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Fedora, melodramma in tre atti di Umberto Giordano
libretto di Arturo Colautti, dal dramma omonimo di Victorien Sardou

Personaggi ed interpreti:
la principessa Fedora Romazov – MARIA GULEGHINA
la contessa Olga Sukarev – CARLA DI CENSO
il conte Loris Ipanov – MARIO MALAGNINI
De Siriex – NATALE DE CAROLIS
Dimitri - LUCREZIA DREI
un piccolo savoiardo – GIULIA SPRUZZOLA
Desiré – NICOLA PAMIO
il barone Rouvel - ANTONIO FELTRACCO
Cirillo – PAOLO BATTAGLIA
Borov – ALBERTO NOLI
Grech – GIANCARLO BOLDRINI
Lorek – ERNESTO PANARIELLO
Nicola – VINCENZO ALAIMO
Sergio – ALESSANDRO MORETTI
Michele – CLAUDIO VENTURELLI
Boleslao Lazinski – MASSIMILIANO BULLO

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano
Direttore Stefano Ranzani
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia di Lamberto Puggelli
Scene e costumi di Luisa Spinatelli

Teatro degli Arcimboldi, 24 giugno 2004
Terza rappresentazione

"Fedora", comunque. Nonostante ancora si polemizzi sul valore delle opere della "Giovane Scuola" e dintorni. Ad ogni esecuzione o ripresa di "Cena delle beffe" e "Siberia", "Zingari" ed "Amica", "Gloria" e "I cavalieri di Ekebu", "Sly" e "Cyrano de Bergerac", "Zaza" e "L'amore dei tre re" (mescolando invero di tutto un po'...) si confrontano detrattori contro invasati che gridano al capolavoro incompreso. Certo, risulta difficile confrontare Foggia e la coeva Vienna (di Freud, Wittgenstein, Klimt, Schnitzler, Werfel...); risulta imbarazzante leggere che la fisarmonica e/o il canto del savoiardo in "Fedora" non hanno nulla da temere nel confronto dell'uso del canto e/o strumento popolare in una sinfonia di Mahler (sic!), come se l'operazione fatta da Berio in "Folksongs" e Tony Santagata avessero stessa carta d'identità... Ma tant'è! In una sorta di delirio inarrestabile, hanno ottenuto pari dignità da "pratica alta" i fotoromanzi di "Bolerofilm", i film pecorecci di Gloria Guida, Franchi & Ingrassia hanno acquistato nella neo-critica un "tocco alla Lubitsch", i romanzi della Delly sono affiancati nelle biblioteche "up-to-date" a Michel Tournier, "Vento di ponente" è grande televisione come "Scene da un matrimonio" di Bergman, Mammuccari e Lenny Bruce parlano sporco ed influenzano la gente...

"Fedora", comunque. Di quel Giordano diciottenne che, vista la Bernhardt nell'omonimo dramma di Sardou, decise che ne avrebbe ricavato un bel melodrammone, malgrado i rifiuti reiterati del suo autore a cedergli i diritti. Solo dopo il 1897, forte del successo di "Andrea Chenier" e dell'appoggio dell'editore Sonzogno, ottiene l'autorizzazione da Sardou. Orchestrazione completata quasi a ridosso della prima esecuzione, et voilà, ecco "Fedora". 90 minuti o poco più (molto di più a teatro, dove i due intervalli durano quasi più dell'opera stessa). "Fedora", comunque. Di cui è indiscutibile l'efficacia teatrale: ottima concisione, niente tempi morti, impiego di motivi tematici ciclici, grande ricchezza armonica, ammirevoli espansioni melodiche, nessuna attenzione a quel che accade in Francia o in Germania in quegli anni ma prosecuzione diretta di quel filone nazional-popolare che, tu chiamalo se vuoi, "tradizione".

Per la riuscita piena di queste opere, che lo si voglia o no, occorrono fondamentalmente un grande direttore e dei grandi interpreti. L'allestimento finisce con l'avere importanza marginale. Quello ripreso alla Scala dopo le recite del 1993 e del 1996, e proveniente dal Teatro Regio di Torino, è davvero molto bello e funzionale. Tolti i cascami art nouveau visti e rivisti fin troppe volte, la Spinatelli e Puggelli siglano uno spettacolo elegante: sui toni del grigio, nei tre atti protagonista è una pedana circolare girevole, arredata con divanetti circolari, dormeuses, scrittoietti, kentie, lampade a gas. Sul fondo, scenari efficaci e un poco naif, dalla sagoma dell'Opéra di Parigi al laghetto dell'Oberland. Belle le luci, che stagliano e ritagliano qui e là, il corpo morto del conte Vladimiro sul letto/baldacchino, la folla in controluce; più banale il gioco delle ombre in movimento alla ricerca di Loris. Ma tutto funziona a perfezione, anche i gesti mai carichi (seppure a Fedora qualche accenno di disperazione in più, al primo atto, non avrebbe guastato...), abiti come la Spinatelli sa ideare.

Il cast non è dei migliori, ma ci sono le attenuanti. Venuti meno i due attesi protagonisti (la Freni e Domingo), sono arrivati al ruolo quasi in extremis Maria Guleghina e Mario Malagnini. Alla prima vanno riconosciute molte qualità: nonostante un volume di suono impressionante (e che, ne siamo certi, saprà governare meglio, maturando il personaggio), riesce a sfumare, a dosare ottimi pianissimi, e certamente – ad onta di una dizione non impeccabile – regala un finale davvero di grande scuola, tecnicamente eccellente, interpretativamente perfetto. Riesce perfino a commuovere, e merita davvero il plauso finale del pubblico. Mario Malagnini no. S'è presa la dose di applausi, ma è merito della rapinosa melodia de "Amor ti vieta". Canta in punta di piedi, con portamenti lievi ma fastidiosi; il timbro non è dei più felici, e le risonanze divengono spesso nasali. Gli acuti ci sono, ma non hanno corpo (e Ranzani, colpevolmente, non lo aiuta, e l'orchestra lo copre spesso).

Il resto del cast è adeguato, con particolare evidenza per Carla Di Censo (s'è avuto modo anche di gustare la frivola "aria dello champagne", in teatro spesso tagliata). Applausi convinti e meritati per tutti, a fine serata. Di Ranzani, poco da dire. Un'opera così articolata, dove il ritmo di valzer e la citazione russa, l'evocazione savoiarda e il tema di Loris nell'intermezzo rischiano di sembrare un pastrocchio se non tenuti assieme da mano salda e amorosa (Gavazzeni docet), in sua mano sembra perdere corpo e spappolarsi ad ogni scena. Ci sono direttori che quasi non capisci com'è che godono di immunità nei Grandi Teatri... in questo concordo con Paolo Isotta e la sua recensione sul "Corriere della Sera" del 20 giugno. Ma io, più di lui, sono durissimo con lo sciocchezzaio che immonda, da pag.79 a pag.89, il bel programma di sala. Bouvard e Pecuchet, in confronto, sembrano dei dilettanti...

Sergio Albertini