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Dialogues des Carmélites, di Francis Poulenc (1899-1963)
libretto proprio, dal dramma omonimo di Georges Bernanos
Opera in tre atti e dodici quadri (Prima:Milano, Teatro alla Scala, 26 gennaio 1957)
Personaggi ed interpreti:
il marchese de la Force (Didier Henry); Blanche, sua figlia (Michelle Canniccioni); il cavaliere de la Force (Francesco Meli); Madame de Croissy, priora del convento (Anja Silja); Constance (Oriana Kurteshi); Madame Lidoine, la nuova priora (Elisabete Matos); madre Marie ( Anne Salvan,); madre Jeanne (Anna Maria Popescu); sorella Mathilde (Sara Allegretta); il cappellano (Mario Bolognesi), il carceriere (Philippe Fourcade,); un ufficiale (Giuseppe Altomare); due commissari (Gregory Bonfatti e Ernesto Panariello); Thierry (Danilo Serraiocco); Javelinot, medico (Francesco Musinu,); una voce di donna (Sae Kyung Rim); Madre Gerald (Giovanna Caravaggio); Suor Chiara (Agnese Vitali); Suor Atonia (Patrizia Molina); Suor Caterina (Emilia Bertoncello); Suor Felicita (Barbara Lavarian); Suor Gertrude (Marlena Bonezzi); Suor Alice (Gabriella Ferrosi); Suor Valentina (Mila Vilotijevic); Suor Anna (Lucia Bini); Suor Marta (Lucia Ellis Bertini); Suor San Carlo (Giovanna Finardi)

Michael Levine (scene), Falk Bauer (costumi), Jean Kalman (luci), Philippe Giraudeau (movimenti coreografici)
Regia di Robert Carsen

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Maestro del coro Bruno Casoni
Maestro concertatore e direttore d'orchestra Riccardo Muti

Milano, Teatro degli Arcimboldi, 7 marzo 2004 (IV rappresentazione)

Si deve al direttore delle Edizioni Ricordi, Valcarenghi, nel marzo del 1953, la proposta a Poulenc di mettere in musica la piece di Bernanos. Proposta accolta con entusiasmo dal compositore: nei tre anni seguenti egli si getterà anima e corpo in quella che rappresenta certo la sua opera più ambiziosa, ma anche quella che ne rappresenta la sua punta di massima maturità espressiva. Una fede fervente, un soggetto austero, umano e teologico – basato su una cronaca reale – dove l'elemento affettivo si agglutina internamente nel nodo del dramma delle coscienze e del problema religioso della Comunione dei Santi e del transfert della Grazia. La terribile agonia della Priora (una straordinaria Anja Silja) ha, misteriosamente, "liberato" Blanche, nel momento della propria morte, della propria paura viscerale.

Riccardo Muti ha profuso in questa partitura sangue, sudore e lacrime. Una interpretazione già impressionante quattro anni fa e, se possibile, giunta ad una delle sue punte estreme della sua grandezza interpretativa. Ha restituito come nessun altro a mia conoscenza (e di "Dialogues" se ne son sentiti abbastanza in Italia, negli ultimi anni) la giustezza e la naturalezza della declamazione (e speriamo che Muti voglia presto darci il "suo" "Pelleas et Melisande"); non è un caso se, in filigrana, dietro Poulenc si può ascoltare l'eco lontano di un Monteverdi...

L'orchestra è tenuta da Muti dietro un velario di riserbo, di discrezione rispettosa e timorosa, percorsa come da una febbricitanza sommessa da quella ventina di motivi musicali, sorta di leitmotiven di memoria wagneriana, che illustrano ora un personaggio, ora un sentimento. Uno dei più importanti (e come Muti sa sottolinearlo!) è il "tema della paura", caratterizzato da un cromatismo rapinoso; cromatico è anche il "tema di Blanche", sorta di marcia armonica che evoca i proprio l"Agnus Dei" (dalla "Messa" per coro a cappella). E Muti, sontuoso e minimalista assieme, governa ora l'uno, ora l'altro, lasciando emergere tutta la modernità "classica" di Poulenc (penso all'"idea della morte" espressa da un intervallo di terza minore, in ostinato con note ripetute al basso, come nel motivo del destino in "Oedipus Rex" di Stravinskij). Poche citazioni qui, per sottolineare la natura volutamente semplice e tonale (perfino modale) di una scrittura che viene sostenuta dall'efficacia e dall'intensità emotiva.

Il cast della quarta recita è stato strepitoso. Non una delle parti era inadeguata, non uno degli artisti imperfetto in scena. Si sa, lo spettacolo di Carsen ebbe quattro anni fa il Premio Abbiati quale miglior spettacolo della stagione 2000. Potrebbe tranquillamente riottenerlo, assieme all'"Alfonso und Estrella" ronconiano di Cagliari. Sono tanti, forse troppi, i momenti da elencare qui: l'incontro tra Blanche ed il fratello, separati da una linea di suore che è parallela a due linee di panche; il quadrato di luce che racchiude (la prigione) le Carmelitane; l'andirivieni delle comparse e del coro che si trasformano in sorprendenti servi di scena; i tagli di luce, lividi e drammatici, sempre diversi; il finale, commovente fino ad un inarrestabile pianto di chi vi scrive, con un morbidissimo librarsi verso la morte delle Carmelitane (quale perfezione muscolare, quale controllo dell'emissione, quale capacità incantatoria di tutte – proprio tutte – le cantanti! E ci perdonino se non le citiamo tutte...).

Magnifico il coro. Magnifico il pubblico che – a differenza della prima – ha affollato ogni ordine e grado di posti, regalando un tripudio di applausi a tutti i responsabili di questa produzione. E dire che ad inizio di stagione la critica più togata s'era lamentata dell'assenza di nuove produzioni (tolto il Rossigni inaugurale): beh, foss'io direttore artistico, questa produzione di Carsen-Muti la proporrei ogni quattr'anni...

Sergio Albertini