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Beatrice di Tenda di Vincenzo Bellini (1801-1835)
Tragedia lirica in due atti, libretto di Felice Romani (Prima: Venezia, Teatro La Fenice, 16 marzo 1833)
Personaggi ed interpretii:
Filippo Maria Visconti, duca di Milano (Anthony Michaels-Moore); Beatrice, contessa di Tenda, sua moglie (Mariella Devia); Agnese del Majno, sua damigella di corte e amante di Filippo (Maria Pia Piscitelli); Orombello, signore di Ventimiglia, cugino di Beatrice e suo confidente (José Bros); Anichino, amico di Orombello (Fulvio Oberto); Rizzardo del Majno, fratello di Agnese (Alberto Fraschina)
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano
Maestro del coro: Bruno Casoni
Maestro concertatore e direttore d'orchestra: Renato Palombo
Regia, scene e costumi di Pier'Alli

Milano, Teatro degli Arcimboldi, 30 marzo 2004 (V rappresentazione)

Prima furono "I Capuleti e i Montecchi", poi, "Beatrice di Tenda" a debuttare a Venezia. L'ultima opera scritta per l'Italia. La causa d'un conflitto tra Bellini ed il fedele librettista Romani (era "Cristina di Svezia" il soggetto attorno a cui stava lavorando il Romani). Quel Romani coinvolto in almeno altri cinque libretti, e quindi perennemente in ritardo coi tempi. Opera mai davvero popolare, ai nostri tempi, e pure, la prima ad essere pubblicata in partitura generale, ed ai suoi tempi, una delle opere belliniane più frequentemente eseguite. Rappresentata anche sotto il titolo de "Il castello di Ursino", è tornata a Milano in una stagione segnata da riprese. Alcune felicissime (il Poulenc di cui già qui si è scritto), altre meno. Come questa. Ad onta di chi, forse con eccesso e passionalità, ha inneggiato al capolavoro, trovo quest'opera minore, segnata qui e là da momenti sicuramente sublimi, ma mediamente non entusiasmante. Forse il clima contrariato in cui nacque, chissà. Erto, il duetto tra Filippo e Beatrice nel primo atto ("Odio e livore!") è pagina altissima, attraversata da profondissima tensione drammatica, così come il quintetto del secondo atto (personalmente lo considero uno dei migliori esempi di drammaturgia belliniana), "Al tuo fallo amenda festi".

Qui e là (e fino alla nausea s'è scritto e detto della simiglianza con l'"Anna Bolena" di Donizetti nel soggetto), gli echi donizettiani si fanno sentire, ma – è quel che più conta – ci sono già gli echi di un Verdi ancora tutto a venire, come nel coro dei cortigiani dell'atto secondo ( il coro dei cospiratori in "Rigoletto") e il largo del finale primo, "Ah! Tal onta io meritai" (dove si può cogliere con orecchio attento una anticipazione del finale primo del "Macbeth"). Liquiderei subito la direzione di Renato Palombo, maestro di cui si parla sempre con gran bene, e ciò forse a volte può nuocere. Ricordo un recente "Don Carlo" inaugurale a Palermo, grigio, polveroso, inerte. In questa "Beatrice" Palombo si riscalda solo a tratti, nel secondo atto, sostenendo magnificamente il canto alato della Devia; ma per il resto, si vorrebbe una dinamica più ricca, dei tempi più serrati laddove è la drammaturgia musicale a richiederlo.

Mariella Devia ha strappato applausi come raramente se ne ascoltano di questi tempi. Eppure... Si può non amarla, questa voce ? Direi di sì. La tecnica è stupefacente, i fiati lunghi, gli acuti precisi, intonati, eppure... Una brava cantante non è una grande cantante. Le manca, nell'approccio belcantistico, sempre il carisma della Primadonna Assoluta. Riusciva ad esserlo la Caballè, pure con un physique du role sempre inadatto e pure incantatorio. I pianissimi della Devia non hanno mai quella liquidità, quella densità che si ritrova nelle Beatrici oramai storicizzate della Sutherland e della Gruberova (con tutti i difetti di portamenti manierati fino all'indecenza...), ma nemmeno quel senso tragico della Gencer ieri, e della Aliberti oggi (con tutti i difetti di una tecnica non proprio impeccabile...). E quel che manca alla Devia è l'accento che scolpisca la parola (Renata Scotto docet), ieri come oggi. Il suo canto musicalissimo rimane mutilo della parola. E poi, scenicamente, quel suo andirivieni (Pier'Alli, che mi combini ?), spazzando il nero pavimento polveroso, ha la stessa credibilità della spiritualità della giovanissima Berti che affrontava le canzoni di Suor Sorriso ("Dominique, nique, nique...").

Già. Pier'Alli. Non mancano le colonne (dal suo "Dido and Aeneas" di Purcell alla "Lady in the Dark" di Weill... classiche, neoclassiche, postmoderne, fanno sempre "eleganza"...). Ma manca molto altro. Un coro (come sempre eccellente musicalmente, sotto la cura di Bruno Casoni) che, aiutato dalla monocromia dei costumi, dalla rigidità della postura, sembra somigliare più al famoso esercito di soldati di terracotta scoperto in Cina che ad una realtà "viva" e teatrale. Le azioni sono - fino alla nausea – sostenute da uno stuolo di mimi/danzatori (com'erano imbarazzanti le dolci signore che nella cavatina di Filippo spaziavano da un fandango appreso in una delle tante scuole di danze latinolusitane allo stretching di fine palestra...), ma poi, siamo nel più bieco guardarsi, passeggiare da una quinta all'altra (la povera Beatrice esce da sinistra per rientrare da destra...). Lo spettacolo è immerso in un claustrofobico "effetto notte" (ah, Truffaut, quanto ci manchi...) che dovrebbe riportarci (come i muri in rame, le scatole bianche e quel che vi pare) ad una lettura di segregazione, oppressione, esclusione... Già dato. Bob Wilson con l'azzurro sa fare di più e di meglio.

Ottimi comunque i cantanti, da un Anthony Michaels-Moore (da poco ascoltato nella "Luisa Miller" di Palermo) che si conferma vero vilain (e quale ottima dizione!) a un Josè Bros che, senza clamori mediatici, si pone a pieno diritto tra i migliori tenori della scena attuale, alla Piscitelli, non sorretta da un timbro di quelli che ti si ficcano nelle orecchie, ma che ben conosce gusto e raffinatezza interpretativa. Recita affollata, successo pieno. Mantengo le mie riserve.

Sergio Albertini