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Madama Butterfly , tragedia giapponese in tre atti di Giacomo Puccini
libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giocosa, dal dramma Madame Butterfly di David Belasco

Personaggi ed interpreti:
Madama Butterfly [Cio-cio-san] – Adina Nitescu
Suzuki, servente di Cio-cio-san – Annamaria Popescu
Kate Pinkerton – Adelina Scarabelli
F.B. Pinkerton, tenente della marina degli Stati Uniti – Roberto Aronica
Sharpless, console degli Stati Uniti a Nagasaki – Alexandru Agache
Goro, nakodo - Mario Bolognesi
Il principe Yamadori – Fabio Capitanucci
Lo zio bonzo – Ernesto Panariello
Yakusidé – Tino Nava
Il commissario imperiale – Armando Gabba
L'ufficiale del registro – Andrzej Glowienka
La madre di Cio-cio-san - Francesca Garbi
La zia – Lucia Mastromarino
La cugina – Anna Zoroberto
Danzatrice – Piera Pedretti

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano
Bruno Bartoletti, maestro concertatore e direttore d'orchestra
Bruno Casoni, maestro del coro

Regia di Keita Asari ripresa da Lorenza Cantini
Scene di Ichiro Takada
Costumi di Hanae Mori
Coreografie di Hidejo Kanzaki
Luci di Sumio Yoshi

Quinta rappresentazione
Milano, Teatro degli Arcimboldi, 15 luglio 2004

"Madama Butterfly" è stata opera che ha segnato, in qualche modo, il mio rapporto con il mondo dell'opera. Prima registrazione di un'opera in vinile acquistata (ahimè, ero tredicenne ed inesperto, e Anna Moffo mi sembrava carina...), prima opera vista in teatro (ammetto l'insofferenza di allora, ma Cio-cio-san era Renata Scotto, e non capivo come potesse restar sedotta da Gianni Raimondi...), prima opera a Torino, durante il servizio militare (sublime Raina Kabaivanska, era il 1978).

Ho visto la mia prima "Madama Butterfly" a Milano, ed è la più bella. Lo spettacolo pensato da Keita Asari (e ripreso magnificamente da Lorenza Cantini) aderisce perfettamente e totalmente al dettato pucciniano, costituendo appieno quel dramma intimista e psicologico in cui tutto converge verso la piccola Cio-cio-san. Asari, Takada e Mori hanno costruito una "Butterfly" modernissima ancora oggi, nonostante gli anni trascorsi dalla prima. Nessuna japonaiserie, nessun kimono da bambolima-souvenir, nessun orientalismo simil-liberty. Lo spettacolo inizia a scena aperta, già venti minuti prima dell'orario classico; servi di scena, morbidissimi e sinuosi (dinanzi un pubblico che cicaleccia distratto, saluta, chiede "dove vai in vacanza ?", fa le ultime chiamate dal telefonino prima di doverlo spegnere – come faranno, poverini ?), costruiscono a poco a poco la casa. Toni di grigio e bianco, sono già i colori di un lutto, disegnano già il quadrato della vita e della morte. L'eleganza cromatica con cui viene introdotto l'arrivo di Butterfly (ombrelli in carta posti secondo linee che ricordano la ordinata casualità di certi ikebana), la bellissima sequenza di luci (di Sumio Yoshi) che disegna le notti e le albe e un incantatorio cielo stellato, certi tratti da antologia (Kate Pinkerton che, ignorante più che colpevole, calpesta il giardino zen e la ghiaia bianca; la morte di Cio-cio-san, con un ventaglio che pian piano si apre a mostrare lo squarcio rosso del sangue mentre anche il rettangolo bianco su cui si è inginocchiato si allaga/allarga del rosso sangue; l'apertura delle tre minuscole finestre dentro la casa in cui Suzuki, la protagonista e Dolore si affacciano per la Lunga Attesa), la minuziosa recitazione della protagonista, mai leziosa, minimalista piuttosto – ed la lentezza rituale la chiave di accesso alla "rappresentazione" del Lutto (rigorosamente bianco, com'è che s'usa in Giappone: ma arriva, qusto "segno" al pubblico ?): tutte queste, ed altre ragioni, fanno di questa "Butterfly" uno dei modi migliori, se non il migliore, per mettere in scena quest'opera di Puccini.

E grande "Butterfly" lo è stata per merito di Bruno Bartoletti, cui occorrerebbe restituire appieno l'enorme valore della sua cifra direttoriale di una lunghissima, splendida carriera. Conosce il respiro del canto, Bartoletti, e fa suonare l'orchestra "assieme" ai cantanti e non contro di essi. Nella sua "Butterfly" avvolge con sottigliezze raffinate il momento dell'"Obi pomposa" e del duetto d'amore del I atto; rende nette, ma mai algide, le gamme pentatoniche, rende tutta la sezione dei legni (bravissimi tutti!) d'una trasparenza etera, fa fluttuare in un magma denso ed omogeneo i tempi rubati utlizzati da Puccini; ci sono momenti in cui l'orchestra è imbevuta d'aria di mare, quel mare che nello spettacolo di Asari è immaginato in un Altrove, un Laggiù che non appartiene al campo visivo ma a quello del Sogno. E Bartoletti, in piena coerenza con lo spettacolo di Asari, rende anche una Musica di Lutto, una Musica di Inganno, di Rimozione. Perfetto Roberto Aronica come Pinkerton; bello squillo, dizione scultorea, morbidezza dinamica.

Impeccabile Alexandru Agache (mai uno Sharpless ci è sembrato così dolente, così disperato, così sinceramente coinvolto). Adina Nitescu è eroina convincente, e perfettamente in sintonia con regia e direzione d'orchestra; la sua ostinata scelta di libertà, la sua scarnificazione a vista di un suicidio quasi preannunciato sin dal suo ingresso è reso con giusto calibro vocale (sebbene il timbro non sia di quelli che ti rimane nella mente). Non c'è mai l'eco del "mestiere", nel suo canto, caso mai quello della "ri/creazione". Di altissimo rilievo tutto il resto del cast, e superba (c'erano dubbi ?) la prestazione del coro, preparato da Bruno Casoni.

Sergio Albertini