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Falstaff, commedia lirica in tre atti di Giuseppe Verdi
libretto di Arrigo Boito, dalla commedia "The merry Wives of Windsor" e dal dramma "The History of Henry the Fourth" di Shakespeare

Personaggi ed interpreti:
Sir John Falstaff – Ambrogio Maestri
Ford – Natale De Carolis
Fenton – Giuseppe Filianoti
il dottor Cajus – Gregorio Bonfatti
Bardolfo – Patrizio Saudelli
Pistola – Enrico Iori
Mrs. Alice Ford – Barbara Frittoli
Nannetta – Laura Giordano
Mrs. Quickly – Bernadette Manca Di Nissa
Mrs. Meg Page – Nino Surguladze
l'oste della Giarrettiera – Roberto Lun
Robin, paggio di Falstaff – Gramoz Quriazi

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, Milano
Maestro concertatore e direttore d'orchestra, Riccardo Muti
Maestro del coro, Bruno Casoni
Regia di Giorgio Strehler ripresa da Marina Bianchi
Scene e costumi di Ezio Frigerio
Lighting designer Gianni Mantovanini

Teatro degli Arcimboldi, Milano, 6 maggio 2004
Terza rappresentazione

Grande Strehler (o quel che ne rimane della regia...), grandissimo Muti, immenso Verdi. Così pensavo sin dall'aprirsi del sipario alla recita alla quale ho assistito (e qui ancora un grazie all'Ufficio Stampa, sempre sollecito e cortese). "Falstaff" è davvero l'ultima opera buffa di un secolo che muore, la prima opera profondamente moderna del secolo che nasce. Moderna, e personalissima. Opera in cui si percepisce appieno il fatto che il compositore l'abbia scritta per il proprio piacere, senza essere più ossessionato dalle messe in scena, dai cantanti, dalle critiche, dalla risposta del pubblico. Vecchi giorni di un uomo che aveva rallentato oramai i ritmi della propria produzione musicale, il rapporto con la mondanità obbligata, e – chiesto a Boito di tener segreto il progetto – s'era temperato sul proprio ritmo, ora di fervida attività, ora di dilatati rallentamenti.

Vecchio uomo, ma non certo alle prese con un progetto puramente astratto, fuori d'ogni idea d'una "reale" messa in scena... le negoziazioni con la Scala ci furono, e ci fu anche qualche "aggiustamento", almeno uno, come l'aria del II atto, scena seconda, per Mrs. Quickly, a misura dell'interprete, che fu Giuseppina Pasqua (ma altre ne seguirono, come quelle per la produzione parigina del 1894). "Falstaff" nell'allestimento Strehler/Frigerio torna alla Scala (per la settima volta!), ed è ancora – sorprende, in questi tempi grevi e meschini... – trionfo. I meriti sono tanti, e variamente ripartiti. Merito dell'allestimento squisitamente "tradizionale", così lontano dai colori psichedelici di un "Falstaff" che pochi anni fa siglò la riapertura del Covent Garden, bello pur esso, ma forse incapace di durare nel tempo... Perché il "Falstaff" (ri)visto agli Arcimboldi nacque come inaugurazione scaligera datata 1980. Conserva appieno quel meriggiare assolato tra cascinaie e fienili di pieno sapore lombardo, quel brumoso chiaror di luna piena siglati da Ezio Frigerio con mano felice.

Conserva sicuramente, nella ripresa registica di Marina Bianchi, la lievità e la naturalezza della regia di Strehler (ma com'è impacciato il saliscendi dal fieno di Filianoti, e come troppo spesso i cantanti si pongono nella zona d'ombra senza sapersi cercare la luce addosso... che peccato!). Ma aggiunge una direzione sempre più straordinaria; di certo, uno delle qualità del Muti degli ultimi anni, del Muti che ho ascoltato in direzioni operistiche, è la minuziosissima capacità analitica e sonora dei particolari, la resa delle "tinte" di cui è intriso "Falstaff". Come Verdi, anche Muti qui più che altrove, gioisce della "diversità", si diverte e diverte. Non c'è oggi – e forse neppure ieri ? – un direttore più "verdiano" di Muti. Se penso al recente "Due Foscari" e lo affinaco a questo ultimo "Falstaff", sfido chiunque a smentirmi... C'è nell'orchestra del "Falstaff" di Muti, ancora una volta, il nitore, la brillantezza, il fraseggio accuratissimo, ma anche un uso minuzioso del cesello sonoro per rendere quel cicaleccio vaporoso e un po' vano delle allegre comari, c'è il turbamento lieve del farsi amoroso di Nannetta e di Fenton, c'è la malinconica consapevolezza del tempo che scorre di Falstaff.

Ci fu un tempo che si contestava a Muti la scelta dei cast. Non so come andasse prima, ma oggi questo è il migliore dei cast possibili. Ambrogio Maestri è Falstaff nel corpo, nella voce, nell'anima. Basterebbe questa interpretazione per fare comunque "il" Falstaff dei nostri tempi: la voce è piena, viaggia bene in sala, si tinge di morbidezze e sfumature laddove la scrittura lo richiede, la dizione è nitida, gli acuti sicuri, il falsetto elegantissimo, il phisique du role magnifico. E l'affiatamento col respiro orchestrale di Muti impeccabile.

I coniugi Ford lo sono anche nella vita. Lei, Barbara Frittoli – cantante per la quale non vado proprio pazzo... – è corretta, elegante, affidabile; lui, Natale De Carolis, al debutto come Ford, è impeccabile se pur non trascinante. Magnifico il resto del cast:: la coppia Fenton-Nannetta trova in Filianoti e nella palermitana Laura Giordano la freschezza della gioventù assieme a due tecniche vocali di primissimo ordine. Bernadette Manca di Nissa "è" Mrs. Quickly (la ricordo esilarante assieme ad una spassosissima Kabaivanska in un allestimento palermitano di "Falstaff" d'una decina d'anni fa), e dispiace che una cantante di simile calibro (che ho ascoltato anche in "Orfeo ed Euridice" di Gluck e in "Agrippina" di Haendel, sempre a Palermo) non occupi il posto che merita sulla scena internazionale. Perfetti Iori, Bonfatti, Saudelli, la Surguladze. Della regia, tutto s'è detto. Almeno di quella di Strehler. Di quel che ne rimane, nelle riprese affidate ad altri, occorre eliminare le sfocature e le zone d'ombra (reali e metaforiche). Applausi, urla, entusiasmo, ovazioni. Segno dell'altissimo livello della ripresa. Questa è la Scala.

Sergio Albertini