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Ultima stagione a Losanna per François-Xavier Hauville, che lascia alla guida del Teatro dell’Opera il regista Eric Vigié quale suo successore. E questo addio è curiosamente siglato, ad apertura della nuova ed ultima stagione(11-19 settembre) da un dittico lieve, improntato al sorriso elegante e – forse – increspato da lieve malinconia. Il Rossini de “Il signor Bruschino” e il “Gianni Schicchi” pucciniano – in nuove produzioni – sono affidate alla regia di Mariame Clément, alle scene e ai costumi di Julia Hansen e alla direzione di Corrado Rovaris sul podio dell’Orchestra da Camera di Lausanne: il cast è fondamentalmente italiano, e vede impegnati Roberto De Candia (Schicchi e Bruschino padre), Cinzia De Mola (Zita), Riccardo Botta (Florville e Rinuccio), Giorgio Caoduro (Gaudenzio e Marco), Corinna Mologni (Sofia), Alessandro Svab (Simone) tra i numerosi interpreti. Secondo appuntamento, con l’atto unico di Francis Poulenc “La voix humaine” in forma di concerto (24 ottobre) affidata alla voce di Delphine Gillot, diplomata alla Guildhall School e alla Royal Academy di Londra, assieme alla Sinfonietta di Lausannediretta da Nicolas Chalvin. “Reigen” di Philippe Boesman (compositore nato nel 1936) è il terzo appuntamento operistico (dal 14 al 21 novembre); una produzione dell’Opéra National du Rhin e dell’Atelier du Rhin-CDR d’Alsace, col sostegno della Fondazione FranceTelecom e della Fondazione Leenaards che ripropone l’opera andata in scena nel 1993 su libretto di Luc Bondy dal testo teatrale “Reigen” (“La ronde”) di Arthur Schnitzler. In realtà si tratta di una nuova versione dell’opera, una trascrizione per orchestra ridotta (22 elementi), realizzata da Fabrizio Cassol e destinata alle Jeunes Voix du Rhin in tournée a Lausanne.

La direzione musicale è affidata a Nicolas Chalvin, la regia di Matthew Jocelyn, i costumi di Zaia Koscianski, le scene di Alain Lagarde. “Il flauto magico” che si ascolterà a Lausanne dal 31 dicembre al 12 gennaio è una nuova produzione del Festival d’Aix-en-Provence del 2003 in coproduzione con il Festivalspielhaus di Baden-Baden, l’Opera di Rouen e l’Opéra di Lausanne. La direzione musicale è di uno specialista delle esecuzioni storicamente documentate come Christophe Rousset, la regia è di Jérôme Deschamps e Macha Makeïeff (quest’ultimo firma anche costumi e accessori) ripresa da Emmanuelle Bastet, scene dell’artista catalano Miquel Barcelò. Il cast comprende Shahrokh Moshkin Ghalam (Selim), Sine Bundgaard (Konstanze), Ditte Anderson (Blonde), Topi Lehtipuu (Belmonte), Martin Thörnqvist (Pedrillo), Fernand Bernadi (Osmin) e i commedianti della Compagnie Deschamps & Deschamps. Dopo la prima esecuzione avvenuta ad Angers, “La vase de parfums” (28 gennaio) della compositrice Suzanne Giraud approda a Lausanne. All’origine dell’opera, il personaggio biblico di Maria Maddalena, la quale versa un “vaso di profumi” sulla testa di Cristo dopo avergli lavato i piedi ed averglieli asciugati con i propri capelli. Olivier Py, librettista, utilizza i recenti ritrovamenti di testi apocrifi per tessere una storia attorno alla notte del Venerdì Santo secondo colei che sarebbe stata il tredicesimo apostolo. “Non si tratta solamente della notte del Venerdì Santo ma di tutte le notti dove la fede è assente, di tutte le notti dove diviene protagonista la Morte, che si riappropria dei suoi diritti”, dichiara Py; Maria Maddalena prende qui il nome di “Femme libre”, perchè prima persona a credere alla Resurrezione, capace di scegliere “una Fede che sopravvive alla morte della fede”, ad essere “scelta dal Cristo come primo testimone del suo ritorno”. La musica è di Suzanne Giraud, classe 1958, affascinata da questa figura femminile, e – pur nutritasi delle tecniche compositive del 20° secolo – attratta appassionatamente dalla musica del Rinascimento nel corso del suo soggiorno a Villa Medici, a Roma.

Diviene quindi naturale che l’interpretazione di questa opera – in un prologo e tredici scene – sia affidata a due ensembles che siano testimoni di questi due poli: uno vocale, l’ensemble “A Sei Voci” (andrine Sutter, mezzo, Jean-Paul Bonnevalle, contreténor, Mary Saint-Palais, soprano, Sébastien Lagrave, ténor, Stephan Imboden, basse) diretto da Bernard Fabre-Garrus, specialista in esecuzioni di musiche antiche, l’altro strumentale, l’Ensemble Orchestral Contemporain, diretto da Daniel Kawka, che utilizza uno strumentario prossimo a quello del “Messiah” di Haendel. La coproduzione con Angers Nantes Opera è diretta da Olivier Py, che ne cura anchele luci, con scene e costumi di Pierre-André Weitz. Probabilmente uno degli avvenimenti più attesi della stagione è senza dubbio la riesumazione di un’opera di Antonio Salieri, “La grotta di Trofonio” (6-15 marzo), con l’ensemble di strumenti originali Les Talens Lyriques diretto da Christophe Rousset; (già creatore a Lausanne di un maestoso “Roland” di Lully lo scorso anno, di cui rimane testimonianza discografica). L’opera buffa “La grotta di Trofonio” fu creata per il Burgtheater di Vienna ed accolta con enorme successo il 12 ottobre 1785; su libretto del celebre abate Giambattista Casti, principale antagonista di Da Ponte e librettista favorito dai compositori dell’epoca, è abitato da un’ironia mordace che aggredisce l’affettazione e la pedanteria dei filosofi illuministi, ponendoli in ridicolo con caricature esilaranti degli amanti delle scienze occulte e delle arti divinatorie.

La musica di Salieri è ricca di inventiva, proiettata verso l’avvenire, con una paletta orchestrale estremamente colorata, un trattamento degli insieme vocali ricco e variato. La nuova produzione, col sostegno dei Retraites Populaires, è affidata alla regia di Marcial Di Fonzo Bo, alle scene di Peter Wilkinson, ai costumi di Pierre-Jean Larroque; il cast comprende Olivier Lallouette, Raffaella Milanesi, Marie Arnet, Nikolaï Schukoff, Tobias Rapp e Carlo Lepore quale Trofonio. La “Carmen” – assente da almeno vent’anni dalla scena losannese – che chiude la stagione (10-19 giugno) è un allestimento della Welsh National Opera, firmato dal talentuoso duo registico Patrice Caurier-Moshe Leiser (qui la regia è ripresa da Jean-Michel Criqui), coi costumi di Agostino Cavalca e le scene di Christian Fenouillat. Sul podio, Nicolas Chalvin, mentre gli interpreti sono Isabelle Cals (Carmen), Nikolaï Schukoff (Don José), Evgueniy Alexiev (Escamillo), Ainhoa Garmendia (Micaëla), assieme a Christine Rigaud, Elodie Méchain, Ivan Ludlow, Emiliano Gonzalez Toro, André Morsch e Jean-Marc Salzmann. Per la danza, una coproduzione Expo di Siviglia 92, Festival delle Fiandre, Octobre en Normandie: “Un moto di gioia” della coreografa Anne Teresa De Keermaeker con la compagnia Rosas, per la messa in scena di Jean-Luc Ducourt ; con la Beethoven Academie diretta da Alessandro De Marchi, i soprani Patrizia Bicciré, Anke Hermann, Isolde Siebert e la pianista Claire Chevallier.

“Un moto di gioia” segna una collaborazione molto intensa tra i musicisti (provenienti per lo più dagli ensembles di Philippe Herreweghe e di Jos van Immerseel) e i danzatori (qui Nordine Benchorf, Bruce Campbell, Marta Coronado, Vincent Dunoyer, Fumiyo Ikeda, Elizaveta Penkóva, Marion Lévy, Taka Shamoto, Igor Shyshko, Clinton Stringer, Samantha van Wissen, Johan Thelander, Rosalba Torres Guerrero, Jakub Truszkowski). Nel balletto nella sua forma originaria (quella del 1982, coprodotto allora dalla Monnaie di Bruxelles nel Palazzo dei Papi di Avignone e che poi fece il giro di tutt’Europa), le tre cantanti, interpretando le arie da concerto mozartiane, stavano tra i ballerini, e talvolta esse stesse erano implicate nella danza, per alcuni pezzi, non ci sono passi di danza, ma al più movimenti reiterati, per far attirar più l’attenzione sulla musica. La struttura coreografica della De Keersmaeker si basa sudue ingredienti, che si riflettono anche nella scena (di Hermann Sorgeloos): l’ellisse e la spirale, assieme ai motivi classici frequentemente ricorrenti ma costantemente frammentati da elementi asimmetrici derivanti dalla pratica dell’improvvisazione. Altro appuntamento con la danza, « Once », creazione del 2002, prodotto dalla compagnia Rosas e da La Monnaie/De Munt, coreografa e danzatrice Anne Teresa De Keersmaeker, scene e luci di Jan Joris Lamers, costumi di Anke Loh, immagini di Aliocha Van der Avoort, su musiche dall’album “Joan Baez in Concert 2”. Una Joan Baez ventiduenne, dalla voce eterea, che si accompagna con semplici accordi di chitarra, un repertorio che spazia da “Once I had a sweetheart” a “We shall overcome” viene ascoltata da una giovanissima Aliocha Van der Avoort, futura coreografa, che non comprende il significato dei testi ma che rimane sedotta da quel canto luminoso. Sogna girando tra le mani la copertina di quel ellepi in vinile. Il tempo passa, le melodie della Baez divengono l’eco utopico di una generazione, di lotta contro le ineguaglianze, contro la violenza. Dice la coreografa: “Joan Baez veicolava una speranza profonda, credibile e possibile, nel cambiamento. Si batteva per la dignità umana, per uno star bene che non fosse sono materiale”. Ne nascerà una danza, a metà tra “l’equilibrio rigoroso della danza classica” e il gesto che “viene generato dalla parola”. “Mi batto”, dichiara ancora la coreografa, “contro e con questa tensione, tra la certezza e il dubbio, l’esposizione netta e l’erranza dell’introspezione”.

La stagione 2004/2005 di Lausanne si completa con diversi recital. Il basso-baritono Gilles Cachemaille, con la pianista Esther Walker, offre i “Sechs Monologe aus Jedermann”; basato su testi tratti dal dramma di Hofmannstahl, questi sei monologhi evocano il terrore del protagonista di fronte alla morte, l’angoscia davanti alla rinuncia dei beni materiali e l’ascensione verso un mondo dello spirito attraverso la preghiera, la speranza, il perdono, la redenzione. Il programma prevede anche il ciclo “An die ferne Geliebte” di Beethoven ed una raccolta di melodie di André Caplet (tra cui “Trois fables de La Fontaine”), volontario nella guerra del 14-18, la cui vena creativa si pone come interregno tra Debussy e certe screziature che ricordano Schoenberg. Il tenore Daniil Shtoda è una delle realtà tenorili liederistiche più interessanti; accomunato a Wunderlich e a Gedda, il russo è un vero e proprio “enfant prodige”, laureato al concorso Placido Domingo di Los Angeles e al Grand Prix Rimskij-Korsakov di San Pietroburgo, nonostante la giovane età, ha già al suo attivo collaborazioni con direttori del calibro di Claudio Abbado, Daniel Harding, Valerij Gergiev, lo stesso Domingo.

Sorella di Valerij Gergiev, lo accompagna in questo recital la pianista Larissa Gergieva, direttrice artistica dell’Accademia per Giovani Cantanti del Teatro Marinskij di San Pietroburgo. I due artisti propongono un florilegio di romanze da camera di Cajkovskij, Glinka, Rachmaninov e di alcuni compositori del “Gruppo dei Cinque”: Cuij, Balakirev, Rimskij-Korsakov. Sophie Daneman, soprano, Paul Agnew, tenore,Peter Harvey, baritono, assieme al trio composto da Jérôme Hantaï, pianoforte, Alessandro Moccia, violino e Alix Verzier, violoncello, propongono le gustose armonizzazioni ed arrangiamenti di canti popolari irlandesi, gallesi e scozzesi che rappresentano forse la parte meno conosciuta di Ludwig van Beethoven. Lavori per lo più composti tra il 1810 e il 1816, propongono – nell’armonizzazione per trio con pianoforte – una gran varietà di colori in convivenza con le differenti combinazioni con i tre timbri vocali, da soli o in duo o trio. Ultimo appuntamento, quello con il mezzosoprano Karine Deshayes, laureata al concorso “Voci nuove”, primo premio 2002, assieme alla pianista Hélène Lucas (accompagnatrice e responsabile di canto all’Opéra de Lyon); il suo recital è un verio e proprio florilegio, da una scelta di Lieder brahmsiani al ciclo “La Chanson d’Eve” di Gabriel Fauré, dieci melodie su testi del poeta simbolista belga Charles van Lerberghe, sino ad una scelta di mélodies di Charles Gounod, che Ravel definì “vero instauratore della mélodie in Francia, che ha ritrovato il segreto della sensualità armonica perduta sin dai tempi dei clavicembalisti”.

Sergio Albertini