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EUROPA RICONOSCIUTA
dramma per musica su libretto di Mattia Verazi, musica di Antonio Salieri
Revisione su fonti coeve di Eric Hull

Personaggi ed interpreti:
Europa (Anna-Kristiina Kaappola), Semele (Désirée Rancatore), Asterio (Sabina von Walther), Isseo (Ann Hallenberg), Egisto (Giuseppe Sabbatini), il figlio di Asterio e Europa (Andrea Venesia)
Primi ballerini etoile: Marta Romagna e Matthew Endicott
Orchestra e Coro del Teatro Alla Scala
Direttore Riccardo Muti
Maestro del coro Bruno Casoni
oboe concertante Francesco Di Rosa – basso continuo: cembalo James Vaughan, violoncello Simone Groppo
Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
Coreografia di Heinz Spoerli
Regia di Luca Ronconi
Scene e costumi di Pier Luigi Pizzi

Milano, Teatro alla Scala, 11 gennaio 2005 – nona rappresentazione


Ricordo una canzone. Era nell’album “Mirrors” di Peggy Lee. Abum argentato e kitsch come era diventata la cantante nella sua seconda stagione. La prima traccia del vecchio ellepi era un song di Jerry Leiber e Mike Stoller, l’unico per cui – mi pare – avessero vinto un Grammy. “ Is that all there is ?”. Il testo, dolce-amaro, sarcastico, mi ricordava quell’ironia feroce di certe produzioni siglate da Weill e Brecht in una Germania che si dirigeva verso la propria Apocalisse. M’è tornata in mente, stranamente, alla recita cui ho assistito (un grazie alla signora Castellari e all’Ufficio Stampa, impeccabile) al riaperto Teatro alla Scala di “Europa riconosciuta” di Antonio Salieri.

S’erano placati quei furori che avevano preceduto e rapidamente seguito il 7 dicembre, s’era smaltita la sbornia che aveva portato taluno a scrivere davvero presentazioni al limite con l’esaltazione su questo melodramma di Salieri, s’era persa memoria dei servizi televisivi del dopo prima con i volti della Marini, di Dalla, di Giletti, di donna Sophia uscita innanzitempo, dei piccoli Savoiardi di Peynet, s’era assopito l’elenco delle griffes delle toilettes delle consorti dei potenti del momento, sfumati dalla memoria le rimostranze degli operai dell’Alfa Romeo e la bagarre poco incisiva dei no/new-global, s’erano già dimenticati gli attacchi a qualcuno dei vertici scaligeri da parte del regista di un “Toscanini” con la Taylor nei panni inverosimili di Aida o di una ballerina grande per un tempo lunghissimo (ma la Garbo seppe adoperare ben altra strategia...). Insomma, all’alba del nuovo anno mi si dava l’occasione di assistere a questa “Europa” oramai “riconosciuta” con un clima certamente più sereno. Il cast non era quello del 7 dicembre, anche se taluni degli artisti erano presenti.

Andiamo con ordine. Muti rimane – senza alcun’ombradi dubbio – il miglior direttore d’opera dei nostri tempi. A qualunque testo s’avvicini – pur anco le sparute fin’ora puntate in Puccini – trasforma e riplasma la musica, ridandole un corpo, un colore, uno spessore che – chissà – certe volte superandone il suo semplice valore. Di questo Salieri s’è detto tanto, tutto, anche troppo. E’ una sorpresa, a tratti è geniale, ma avrei evitato le invocazioni al capolavoro ritrovato. Difficile sostenere quel che Paolo Di Felice, su “Opera International” nr. 297, ha giustamente definito come “la debolezza convenzionale delle idee melodiche e dell’intrigo”.

Le signore in scena risultavano spesso volenterose, alle prese con arie ai limiti delle loro stesse possibilità (qui la questione è: quant’era il diapason, ai tempi di Salieri ?). Non più affidata al Diana Damrau (che, ascoltata per radio, m’è parsa una delle più prestigiose scelte sopranili di Muti, e tra le pochissime ch’io conosca capace di affrontare agilità, sovracuti, recitativi, espressioni con siffatta tecnica e colore), la parte di Europa era sostenuta da Anna-Kristina Kaappola. Bella figura, alta, slanciata, lineamenti nobili: quel che si dice, un impeccabile phisique du role. Il colore della voce è bello, gli attacchi sicuri, l’intonazione molto buona; e tuttavia, è la sicurezza nel registro acuto, la qualità delle agilità che a tratti si sgonfiava come un soufflé mal riuscito, che ti lascia comunque l’acquolina in bocca... Meno bene andavano le cose con Ann Hallenberg (Isseo), che pure ha una notevole presenza scenica e buon timbro brunito, e Sabina von Walther (Asterio), quest’ultima talvolta davvero imbarazzante. Del cast della prima, restavano due fuoriclasse. Ma su una mantengo delle riserve. Desirée Rancatore ha goduto di una buona promozione mediatica; sui magazine e sui quotidiani si son lette diverse corbellerie (paragonata ad una Madonna di Antonello da Messina, a me sembra più generosamente una figura guttusiana, il Guttuso della “Vucciria”, per intenderci, figura più genuina e carnale che non eterea e mistica...).

La signora Rancatore sicuramente ha acquistato maggior corpo nella voce, e probabilmente il soprano coloratura che è naturalmente, per doti e tecnica, potrà – è giovanissima – evolvere verso un lirico (chissà quale deliziosa Manon massenettiana potrebbe darci...); ma l’articolazione delle agilità, la vocalizzazione, sembrano sempre un pò impastate, mirando alla sfera sovracuta, al Grande Effetto che certamente colpisce e incanta, ma... le doti della Rancatore possono permetterle di fare di più e meglio, ne sono certo. Ma è come se, a volte, si impigrisse (e bene ha detto Isotta nella recensione sul “Corriere” sottolineando che i recitativi erano tirati via, e che il rischio è che la signora Rancatore finisca con essere sempre e solo Olympia, la bambolina dei sovracuti...). Il mattatore della serata mi è parso Giuseppe Sabbatini; chiudendo gli occhi (non amo quelle prese di fiato tirate col naso, che portano talora a certe risonanze non bellissime), si ascolta quanto di meglio fosse in scena. Un ruolo, quello di Egisto, affrontato stilisticamente in maniera giusta, un ruolo talora di impostazione baritonaleggiante, con fioriture di estrema perigliosità che Sabbatini supera alla grande, esibendo anche certe incantevoli emissioni a mezzavoce. Bellissima figura anche sulla scena – per certi versi, il più disinvolto – ha sciolto finalmente il pubblico della Scala dell’11 gennaio che lo ha applaudito spezzando un algido silenzio fin’allora incomprensibile.

Di Muti s’è detto, e vale ricordare le prime parti (e l’oboista Francesco Di Rosa in particolare) dell’orchestra scaligera, degna d’essere posta, sul piano operistico, tra le prime dieci compagini mondiali. Bravissimo il coro, magistralmente preparato da Bruno Casoni.

“ Is that all there is ?”. Torna ancora la canzone dell’inizio, a proposito dello spettacolo di Ronconi (regia) e Pizzi (scene e costumi); delle luci, brutte, statiche, tutto il male possibile. Allora, per chi non avesse visto lo spettacolo (e se se ne farà una edizione in dvd, speriamo almeno nella regia video), l’idea di fondo era di una scena spoglia, che a tratti mostrava il cemento nudo dei muri della torre scenica. Nero, grigio e bianco i colori: delle scalinate che avanzavano, e su cui, ad esempio, la signora Rancatore (coi tre abiti in lamè rosso, oro e viola) faceva più ricordare nel suo scendere e salire i gradini Loredana Lecciso che la Wandissima, nonostante i boys evitino il pernicioso ruzzolar... Una struttura metallica high-tech era il carcere, un muro lucido (il Tempio della Vendetta) con una nicchia ovale pareva un enorme monolite (Stanley Kubrick ?) cui un gigantesco dinosauro (Steven Spielberg ?) avesse lasciato impronta di un mezzo uovo, mentre una serie di uomini in pelle nera (Mad Max ? Matrix? black-block a Genova ?) si dava un gran da fare – con un certo impaccio nei movimenti – per recitar la parte dei cattivi. Un nave che faceva naufragio si muoveva come quelle automobiline radiocomandate che i cinesi vendono agli angoli dei marciapiedi. Belli i 26 cavalli in cartapesta semoventi (ma l’Orlando Furioso non abita più qui), suggestivo il coro disposto in una struttura che emerge dalle viscere del teatro, e ruffiano lo specchio riflettente la sala della Scala (Martone, per una “Lulu” di Berg al Teatro Massimo di Palermo, anni fa, aveva già utilizzato l’idea...). Il Teatro nel Teatro ? Oramai s’è fatta la muffa, su questi piccoli stratagemmi per epater les bourgeois... Insufficienti Marta Romagna e Matthew Endicott, ed il pasticcione corpo di ballo, nel pot-pourri di arie di danze selezionate da Muti in vece del balletto del 1778 (perduto); noioso il balletto, anche perché aveva un’aria di dejà vu (“Armide” di Gluck, o mi sbaglio ?). “ Is that all there is ?”

Sergio Albertini