I cookie ci aiutano ad offrirti un servizio migliore. Utilizzando il nostro sito accetti l'uso dei cookie. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, visualizza la nostra cookie policy.

La caduta de' decemviri, dramma per musica in tre atti
musica di Alessandro Scarlatti (1660-1725)
libretto di Silvio Stampigli

Prima:
Napoli, Teatro San Bartolomeo o Palazzo Reale, 15 dicembre 1697

Personaggi ed interpreti:
Appio Claudio, capo del decemvirato – Elena Cecchi Fedi
Claudia, sua sorella – Valentina Caladonato
Valeria, amante di Appio (S) – Rosanna Bertini
Lucio Virginio, comandante romano (T) – Nicola Pascoli
Virginia, figlia di Lucio (S) – Stefanna Kybalova
Icilio, amante di Virginia (S) – Silvia Vajente
Servilia, governante di Virginia (S) – Lucia Sciannimanico
Flacco, servitore di Appio (B) – Ivan Garcia

Orchestra Barocca Il Rossignolo (su strumenti originali)
Ottaviano Tenerani, direttore
Regia, scene e costumi di Alessio Rosati
Luci di Nicolas Bovey

Barga, Teatro dei Differenti, 18 luglio 2004 (seconda recita)
prima rappresentazione in epoca moderna

Per qualche anno, la Città di Palermo (assieme al Teatro Massimo) si è inventata un "Festival Scarlatti" per ricordare con giusto decoro uno dei suoi (pochi) illustri musicisti; personalmente, questa "appropriazione" geografica ci è sempre sembrata pretestuosa, in quanto il giovane Alessandro da quella città (intuendo quel che rimane valido ancor oggi, e che cioè se vuoi emergere, la devi abbandonare prima di invecchiare infelicemente...) se ne andò a quattordici anni o giù di lì e – crediamo – mai più vi fece ritorno. Napoletano, allora (e poi romano) per formazione e carriera, piuttosto. Quel "Festival Scarlatti", capriccioso giocattolo in mano ad un bimbo dispettoso, prometteva ai suoi esordi (ma quante cose si possono dire in conferenza stampa... tanto, poi, chi penserà a smentire le promesse fatte e non mantenute?) un ritorno di immagine "mondiale", produzioni discografiche, editoria correlata, coproduzioni con le città dove Scarlatti era divenuto grande, da Napoli a Venezia...

Come andarono le cose, basta chiedere in giro. Tanti bei soldi spesi, poco pubblico pagante – quasi niente – e folla laddove i concerti erano gratuiti e in piccoli spazi (sembrano tante venti persone in un ascensore, no ?). La qualità degli spettacoli era cresciuta negli anni (ricordiamo una imbarazzantissima messa in scena di un'opera scarlattiana al Politeama Garibaldi di quella città, indegna persino per una Filodrammatica Minori Disabili...), e con essa anche la noia crebbe a dismisura. Proiezioni, un teatrino simil-Amato in resina, costumi a riciclo, la più scontata gestualità di repertorio avevano accompagnato le pur interessanti riprese operistiche. La noia si doveva combattere con le idee registiche, e questo non c'è stato. Per tacer di certi ensembles e direttori...

Assediati com'è abitudine di quella città in un fortino dove ogni critica sembrava essere un attacco alla Purezza e alla Genialità dei Pochi Eletti (untuosi, più che Unti da Dio...), i sostenitori ad oltranza del Festival si incaponirono sempre più, senza aprirsi mai davvero alle forze culturali della città. Detentori assoluti del Verbo Scarlattiano, lanciavano anatemi a destra e a manca... Quel che ne rimane, ci pare, è una memoria sbiadita di quegli anni recenti. E come sempre, quel denaro sprecato ha lasciato nulla o poco alla città, ed un po' di più ai bambini capricciosi che quel giocattolo si son visti rompere tra le mani... Scarlatti rimane comunque un grande compositore per il teatro ancora misconosciuto, nonostante in Europa, qui e là, facciano timido capolino alcune riprese.

Ora il Festival di Barga, terminata l'ubriacatura vivaldiana e sardelliana, propone una prima esecuzione in tempi moderni di un melodramma scarlattiano, quel "La caduta de' decemviri" che segna l'inizio della collaborazione tra Scarlatti e Silvio Stampiglia librettista in seguito anche de "L'Eraclea" (Napoli, 1700), "Tito Sempronio Gracco" (Napoli, 1702), "Turno Aricino" (Pratolino, 1704), "Lucio Manlio" (Pratolino, 1706, in collaborazione con Giuseppe Papis). Si sa. Barga non è Festival dal grande budget, e persino il teatr(in)o è piccino picciò. Occorrono molte idee e fantasia per montare gli spettacoli, e a Barga questo non è quasi mai mancato. Certo, il buon Alessio Rosati (che firma scene, costumi e regia) appartiene alla schiera dei "vorrei essere Pizzi ma non posso", e quindi non si risparmia nelle grandi parrucche, nei drappi, negli strascichi, nei fondali dipinti (secondo le più prevedibili e didascaliche esigenze di un libretto barocco, dai giardini alle gallerie). Se l'alternativa però ha da essere la sfilza di trovatine in stile Livermore (vedi Vivaldi e poi muori) quasi quasi ci accontentiamo del simil-Pizzi...

L'opera fu rappresentata a Napoli (forse al Teatro San Bartolomeo, luogo prediletto della scena scarlattiana da almeno un decennio, forse a Palazzo Reale) ed il soggetto prende spunto dal "Libro III" della "Storia di Roma" di Tito Livio: Appio, tiranno romano, è innamorato di Virginia, fanciulla plebea, figlia del guerriero Lucio e promessa sposa di Icilio. Fallite le seduzioni a base di doni, Appio dà ordine di rapirla, ma vanamente perché la damigella di Virginia, Servilia, chiede aiuto alla folla. In tribunale – con Appio giudice supremo – i presenti chiedono il rinvio della sentenza sino al ritorno di Lucio, impegnato con l'esercito nei dintorni di Roma. Rientrato in città Lucio per salvare la figlia dal disonore, la uccide. Questa la fonte; ma il libretto di Stampiglia vi appone delle modifiche. Appio sta tentando di fuggire travestito, ma viene catturato da Lucio rientrato con le truppe, e perdonato assieme al suo servo Fiacco. Su questa trama si inseriscono – com'era prassi – episodi secondari, come l'amore tra Lucio e Claudia o le vicende di Valeria (personaggio assente nella narrazione di Tito Livio); non mancano i "buffi", un topos obbligato nell'opera seicentesca e del primo settecento, soprattutto in quella di scuola napoletana, come evidenzia nel terzo atto il travestimento di Fiacco in "vecchia" balbuziente (l'impronta napoletana è marcata, per altro, in più parti dell'opera, come nell'aria di Appio del secondo atto, "Del caro mio tesoro").
Filologia ? Strumenti originali ? Prassi filologicamente documentata?

Nel nome di questi termini si son compiuti – soprattutto in Italia – i più grandi misfatti musicali della seconda metà del XX secolo. Nel nome del "vero che più vero non si puo'" (e a Palermo, i misfatti sono stati targati con la denominazione ad origine controllata dell'Associazione Antonio Il Verso, i cui demeriti sono stati mascherati dall'ipervalutazione tipicamente provinciale del loro operato...), si dimentica che il pubblico di "quella" epoca non assisteva a rituali esoterici, non restava impettita ed estasiata dinanzi alle esibizioni di quel e quell'altro cantante ma ruttava, entrava ed usciva da una sala illuminata, mangiava, prendeva il famoso "sorbetto" (da cui prendono il nome le cosiddette "arie da sorbetto"), se è il caso faceva del sesso più o meno sbrigativo...

A Barga non s'è fatta tanta filologia. Qualche taglio inevitabile (son quattr'ore!), da capo variati (ma senza incanto barocco, a volte; colpa di cantantini sempre pulitini e correttini, ma il cui carisma è sovente intenso come quello di una ventenne che si esibisce dinanzi a Mammuccari per il concorso-Veline...), una esecuzione com'è d'uso oggi in Italia: tutto molto per bene, molto "vacanza musicale intelligente" (andate a Beaune, ragazzi...), di fatto musicalmente noiosino anzichenò, archi in precarissimo equilibrio d'intonazione, basso continuo che si vorrebbe più ricco, fantasioso (ma meno invasivo), con le trombe (in/naturali...) in discreta evidenza nelle arie di Lucio. Dal 1697, data della prima esecuzione, al 1723, "La caduta de' decemviri" è stata eseguita pressoché ininterrottamente, per cadere poi nell'oblio. Difficile pensarne ad un ritorno in repertorio, come per quasi tutte le opere che qui e là ritornano dall'oblio (a Siena, al Teatro dei Rozzi, comunque, questo allestimento tornerà in scena il 29 e il 30 ottobre): ma ci pensate a vivere solo di "Statire" ed "Eliogabali", oggi?

Edoardo Tornello