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Der Fliegende Holländer di Richard Wagner, su libretto proprio
Opera romantica in tre atti

Personaggi ed interpreti:
Daland, navigatore norvegese – Hans Tschammer
Senta, sua figlia – Eva Johansson
l'Olandese – Juha Uusitalo
Erik, cacciatore – Ian Storey
Mary, nutrice di Senta – Mette Ejsing
il timoniere di Daland – Daniel Kirch

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Maestro concertatore e direttore d'orchestra, Gennadij Rozdestvenskij
Maestro del coro, Bruno Casoni
Regia, scene e costumi di Yannis Kokkos
Luci di Guido Lievi
Teatro degli Arcimboldi, 15 aprile 2004
Quarta rappresentazione

Era la stagione a cavallo tra il 1837 e il 1838 quella in cui Wagner s'imbatté con la leggenda del "Vascello Fantasma" nelle "Memoiren des Herrn Schnabelewopski" di Heinrich Heine; nel corso di un viaggio per mare che lo avrebbe condotto dalla Lituania a Londra, nel 1839, durante una tempesta durata più giorni, questa leggenda gli fu confermata da più d'un marinaio. Nella primavera del 1840 – siamo a Parigi – l'idea prese le forme di uno schizzo in prosa, ma Wagner si vide obbligato a venderlo a Léon Pillet, direttore dell'Opéra; la musica venne composta allora da Louis Dietsch, direttore d'orchestra e compositore nato nel 1808 che a Parigi fu anche Maestro di Cappella a Sant'Eustachio e alla Madeleine (e che di lì a vent'anni sarebbe diventato anche il Kapellmeister al Grand Opéra ). Il suo "Le Vaisseau-fantome" su versi di Paul Foucher, va in scena il 9 novembre del 1842 senz'alcun riscontro né di pubblico né di critica. Wagner tuttavia non demorde: la ballata di Senta o il canto dei Norvegesi vengono composti proprio nell'inverno tra il '40 e il '41; nel maggio di questo stesso anno viene completato il libretto , la partitura nel novembre, e nel '44 l'opera alfine viene eseguita a Dresda.

Musicalmente, si sa, "Der Fliegende Hollander" è opera di transizione nel percorso creativo wagneriano. Alla solidità delle forme tradizionali (la ben nota ballata di Senta, il duetto tra Erik e Senta) s'affiancano passaggi d'estrema modernità, melopee drammatiche che s'adattano al ritmo della parola (come l'aria dell'Olandese); fa capolino la futura tecnica dei leitmotiven, qui invero più vicini ancora alla "reminiscenza" in stile Weber o Marschner. Grande varietà viene offerta dagli interventi corali (ancora una prova eccellente delle compagini corali del Teatro alla Scala, superbamente preparate dal maestro Bruno Casoni: indimenticabile il lungo intervento delle donne nell'atto secondo, e il corrusco tono drammatico degli uomini nello scontro tra i marinai norvegesi e l'equipaggio del Vascello Fantasma), e nell'edizione scaligera sembra farsi suono davvero quanto Dahlhaus aveva ben evidenziato, e cioè la netta separazione tra l'azione "esteriore" (il popolo, Erik, Daland), dal tono brioso e popolare, e quella "interiore", densa e drammatica (come nelle scene chiave di Senta e dell'Olandese).

Un direttore d'orchestra, tra le varie possibili chiavi interpretative, fondamentalmente può optare tra i due estremi; ricondurre "Der Fliegende Hollander" nell'area dell'opera romantica, sia pur in via d'abbandono (e qui il ricordo delle opere a tema storico di Rossini, Spontini o Meyerbeer potrebbe offrire una qualche variante sul tema), oppure quella del dramma musicale pronto a diventar Wagner "maturo" appena dietro l'angolo. Gennadij Rozdestvenskij, grande vecchio del podio, opta per la prima: impeto, rutilanza orchestrale (che bella prova, archi, ottoni e legni tutti dell'orchestra scaligera!), fluidità densa e corposa; magari, a scapito di certi ripiegamenti dell'anima dei protagonisti. Mai tronfia o retorica, questa interpretazione; piuttosto, monocorde e a senso unico, senza mai un vero e proprio abbandono lirico.

Redenzione come sacrificio d'amore. Forme d'esclusione sociale che si sfiorano e non riescono ad incontrarsi, abitate da una nostalgia senza parole, indicibile. Non è nelle corde dei due protagonisti, forse, quanto scrivo: e pure, l'Olandese di Juha Uusitalo e la Senta di Eva Johansson sono apprezzabili per lo sforzo e l'impegno profusi. Il primo, elegante vocalmente, è fin troppo remissivo rispetto alla Maledizione che lo abita; la seconda, a tratti vibrante, resta nell'insieme algida.
Il resto del cast era di sicura professionalità, adeguato a quel che offre oggi la scena wagneriana. La messa in scena e la regia di Yannis Kokkos (che in altra recita sono state duramente contestate dal pubblico) consistevano in un grande specchio inclinato (Svoboda docet ?) che rifletteva la scena e i pochi elementi che caratterizzavano i momenti, ora la tolda della nave di Daland ora l'interno della sua abitazione, mentre dalle aperture del pavimento, con proiezioni e trasparenze, emergevano gli spettri nella nave dell'Olandese o il corpo senza vita di Senta. Il tutto, in un via vai di onde. Bello a tratti, ma mai originale. Tirata stancamente fino in fondo la regia, con gestualità banale, degna di una delle tante fiction made in Italy che abitano oramai il nostro quotidiano.

Sergio Albertini