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La Donna di Picche [Pikovaia dama] Opera in tre atti e sette quadri di Pëtr Il'ic Cajkovskij
libretto di Modest Il'ic Cajkovskij, dal racconto omonimo di Aleksandr Pu_kin

Personaggi ed interpreti:

Hermann – Vitali Taraschenko
il conte Tomskij – Victor Chernomortzev
il principe Eleckij – Dmitri Hvorostovsky
Cekalinskij – Mario Bolognesi
Surin – Alexander Teliga
Caiplickij – Ki Hyun Kim
Narumov – Luciano Batinich
il maestro di cerimonie – Nicola Pamio
la Contessa – Tatiana Erastova
Liza, sua nipote – Elena Prokina
Polina, confidente di Liza – Svetlana Lifar
la governante – Sim Tokyurek
Ma_a, cameriera di Liza - Adelina Scarabelli
Prilepa/Chloe – Alessia Grimaldi

Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
Coro di Voci bianche del Teatro alla Scala e del Conservatorio "G.Verdi" di Milano, direttore Alfonso Caiani
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Maestro concertatore e direttore d'orchestra Yuri Temirkanov
Maestro del coro Bruno Casoni
Coreografie di Jonathan Lunn
Scene e costumi di Jaime Vartan
Luci di Simon Corder
Regia di Stephen Medcalf

Milano, Teatro degli Arcimboldi, sabato 5 marzo 2005 – quarta rappresentazione

Son cresciuto a pane e opera russa. Avevo più o meno vent'anni, ero in corrispondenza con un tale Fabrizio di Roma che mi inviava, quasi mensilmente, degli ellepi che – per vie tortuose – (s'era intorno alla fine degli anni Sessanta), giungevano al mercato di Porta Portese dai paesi sovietici. Buste di cartone povero, scarse le note accluse (ed in ogni caso, ovviamente, in cirillico) contenevano per me veri e propri tesori. Accanto alle opere occidentali cantate in russo (l'Elisabetta di Valois con Tamara Milashkina, uno dei soprani miei preferiti di allora, le curiose personalizzazioni di Kozlovsky in Rossini o Verdi, la Violetta di una certa Elizabeta Chumskaja, il soprano coloratura Bela Rudenko) ecco i miei vari "Onegin" (con Lemeshev), "Vojna i Mir", "La fanciulla di neve", le opere minori di Cajkovskij, persino "Le anime morte" di Schedrin o "I decembristi" di Saporin; erano anche gli anni in cui la DG pubblicava "Absalon e Eteri" di Paliashvili... Poi, una illuminata direzione artistica portò nel teatro della mia città, allora il Politeana Garibaldi (chè il Massimo Vittorio Emanuele giaceva in coma profondo), compagini sovietiche, talora dirette nientemeno che da Gergiev. "Il principe Igor" e tanto altro. Fu lì che scoprii "La donna di picche" (che fino ad allora mi ricordava solo il titolo di un giallo casereccio televisivo con Ubaldo Lay nei panni del Tenente Sheridan).

Sono passati davvero molti anni da allora. Altre passioni, mescolate a dolori, a nuove felicità, alla consapevolezza del tempo che scorre si sono avvicendate. Tutti quei nomi, Pavel Litsian, Yuri Mazurok, la grandissima Irina Arkhipova, Georgi Nelepp, Vera Firsova, Veronica Borisenko, caduti nell'oblio degli ellepi messi in cantina, sono stati sostituiti da almeno due generazioni di cantanti sovietici dell'era del cd. E però, è bastato tornare al Teatro degli Arcimboldi, e davanti alla messa in scena della "Donna di picche" sono riemersi quei piaceri della (e dalla) memoria. Madeleines per le orecchie.

"Donna di picche", quindi. Diretta da Yuri Temirkanov, in un nuovo allestimento affidato alla regia di Stephen Medcalf. Subito la musica. Termirkanov ha diretto senza bacchetta e – soprattutto – senza alcuna enfasi. Rischio sottile, con Cajkovskij. La grande qualità dell'orchestra scaligera guidata da Temirkanov è stata quella di fornire una ricchissima paletta cromatica, una enorme varietà di sfumature dinamiche in una partitura che è eterogenea quanto poche, che assomma in sé il decadente e il noir; il colore dell'orchestra evocava perfettamente il delirio onirico di Hermann, le sue ossessioni. Perché, ad onta del titolo, è Hermann il vero protagonista dell'opera. E qui, Vitali Taraschenko è stato una rivelazione; kirghiso, vincitore all'inzio degli anni ottanta di diversi premi, ha seguito i corsi presso l'Opera Studio del Teatro alla Scala. Per diversi anni ha lavorato col Teatro Stanislawski di Mosca, e dal '92 è divenuto membro permanente del Bolshoi (. In Italia si è ascoltato in "La leggenda della città invisibile di Kitezh" e "La favola dello Zar Saltan" (al Comunale di Firenze), nel "Boris Godunov" (Bologna e Venezia), in "Mazeppa" (Venezia); Hermann lo ha interpretato dal 2000 in poi alla Welsh National Opera, al Covent Garden, a Bologna (2002), alla Norwegian Opera di Oslo e all'Opera de Lyon. Sente Hermann.

Se lo sente addosso. Disegna perfettamente una delle possibili vie, forse la più aderente. E' un Hermann incapace di dominare le sue passioni, è malato della propria ossessione, un'anima maledetta, un angelo decaduto. Vocalmente perfetto (acuti ben proiettati, fraseggio corrusco e disperato, morbidissime mezzevoci), ha siglato come meglio non poteva il suo debutto scaligero. Splendida anche la Liza di Elena Prokina; avevo ascoltato la sua Liza in disco, ma la sua performance agli Arcimboldi è stata ancora più entusiasmante. Il soprano di Odessa, formatasi artisticamente al Kirov di San Pietroburgo che ha lasciato nel '92, si è fatta rapidamente notare dalla sua vittoria al Concorso di Sulmona dedicato a Marica Caniglia; è stata una magnifica Blanche nei "Dialogues" scaligeri diretti da Muti (ed in "Euryanthe" a Cagliari...), e qui ha disegnato una figura femminile perdente, segnata, pervasa dal dubbio e dall'inadeguatezza, fragile. Ancora, tra le interpreti femminili, occorre segnalare il bellissimo timbro – autenticamente mezzosopranile – di Svetlana Lifar (a tratti sembra contener l'eco di quella di una sua insegnante, Viorica Cortez), personaggio già interpretato nelle passate stagioni all'Opéra de Wallonie di Liegi e a Lyon.

E poi, la Contessa di Tatiana Erastova; abituati come siamo a grandi glorie del passato (dalla Forrester alla Resnik alla recente, superba Kabaivanska al San Carlo di Napoli fino alla Obratzova del primo cast qui agli Arcimboldi) che aggiungono questo ruolo al loro carnet, ecco invece una Contessa che conserva ancora un profumo sensuale ed una pulsione sessuale. Anche la Erastova (che fu Marina in "Boris Godunov" nell'ultima tournée del Bolshoi in Italia, e Marta, a Milano, nella registrazione RAI diretta da Delman della "Iolantha" di Cajkovskij. Tempi felici) disegna a tutto tondo, ma con effetti cromatici di ampie sfumature, un personaggio difficile come quello della Contessa, che deve coniugare eleganza e grottesco assieme. E canta con rarefatta perfezione "Je crains de lui parler la nuit".

Victor Chernomortsev è stato un eccellente Tomskij (un baritono, peraltro, che al seguito del Kirov in tournée ha raccolto consensi ovunque), dal timbro brunito e ben tornito sia nella ballata che nella canzone all'atto terzo. Vero trionfatore della serata, prevedibilmente, Dmitri Hvorostovsky; un baritono grand seigneur, straordinario per rigore, fiati, arte del legato – come nell'esemplare "Ya vas lyublu, lyublu bezmerno" che ha riscaldato il freddino pubblico degli Arcimboldi all'improvviso, sciogliendolo verso una vera e propria ovazione. Ottimi gli altri, sempre eccellente il coro scaligero preparato da Bruno Casoni.

Lo spettacolo ha una sua cifra stilistica, convince ma non stravince. Tra i punti migliori della regia di Stephen Medcalf e delle scene (e costumi) di Jaime Vartan il teatrino di corte; tra le soluzioni riuscite a metà, le stanze semicircolari che si aprivano con lo scorrere di due elementi; tra le "trovate" di gusto discutibile, le statue "animate", l'annegamento di Liza (con marinaio che emerge dalle onde della Neva col cadavere in braccio), il corteo funebre con la bara della Contessa. E tuttavia, l'unica nota veramente stonata è avvenuta fuori scena, nelle dichiarazioni rilasciate da Yuri Temirkanov: si leggeva ad esempio, in un'intervita ("Classic Voice/Opera nr.23", Andrea Penna): "Il pubblico sfortunatamente spesso è così ignorante in fatto di musica che è pronto a gridare al capolavoro, riconoscendo valore di arte ad operazioni che in realtà non hanno questo merito". Oppure ("L'Opera", aprile 2005, pp.33-35, Giancarlo Landini): "Il pubblico è stato confuso dia dai critici che avallano simili messe in scena che dai teatri che le allestiscono. Il pubblico non capisce più cosa deve piacergli. Il pubblico dell'opera assomiglia ai frequentatori delle mostre d'arte contemporanea. Arrivano al cocktail di inaugurazione. Stanno lì, fingono un'aria interessata, anche se non capiscono niente. Nessuno osa dire quello che pensa, pe non fare la figura dell'ignorante. (...). Ritorno all'allestimento scaligero. Devo dire che quando guardo questa Donna di Picche io non piango. Significa quindi che non abbiamo fatto quello che voleva Cajkovskij". Ma allora, caro Temirkanov... se a te quest'allestimento non piaceva...

Sergio Albertini