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Uno di quei sabati grevi e melanconici, intrisi di una pioggia battente, imprevista e indesiderata. Muti se ne è andato, Confalonieri pure e neppur io ho moltga voglia di restare a Milano. Ma c'è un nuovo direttore, sul podio, a chiudere la stagione della Filarmonica. Arild Remmereit, norvegese. Visito il suo sito. Gli impegni ci sono, ed ha un interessante periodo di apprendistato dietro le spalle. Una masterclass con Mehta, assistente di Bernstein per un quadriennio di incisioni a Vienna, assistente di Myung-Whun Chung all'Opéra di Parigi e di Maris Jansons. Ha diretto i Munchener Philharmoniker, i Wiener Symphoniker, le orchestre scandinave, è stato direttore artistico e principale dell'Opera di Stato Ucraina e della Filarmonica di Kiev. Insomma, niente per cui strapparsi proprio i capelli...

Il caschetto biondo, l'aspetto dinoccolato lo rendono simpatico. Il gesto non è dei più belli. Un po' meccanico, un po' didascalico. La "Sinfonia nr.4 in do minore" D.417 di Schubert fila via, forse più per indubbi meriti degli orchestrali – semplicemente strepitosi i legni – che delle capacità direttoriali. Il suono è bello, vellutato, gli attacchi precisi, la dinamica non molto sfumata, i tempi a tratti concitati, a tratti (nel secondo tempo) languorosamente morbidi. Ma manca una chiara visione globale. Applausi.

Nella seconda parte – l'unica vera ragione per cui son qui stasera. Perché a me questo "Christus am Olberge" è sempre piaciuto. Dal primo lp acquistato più di trent'anni fa – oggi reperibile in cd – con Christine Deuthekom, Hans Sotin e Nicolai Gedda. Il poema di Franz Xaver Huber è molto liberamente (e lontanamente) ispirato dai testi evangelici, ed evoca gli episodi che precedono la crocifissione. Ne vengon fuori una serie di scene, drammatiche o patetiche, molto simili allo svolgersi d'un atto d'opera. Ciascuna scena si suddivide essa stessa in momenti concatenati fra loro: recitativi, arie, duo, trii, cori. Probabilmente il preludio orchestrale rimane la pagina più bella dell'opera. Questo oratorio – l'unico di Beethoven – è stato considerato prodotto mediocre e privo di spessore, e lo stesso autore si espresse con severità non solo sul libretto, ma anche sulla propria musica. Riconobbe d'averlo composto troppo rapidamente (quindici giorni, nell'estate del 1801), e in circostanze favorevoli.

E pure, se con la giusta direzione e gli interpreti adeguati, qualcosa da tirar fuori c'è. C'è questo melange di convenzioni dello stile operistico, che guardano più a "Fidelio" che alla "Missa solemnis" (di autentica ispirazione religiosa, in questo "Christus" neppure l'ombra). Remmereit drammatizza, ispessisce, forza; funziona. L'orchestra è smagliante, le sezioni omogenee, il coro (preparato da Bruno Casoni) entusiasmante. Il Serafino di Luba Orgonasova (che lo ha anche registrato accanto a Placido Domingo, diretta da Kent Nagano) è in questa direzione; più che un angelo che si libra nell'alto dei cieli, un Angelone che plana; nel senso che la bronzea voce della Orgonasova è perfetta per la lettura di Remmereit, ma imperfetta per la scrittura beethoveniana. Che chiede agilità e leggerezza nel registro acuto; la Orgonasova le note le fa tutte, ma alleggerisce, sbianca, sottrae laddove il canto si dovrebbe fare invece più acuto e penetrante. Di netta impostazione teatrale è lo Jesus di Endrik Wottrich; e si sente che dietro a questo Jesus hanno già abitato lo Steuermann wagneriano e il David dei "Maestri Cantori", l'Andres di Berg e "L'Olandese volante", "Alfonso und Estrella", Tamino ed Alfredo.E le sue registrazioni spaziano tra Schreker, Goldschmit, Korngold. La voce è bella, sicura, maschia – più umana che divina; Muti (che qui l'avrebbe dovuto dirigere) l'aveva già diretto alla Scala in "Dialoghi delle Carmelitane" e in "Fidelio". Ottima prova.

Ottimo sarebbe stato anche il Petrus di Robert Holl. Il cinquantottenne basso di Rotterdam, interprete di rilievo, interpretava, più che l'apostolo Pietro, un Peter di ritorno dall'Oktoberfest. La voce era come spinta, si percepiva un che di artificiale e di forzoso nel terzetto in cui promette vendetta, mentre Cristo e l'angelo lo esortano al perdono. Va bene la drammaticità, ma esagerando si rischia di tracimare nel caricaturale... Bellissimo, come si è detto, il contributo del coro. Magnifici gli interventi, come il coro dei soldati "Wir haben ihn gesehen" o la risposta degli Angeli "Welten singen Dank und Ehre". I mondi cantino lode e onore. Alle maestranze del Teatro alla Scala, in questo momento difficile.

Sergio Albertini