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Tannhäuser
Grande opera romantica in tre atti
Musica e libretto di Richard Wagner
Dresda, Königliches Hoftheater, 19 ottobre 1845 (seconda versione: Parigi, Opéra, 13 marzo 1861)
Personaggi ed interpreti

Hermann, langravio di Turingia – Attila Jun
Tannhäuser – Endrik Wottrich
Wolfram von Eschenbach – Peter Mattei
Walther von der Vogelweide – Stefan Margita
Biterolf – Ernesto Panariello
Heinrich der Schreiber – Enrico Cossutta
Reinmar von Zweter – Paolo Battaglia
Elisabeth, nipote del langravio – Adrianne Pieczonka
Venere – Judit Nemeth
un giovane pastore – Beniamino Borciani
quattro paggi – Rodolfo Airoldi, Caterina Hilgenberg, Carolina Iorio, Pierfilippo Barbano
Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
Coro di voci bianche del Teatro alla Scala e del Conservatorio "G.Verdi" di Milano, direttore Alfonso Cajani
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Jeffrey Tate
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia di Paul Curran
Scene e costumi di Kevin Knight
Coreografia di Andrew George
Luci di David Martin Jacques
Teatro degli Arcimboldi, Milano, 19 febbraio 2005 – sesta rappresentazione

Dopo l'abbuffata mediatica su "Europa riconosciuta" nella sala del Piermarini/Botta, un gradito ritorno agli Arcimboldi. Un teatro che la Scala non deve e non può perdere. Perché il pubblico – credo – ci si è affezionato. Perché funziona, perché l'acustica è soddisfacente, perché una capitale come Milano ha il dovere di offrire in più spazi e in più luoghi offerte diversificate. Mancava da vent'anni, Tannhäuser, a Milano. Ed anche questo è un segnale di come questa stagione – da altri soggetta a critiche impietose – ha i suoi meriti. Una versione curiosa, che mescolava le edizioni di Dresda e Parigi. Un allestimento nuovo, firmato da quel Paul Curran su cui si è scommesso. Ha senso del teatro, Curran. Ha il gusto della modernità. Tenta di non annoiare (e il pensiero è rivolto ai drappeggi rossi soggetti ad un impetuoso quanto inarrestabile vento in una regia a firma di Werner Herzog vista al Teatro Massimo di Palermo anni fa, e poi vista altrove). Ma qui e là si strappa un sorriso; è il Baccanale il punto più debole della regia di Curran. Altrove, lo spettacolo è inficiato da un rivolo di ridicolo (le ali di Venere sono imparentate con l'Uccello di Del Piero di "Striscia la notizia", per dimensioni e magia...). Oppure, di deludente provocazione (lo spoglierello delle dame che ascoltano l'elogio del piacere da parte di Tannhäuser. Poi, c'è il bastone miracoloso che diviene fosforescente; e qui, la fantascienza in versione tv-movie par fare capolino.

Ma tant'è. C'è la musica, E Tate è un fior di direttore, forse non tra i primi dieci della Lista Zeffirelli, ma uno bravo, e fors'anche grande. L'orchestra – di per sé già tra le migliori tra quelle che fanno l'opera in Italia – è condotta con mano (quella non ingessata) sicura, con un nitore di rara bellezza, con pienezza di suono che riesce ad essere denso e trasparente assieme. Un Wagner mai enfatico (e com'è facile scivolarci sopra...), splendidamente narrato, eccelso nelle parti corali, con un cast di ottimo livello. Il migliore in assoluto, Peter Mattei, dal timbro baritonale luminoso e morbidissimo eccellente l'Elisabetta di Adrianne Pieczonka, meno entusiasmante la Venere di Judit Nemeth; a tratti affaticato il protagonista, Endrik Wottrich, corretto Stefan Margita quale Walther, discontinuo il Langravio di Attila Jun. Buona la squadra italiana (Panariello, Cossutta, Battaglia, il pastorello di Borciani).

Sergio Albertini