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L' Elisir d'Amore (1832)
Melodramma giocoso in due atti di Gaetano Donizetti
libretto di Felice Romani, da "Le philtre" di Eugène Scribe

Personaggi ed interpreti:
Adina, fittavola ricca e capricciosa - Mary Dunleavy
Nemorino, coltivatore, innamorato di Adina – Antonio Gandia
Belcore, sergente di guarnigione nel villaggio – Riccardo Novaro
il dottor Dulcamara, medico ambulante – Filippo Morace
Giannetta, villanella – Cristina Pastorello

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo di Napoli
Direttore Paolo Arrivabeni
Maestro del coro Carmelo Columbro
Regia di Massimo Ranieri
Scene tratte da opere di Tullio Pericoli
Costumi di Nanà Cecchi
Disegno luci di Franco Ferrari
Napoli, Teatro di San Carlo, 27 febbraio 2005

Paolo Arrivabeni debutta al San Carlo. E' un debutto felice. Dal podio ha già viaggiato verso quell'area belcantistica che si affaccia verso la grande stagione romantica. Di Rossini ha diretto un "Otello" ma anche quei curiosi pastiches come "Ivanoe" e "Robert Bruce", e poi "Cenerentola" e "Tancredi" e "Turco in Italia". Per Donizetti ha spaziato da "Le convenienze ed incovenienze teatrali" al "Don Pasuale" e "Lucrezia Borgia", mentre è vicina una "Pia de Tolomei". E c'è anche spazio per Mercadante e Spontini. Uno che col canto ha già costruito un felice connubio. Significa che – sulla scia di antichi maestri, ma con un orecchio moderno anche alle esigenze registiche – sa far respirare l'orchestra. Sa farla essere discreta protagonista, attento alle ragioni della drammaturgia ma vieppiù a quelle della musica. In questo "Elisir", forse (ed è l'ultima recita a cui ho assistito) c'è un tocco di brio in più, il che comporta vivacità e velocità che – a tratti – lasciano briciole di disattenzione sulla scena. Ma se non c'è brio, se non c'è ritmo, che teatro è ? Il cast di questa recita è composto da voci nuove (finalmente!).

La Dunleavy (Adina) ha un curriculum niente male (Gilda al Met, a Parigi, a Barcelona, a San Francisco, e poi Ofelia, Adele, Leila, Violetta, Giulia); lo spagnolo Gandia (Nemorino) è voce che avevo apprezzato nella "Beatrice di Tenda" scaligera lo scorso anno; Novaro (Belcore), trentenne, si è già messo in luce in belle produzioni ("L'Olimpiade" vivaldiana a Beaune, un raro Cesti diretto da Renè Jacobs; e queste esperienze portano morbidezza e gusto anche nei suoi Mozart, Rossini e Donizetti); Morace (Dulcamara) ha vinto il Belli nel '99 e da allora ha già calcato le scene dei massimi teatri italiani, affiancando al grande repertorio anche interessanti repechages (dal "Domino noir" al "Flaminio" a "Notte di maggio"). Un cast giovane, come s'usa dire, fresco, brioso, vivace, allegro, che s'è sposato alla perfezione non solo con la direzione di Arrivabeni ma anche con la regia di Massimo Ranieri.

Temevo peggio: le dichiarazioni minacciavano letture da musical o chissà cosa. Ranieri, da bravo guaglione, ha rispettato appieno il dettato donizettiano; la trasposizione negli anni cinquanta/sessanta (belli i costumi di Nanà Cecchi), la moto ape o altro non sono proprio di primo pelo (gira una bella edizione dell'Elisir in stile e gusto felliniano firmato da uno scenografo geniale come Santi Centineo e da un regista esuberante come Davide Li vermore che Ranieri certamente non conosce, ma che il San Carlo farebbe bene a conoscere...). Ma tutti hanno lavorato bene (e si vede), e lo spettacolo non ha mai un cedimento, una caduta, un che di troppo. Aggiungeteci le raffinate matite colorate di Tullio Pericoli (ma perché nel programma di sala si definiscono "scene tratte da opere di..." ?) e la magia è fatta. Questa è una delle strade possibili per cercare – anche – un nuovo pubblico. Il San Carlo ci sta provando. E di questi tempi (cupi e grevi per tutto ciò che non riguarda Bonolis, Lecciso e Totti) è davvero prova di coraggio.

Sergio Albertini