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Candide di Leonard Bernstein
Musical in due atti su libretto di Lilian Hellman, John Latouche e Richard Wilbur, da Voltaire

Personaggi ed interpreti:
Candide, Adam Diegel, tenore
Cunegonda, Lielle Berman Robertson, soprano
Pangloss/Martin, Michael Cavalieri, baritono
Old Lady, Kellie Van Horn, mezzosoprano
Maximilian, Evan Rainey Bennett, basso
Paquette, Jennifer Black, soprano
il governatore Vanderbendur/Ragotzky/il Capitano, Caleb Stokes, tenore

voce recitante, Davide Livermore

Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano "Giuseppe Verdi"
Maestri del Coro: Erina Gambarini, Ruben Jais
Maestro concertatore e direttore d'Orchestra: Giuseppe Grazioli
Milano, Auditorium, 6 luglio 2004

Mai debutto fu più felice (con una eccezione). Sì, perché "Candide" a Milano non era mai stato eseguito, ed ha segnato più che degnamente l'inaugurazione della rassegna "Broadway a Milano" in collaborazione con la Yale University di New Haven e con la sponsorizzazione generosa ed efficace della Mythos-Sistema di Consulenze Integrate. Ingresso libero, Auditorium di Largo Mahler affollatissimo. Leggero ritardi d'inizio, intervento del prof. Giorello su Keplero, il buio, le stelle che pareva entrarci con Voltaire, Bernstein e Broadway come i cavoli a merenda, ma a cavl donato non si guarda in bocca... "Candide", dunque. O almeno, uno dei "Candide" possibili.

Perché di "Candide", alla morte di Bernstein, avvenuta nel 1990, ne esistono almeno sette versioni in cui il compositore avesse collaborato direttamente (Londra 1959, Los Angeles 1966, Chicago 1967, San Francisco 1971, New York City Opera 1982, Scottish Opera 1988, LSO Concert 1989) oltre a quella iniziale – del 1956 – e ad una versione tascabile, creata assieme a Harold Prince e a Hugh Wheeler per un teatro di off-Broadway nel 1973. "Candide" dal "Candido" di Voltaire, si sa. Da. Perché molti dei migliori momenti del libretto della Hellman non hanno nulla a che spartire col testo di Voltaire: questi non menziona interrogatori durante l'auto-da-fe, non c'è valzer a Parigi, non esiste un casino a Venezia... Ma è la musica a farla da padrona – e così è stato all'Auditorium, visti gli applausi che hanno seguito quasi tutti i numeri cantati; la "Valentine Card" che Bernstein aveva inviato alla musica del vecchio continente è zeppa di evocazioni, rimandi, parodie. Il bel canto per terze e seste nel duetto "You were dead, you know", l'ombra dell'operetta in stile Gilbert & Sullivan come nella risposta del coro ai couplet del Dottor Pangloss ("Dear Boycouplet del Dottor Pangloss ("Dear Boy"), l'aria per soprano coloratura ("Glitter and be gay"). Bernstein, primo compositore postmoderno nel senso più alto del termine, usa tutte le forme e le formule del teatro in musica, ma ottenendo una unicità ed una omogeneità impressionanti.

Sul "Times" , nella recensione alla prima esecuzione londinese, si lesse: "daring to say that Ms. Hellman had no style". Nessuno stile, purtroppo, nella scelta di utilizzare Davide Livermore quale voce recitante. Passino il look (la barba non fatta da più giorni, il giubbotto rosso, il calzone a rigoni: Livermore siglerà anche i costumi del prossimo "Billy Budd" al Regio di Torino. Siamo curiosi.), certe estroverse pronunce ("sabbat" si legge così com'è scritto ? Stallone, cognome d'origine italiana, si legge proprio "stalluàn" ?), ma il tentativo di trasformare in semistaged la sua performance (i colpi di tacco, la danza iberica), gli aggiornamenti del testo (da Tex Willer alle televendite) fanno del suo ruolo (che abbisognava casomai di quel gusto narrativo "rabbinico" tipico di Bernstein) quel tipo di "simpaticone" cresciuto attorno a personaggi televisivi come Papi, Mammuccari, Roberto Da Crema... Gli ammiccamenti, le risatine, l'insistenza sulla presenza-assenza del ruolo di Cacambo sono "trovatine" ben lontane da lasciar trapelare il sarcasmo contro la Chiesa Cattolica del libretto di "Candide" (e del testo voltaireano), o di far intendere gli indispensabili riferimenti tra la (Santa) Inquisizione e le crociate anticomuniste del Senato americano... Se Livermore voleva inventarsi uno "slapstick" efficace, allora gli consigliamo prima di studiare, studiare, studiare...

Tolta questa nota – l'unica nota davvero stonata della serata – , restava una esecuzione di primissimo livello. Di Giuseppe Grazioli sul podio, tutto il bene possibile: il giovane direttore ha serrato la compagine orchestrale in un compatto e radiante strumento sonoro ricchissimo di senso del ritmo, di nettezza e precisione negli attacchi in tempo serrato, ha domato la naturale irruenza degli ottoni (bellissimo suono, ed elogio particolare alla tromba...), ha cucito in un cantabile setoso l'impasto degli archi, ha reso trasparenti gli accompagnamenti laddove il canto lo richiedeva (negli interventi nostalgici e malinconici di Candide), ha tenuto a bada il livello sonoro del magnifico coro dell'Orchestra Verdi... Frutto, probabilmente, di molte componenti: un istinto musicale non indifferente, la conoscenza personale con Bernstein, uno dei maestri con cui ha studiato (e scusate se è poco se tra gli altri ci sono anche i nomi di Peter Maag o di Franco Ferrara), e la curiosità direttoriale che lo ha portato, accanto ad un repertorio di tradizione, a dirigere una delizia come "L'Etoile" di Chabrier, un'opera contemporanea come "Jackie O", ma anche pagine di Hermann (il magico creatore di colonne sonore hitchcockiane), di Brubeck, di Rota, il "Liverpool Oratorio" di Paul McCartney.

Il cast era composto da giovani cantanti della Yale University, tutti degni di debuttare anche nelle nostre istituzioni teatrali, troppo spesso "occupate" dai sottoprodotti imposti dalle Agenzie. Adam Diegel è tenore capace di eterei pianissimi, con una impostazione più da lirico che da leggero, ed ha disegnato un protagonista via via felice, ingenuo, smarrito, desolato. Lielle Berman Robertson, Cunegonda, minuta, bella, è stata accolta da vere e proprie ovazioni al termine della sua "aria dei gioielli"; negli States è già stata Olympia dei "Contes d'Hoffmann", Lucia, Regina della Notte: ma se del soprano coloratura possiede un registro sovracuto sicuro, ha in più un bel timbro, solido (ben lontano dalle raspose e acide reginette degli acuti così tanto di moda in Italia in questi ultimi anni...), denso. Altra sorpresa piacevole è stata Kellie van Horn, che – pur con uno strumento vocale di calibro non eccelso – ha del mezzosoprano il vero colore: ci spiace non potere ascoltare il suo debutto in "Carmen" il prossimo autunno all'Opera Commonwealth, Massachussets. Speriamo qualche direttore artistico l'abbia ascoltata a Milano, e voglia scommettere su di lei: ci pare possieda una verve comica da sfruttare (come Fidalma non sarebbe male... ma forse anche Quickly in un "Falstaff" di taglio cameristico-intimista). Molto buoni anche Jennifer Black (viso di grande bellezza, luminoso, e voce importante: tra i suoi ruoli alla Yale School of Music anche Agata weberiana, Fiordiligi, Donna Anna), Michael Cavalieri, Caleb Stokes, Evan Rainey Bennett. Di grande aiuto i due schermi posizionati alla destra e alla sinistra della scena con il testo inglese da una parte, italiano dall'altro.

Sergio Albertini