schwanewilms: magnifica. Un curriculum nel nome di Strauss ("Arabella", "Capriccio", "Rosenkavalier", "Ariadne auf Naxos", "Daphne", "Der Liebe der Danae" ed "Elektra"): artista giovane, ma con le idee chiare se – tra i suoi impegni recenti o prossimi – si prevedono "Die ferne klang" e "Die Gezeichneten" di Schreker, accanto al "Wozzeck", alla Elettra mozartiana, alla "Genoveva" di Schumann. Bella presenza scenica, ideale per quello che forse è l'unico personaggio umano della tragedia straussiana; la sua Crisotemide – perfetta – era fremente e candida, innamorata della vita, timorosa e radiosa assieme, dal timbro virginale, cristallino.

Elettra occupa sempre la scena. Ed eccola, una grande Elettra, in Susan Bullock. Beati coloro che l'hanno ascoltata, perché chissà se avremo modo di riascoltarla di frequente in Italia. Un ruolo che la Bullock ha già sostenuto all'Opera di Francoforte, all'Opera di Dresda, all'Opéra di Rouen; anche la Bullock, come l'intero terzetto femminile, è cantante "altra". Voglio dire che ad una Cedolinis, ad una Dessi, ad una Fantini, ai soprano che portano avanti il cosiddetto "grande repertorio" fatto di Maddalene, Desdemone, Leonore, Cio-cio-san, preferisco – per mio gusto, pur riconoscendo loro ottime qualità – una Bullock che affronta "Jenufa" e "Kata Kabanova", la "Sancta Susanna" di Hindemith e il "Macbeth" di Bloch, "Der Schatzgraber" di Schreker (quando uno Schreker alla Scala ?) e "The rape of Lucretia" di Britten. Ai Ken Follett preferisco Agota Krystof, a Cascella preferisco Burri. La Bullock brucia – sin dall'esordio – interiormente ed esteriormente di spirito di vendetta e di un odio sovrumano; sa essere bestia selvaggia ferita, sa scatenare la sua perfidia più orribile ed il suo furore più estremo, proiettandoli sulla Madre. Il ruolo esacerbato di Elettra è stato reso magnificamente dalla Bullock, portato giustamente verso l'isteria – come al termine dell'opera. Splendide le due sorelle nel duetto in cui l'una contrappone il proprio desiderio di morte, l'altra il desiderio d'amore: grande musica, ma anche due grandi interpreti. Indimenticabile il parossismo della Bullock in "Allein! Weh, ganz allein"; ma – sotto la guida spiritata ed ispirata assieme di Bychov – indimenticabili le vertigini voacali e strumentali, la battaglia mortale tra i partigiani di Oreste e quelli di Egisto, il grido di Elettra "Orest!" prolungato dal "vivace assai" ed ispessito sino al triplo enunciare del suo nome, "con molta espressione". Alle tre donne, a Bychov, all'orchestra, si aggiunga Alfred Walker, al suo debutto scaligero, dopo aver sostenuto al Met diversi ruoli. Un Oreste nero, "altro", che appartiene ad un altrove, e che da questo altrove ritorna, creduto morto ed invece "resuscitato"; timbro bellissimo, una proiezione della voce molto in avanti. Ottimo. Americano è anche l'Egisto di Robert Brubaker (anche lui, nel carnet, porta ruoli di estrtemo interesse, da "Una Lady Macbeth di Mcenks" di Sostakovic alla "Rusalka" di Dvorak, dal "Doktor Faust" di Busoni – al Met – a "Die Tote Stadt" di Korngold), che alla Scala s'era ascoltato in "Der Zwerg", ed in Italia ancora nella "Dama di picche" napoletana e nel recente "Billy Budd" genovese. Perfetti i comprimari.

E lo spettacolo ? C'è a chi non è piaciuto. A me si, e tanto. E' vero che Gae Aulenti firma una scenografia "da architetto", ma quale incombente cupezza ha quella reggia a forma di enorme trono grigio, e quale squallore riportano le mattonelle da macelleria imbrattate di sangue (e il Potere, in Romania come in Argentina, nella Russia di ieri e nella Cecenia di oggi, tra i colonnelli di Argentina o in Bolivia e Colombia, nel Darfur come nella stazione di Bologna, non ha forse l'odore ed il colore del sangue ?). E' vero, lo stridore del piumone rosso, degli abiti di un generico Novecento, la kapo' e il mantello barbarico generano uno straniamento; che è perfettamente in linea con la musica e con la regia di Ronconi, non geniale, ma efficace. Il ribollire del sangue nella vasca centrale è idea, ma non forte (in un recentissimo allestimento, l'antefatto viene mostrato: Agamennone gioca con tre bambini in una vasca trasparente, viene ucciso, lasciato in quella pozza di sangue, a vista, per tutta la durata dello spettacolo). Ottimi i tagli di luce, estremamente curati e rifiniti. Trionfale l'accoglienza finale agli interpreti da parte del pubblico, con particolare affetto per la Bullock. Certo, se il pubblico applaude la Bullock e emette sonori "buu" all'Otello di Taraschenko, allora vuol dire che – qualche volta – il pubblico pare intendersene, di voci, più di taluni direttori artistici...

Sergio Albertini