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RINALDO

dramma per musica in tre atti di GEORG FRIEDRICH HÄNDEL
su libretto di Giacomo Rossi tratto da una rielaborazione di Aaron Hill della "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso
Prima rappresentazione: Londra, Queen's Theatre, 24 febbraio 1711
Goffredo: Mirko Guadagnini
Almirena: Rosanna Savoia
Rinaldo: Sonia Prina
Argante: Marco Vinco
Armida: Roberta Invernizzi
Il mago cristiano Vito Priante
Direttore OTTAVIO DANTONE
Regia, scene e costumi di PIER LUIGI PIZZI
Allestimento della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
Milano, Teatro degli Arcimboldi, 12 aprile 2005, settima rappresentazione

Narrano le cronache che quel "Rinaldo", il primo, andato in scena in una Londra datata 1711, in un freddo inverno, icantò e stupì per sfarzo e maraviglia. Dallo stormo di uccelletti liberato in sala al carro di Armida che scendeva dall'alto (chi ha visto quel pessimo film che era "Farinelli" ricorderà qualcosa di analogo) e i draghi sputavan fuoco e fiamme, l'apertura della montagna tra tuoni e saette che inghiottiva un esercito, una barca che navigava tra l'onde, una nube oscura che si rivela colma d'orribili mostri... Insomma, tutto l'incanto e il fascino della messinscena barocca. Da troppi anni a questa parte, l'incanto s'è fatto maniera. Neri e rossi, lacche e specchi, parrucchine ricciolute e ampi mantelli, una gestualità a metà tra le figure del Pontormo e gli omini Playmobil... Poiché non si può né sparare sulla Croce Rossa, né esprimere dubbi sul Papasuperstar, temiamo che un'opinione avversa al barocco elegantino e checcoide sia quanto meno mal tollerata. Ma io sono per i "Giulio Cesare" e i "Rinaldo" e i "Serse" tra pozzi petroliferi e crocifissi, che profumino di regie piene di idee geniali e non di trovate che accontentino l'occhio e poco il cervello. Sì è detto tutto il bene del "Rinaldo" di PigiPizzi, compreso un Premio Abbiati.

Ma son passati vent'anni, e di cavalli ne ho negli occhi dal Ronconi televisivo dell'Orlando Furioso ai cavallini dell'"Europa riconosciuta". Di bello, nello spettacolo approdato agli Arcimboldi, c'è l'agitarsi dei manti e la battaglia tra i quattro cavalieri del finale, soprattutto per l'abilità degli straordinari servi di scena, che in gran silenzio e con postura scomodissima animano queste sculture semoventi. Ma poi, poco altro. I cantanti (quelli del secondo cast, non ho visto la "prima") hanno ben imparato la lezione, s'atteggiano, muovon le braccia con ampi gesti se c'è eroismo da esprimere, si agitano più nervosamente se tocca alla furia, si rannicchiano al "ralenti" se c'è dolore e pateticità, avvicinano le mani al volto se giunge il momento del dolore e della disperazione. Può essere uno dei modi possibili, ma quello più lontano dal mio gusto. Dalla trilogia dapontiana di Peter Sellars si dovrebbe aver chiaro che un nuovo solco è stato tracciato, un solco che permette anche un approccio a nuovi ascoltatori, cresciuti a pane e videoclips, a MP3 e mms... E gli sbadigli e qualche fuga anzitempo, nella recita cui ho assistito, non sono da addebitare a Haendel. Che, anzi, annoia (musicalmente) meno di tanto Wagner, di qualche "Vespri Siciliani" o "L'incoronazione di Poppea" o altre lungaggini simili. Però. Però se nessuno si permette di tagliar Verdi, o Wagner, o Monteverdi, e persino Meyerbeer o "domeneo", chissà perché per questo suo terzo Haendel nella storia della Scala, le forbici hanno potato con disinvoltura. E' giusto ?

No. No, soprattutto se è un direttore d'altissimo livello per questo repertorio come Ottavio Dantone. Inaccettabile il melange tra le due edizioni dell'opera (quella del 1711 e quella del 1731), lo spostamento delle arie (persino "Cara sposa" trasmigra tra gli atti), la riduzione all'osso dei recitativi (vabbè, si fa pure con il "Barbiere" di Rossini, lo sappiamo... ma con ciò ?). Per strada si perdono anche nove arie (nove...!!!). Esutazio scompare (come nell'edizione del 1731) e Goffredo diviene tenore (idem). Peccato che a pagina 9 del programma di sala (che riporta il testo della prima versione dell'opera) invece, si trovi ancora il nome di Eustazio e Goffredo sia indicato con il registro di mezzosoprano (era Francesca Boschi, alla prima). Un pasticciaccio. Brutto. E non siamo in via Merulana....

L'esecuzione strumentale è di primissimo ordine. Grazie anche all'inserimento di alcuni elementi dell'Accademia Bizantina (ma se le trombe erano quelle dell'Orchestra della Fondazione, il massimo dei complimenti!), l'esecuzione è stata non solo eseguita secondo prassi storicamente documentata, ma anche ricca e fantasiosa, e – chi poteva immaginarlo ? – la resa acustica degli Arcimboldi, con un organico in buca di ridotte dimensioni, è apparsa morbida, nitida e definita nella resa timbrica, con una dimensione sonora che giungeva piena e densa in ogni parte della sala (verifca personale!).

Andiamo ad altre note, forse più dolenti. In Italia è in corso un colpo di mano (e non mi riferisco alle note vicende che sembrano aver provocato una certa disaffezione...). Da quando l'immenso repertorio preclassico è entrato con maggiore presenza nella vita musicale (concertistica e discografica) italiana, si son formate orde pronte a non perdere questo treno. Se la componente strumentale e direttoriale è fuori discussione (Dantone, Alessandrini, Biondi, Sardelli, Acciai, Florio, De Marchi, Marcon... cito a memoria, ma tanti altri rimangono fuori da quest'elenco), su quella vocale le riserve sono davvero tante. Si ascoltano cantanti che le Fondazioni avrebbero bocciate come Annine e come Ines, come Flore e come Paggi, e che invece prendono come Medee, come Almirene, come Poppee... Cantanti modeste, piccine, buone (per mezzi, per timbro anonimo, per presenza scenica) ad interpretare al massimo delle servette nelle opere del Settecento napoletano, assurgono a Primedonne Assolute. Ma non si deve dire. Non si può dire.

Metti l'Almirena di questo "Rinaldo": Rosanna Savoia (che ascoltai agli inizi assoluti della sua carriera, quale Carolina cimarosiana), cimentandosi con variazioni più grandi di lei in "Lascia ch'io pianga" ha mostrato tutti i limiti di un registro acuto che ha prodotto, almeno un paio di volte, dei suoni piuttosto schiacciati. E' vero che s'è fatto di peggio; mi svegli ancora di notte, in preda ad angosce terribili, rievocando la Agrippina della Ricciarelli al Politeama Garibaldi di Palermo non molti anni fa, nientemeno che diretta da Jean Claude Malgoire (le belle scelte artistiche che hanno segnato la storia del Teatro Massimo di Palermo di quegli anni!). Metti Roberta Invernizzi, vera "vestale" del canto barocco in Italia: onestissima professionista, spesso sopravvalutata a mio avviso a causa di quel che passa il convento, indossando i panni di Armida, nella sua aria "Furie terribili" sembrava aver preso, al massimo, un paio di Pocket Coffee, con il risultato di una isterica agitazione (quella agitazione vicina al rumore, ma in scala ben più ridotta, che sembra improntare tutte le arie di furore in chiave-Bartoli). Metti Sonia Prina. Onesta professionista, che se nel patetico dà il meglio di sè (e "Cara sposa", nonostante gli "affetti" fossero di poco effetto, è stata una bella prova), in "Venti, turbini, prestate le vostre ali a questo piè" – anche qui si apprezzano le agilità – però non ha né il colore, né il carisma vocale adatto ad un Eroe haendeliano. E se l'avessero proposto a Bernadette Manca di Nissa?

Nel settore maschile, tacendo per dignità sulla sortita di Mirko Guadagnini ("Sovra balze scoscese e pungenti"), si devono far tutti gli elogi possibili (per me, il miglior elemento del cast) a Marco Vinco, Argante sublime per tecnica, virtuosismo, qualità interpretativa; il suo "Sibilar gli angui d'Aletto" è la cosa migliore che sia venuta dalla scena (e complimenti ancora alle trombe!). Dello spettacolo si è detto. Barchette, Sirene, panni agitati ad evocare il mare (ma i giardini di Armida ?)... Un plauso alle luci, davvero bellissime. Da accreditare a chi?

Sergio Albertini