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Eine Florentinische Tragoedie, di Alexander Zemlinsky (1872-1942)
libretto proprio, dal dramma omonimo di Oscar Wilde
(Stoccarda, Teatro di corte, 30 gennaio 1917)
Personaggi ed interpreti:
Guido Bardi, principe di Firenze (Alan Woodrow, T); Simone, mercante (John Wegner, Bar); Bianca, sua moglie (Cristiane Oertel, S)
Allestimento della Komische Oper di Berlino
Regia di Andreas Homoki
Scene e costumi di Wolfgang Gussmann
Luci di Frank Evin

Gianni Schicchi di Giacomo Puccini (1858-1924)
libretto di Giovacchino Forzano
(New York, Metropolitan, 14 dicembre 1918)
Personaggi e interpreti:
Gianni Schicchi (Leo Nucci, Bar); Lauretta (Inva Mula, S); Zita (Cinzia De Mola, A); Rinuccio (Giuseppe Filianoti, T); Gherardo (Sergio Bertocchi, T); Nella (Daria Masiero, S); Gherardino (Nicolò Suppa, voce bianca); Betto di Signa (Filippo Morace, B); Simone (Cesare Lana, B); Marco (Fabio Capitanucci, Bar); la Ciesca (Tiziana Tramonti, Ms); maestro Spinelloccio, medico (Matteo Peirone, B); Ser Amantio di Nicolai, notaio (Angelo Romero, Bar); Pinellino, calzolaio (Nicola Famio, B); Guccio, tintore (Elia Fabbian, B)
Allestimento del Teatro alla Scala
Regia di Lluis Pasqual
Scene di Ezio Frigerio
Costumi di Franca Squarciapino

Orchestra del Teatro alla Scala
Maestro concertatore e direttore d'orchestra James Conlon
Milano, Teatro degli Arcimboldi, 7 febbraio 2004 (quarta rappresentazione).

La Scala ha proposto una delle migliori 'accoppiate' d'atti unici che m'è stato dato da ascoltare nella mia carriera di critico e di appassionato (costretto ad improbabili connubi tra "Angelique" di Ibert e "Il castello del duca Barbablù" di Bartok, tra "La Lupa" di Tutino e non ricordo cos'altro...). Accoppiata intelligente per svariati motivi: innanzi tutto la creazione pressocchè coeva delle due opere (Zemlinski nel '17, Puccini nel '18), per l'ambientazione fiorentina (la Firenze del XVI secolo per Zemlinski, quella del 1299 per Puccini – per inciso, altre opere dello stesso periodo che guardano a quella Firenze, come la "Violanta" di Korngold, la "Mona Lisa" di Schillings o la più tarda "Massimila Doni" di Shock, sono in attesa di esecuzioni italiane), ma soprattutto per due regie che hanno – in maniera credibile ed efficace – spostato l'azione tra il 1890 (lo Schicchi) e la metà del secolo (la Tragedia). L'efficacia dei due spettacoli – a differenza della prima, ampiamente disertata dal pubblico – è stata testimoniata da vere e proprie ovazioni al termine dei due atti unici.

Con ordine. Il manoscritto originale di Oscar Wilde venne rubato, ed una copia ritrovata nel 1900 era priva della prima scena, la notte d'amore tra Bianca e Guido. Max Meyerfeld, autore del libretto per l'opera di Zemlinski, oppose un netto rifiuto all'idea di riscriverla, e così il compositore evoca questo momento (in una atmosfera orchestrale ch'è molto prossima a quella del "Rosenkavalier" straussiano) in un preludio (magnificamente reso da Conlon) che occupa, in termini di durata, un decimo dell'opera. Ho citato Richard Strauss, ma tuttavia Zemlinski si spinge ancor più ai limiti della tonalità (senza osare avventurarsi verso la serialità del cognato Schoenberg).

C'è, in questa "Tragedia fiorentina" (ce ne eravamo accorti già nel 1980, in quella edizione veneziana di una benemerita Biennale improntata alla "Musica della Secessione" e lontana dai cross-over di data recente...) una tensione drammatica che preme sino a farsi insostenibile (e val ricordare che nel 1909 Zemlinski aveva diretto la prima esecuzione assoluta di "Erwartung" di Schoenberg). Il solito triangolo del melodramma (lui ama lei che è legata all'altro) diviene una inquietante esplorazione degli abissi dell'inconscio, proiettando in controluce il desiderio sessuale di Wilde che, partito dal bel principino adolescente, si piega verso l'ottuso e brutale commerciante. La messa in scena è magnifica, anche se poteva non piacere a tutti (proveniente dalla Komische Oper di Berlino, per la regia di Andreas Homoki; forse una attenzione migliore ai tagli di luce avrebbe reso lo spettacolo ancor più magnifico). I tre protagonisti sono chiusi tra la fossa ed una parete immensa composta da scatoloni bianchi praticabili. E' quello tutto il mondo di Simone, una accumulazione fobica, una coazione a ripetere, l'oggetto (la "robba" di verghiana memoria) come sostituto della libido, il piacere spostato e sublimato. Le sue stoffe, le sue sete sembrano aver sostituito il sesso: ed ecco la "solita" moglie insoddisfatta in cerca di evasione, tutto un "vorrei ma non posso". John Wegner è semplicemente strepitoso: legnoso, rigido, ossessionato dalla sua merce e dalla gelosia, feroce nel lanciare segnali provocatori, bravissimo cantante (ha ricevuto vere e proprie ovazioni al termine dell'esecuzione), disegna un uomo alla ricerca di una propria liberazione dalla gabbia di "scatole" dietro cui si è nascosto, e verso cui si arrampica verso la ricerca di una via di fuga. Che avviene con l'omicidio di Guido (crolla la parete). Solo allora il suo desiderio torna a farsi vivo ("Non sei mai stata così bella", dice alla moglie); e il desiderio di uccidere anche lei viene annullato dall'ultima frase di Bianca ("Non sapevo fossi così forte"). L'unione si ricombatta con una sessualità torbida e necrofora, ferina e devastante, serrata e allucinata (mi vengono in mente, tutti di seguito, ricordi che fanno eco attorno a Strindberg e Thomas Bernhard).

James Conlon conosce bene quest'opera (ne esiste anche una buona registrazione discografica), e conosce ancor più Zemlinski. L'arte della variazione di questo grande compositore (ricordo una esecuzione di "Traumgorge" al Politema Garibaldi di Palermo, regia di Guicciardini, direzione di Karl Martin che ottenne quell'anno il Premio Abbiati della Critica italiana come miglior spettacolo) parte da cellule talvolta minime (non a caso, Zemlinski fu allievo di Brahms), ma la sua polifonia lo rende prossimo a Mahler e a Dukas (di cui diresse la prima viennese dell'"Ariadne et Barbe-Bleu"). Conlon esalta la paletta sonora di Zemlinski, ricchissima, diversificata, ben ottenendo da tre cantanti perfetti una resa del loro canto di grande efficacia drammaturgica.

Seconda parte della serata targata Puccini. Il quale aveva preso in considerazione almeno per un paio di volte l'idea di mettere in musica "Una tragedia fiorentina" di Wilde, come si evince dalla sua corrispondenza. "Gianni Schicchi", che dei tre pannelli del "Trittico", in quel dicembre del 1918, ebbe maggior successo di pubblico. Non so – non mi pare di ricordare, ma farò ricerche – se Forzano e Puccini avessero letto "Le Testament di père Leleu" di Roger Martin du Garde, pubblicato nel 1914 e molto simile, nel soggetto, a quello dello Schicchi dantesco. Il libretto è brillante, le situazioni teatrali di grande varietà, le combinazioni vocali sempre diverse, il macabro mescolato al comico. Inutile tessere l'elogio di un capolavoro ben noto ai più. Val qui ricordare la discreta regia di Pasqual, che si umuove nell'inevitabile registro della frasa (difficile fare di più o di meglio), la bella scena di Frigerio, ambientata in una camera dal gusto neogotico (e par di capire, dalla lettura del testamento del notaio, di poter datare l'ambientazione al 1890) con l'apertura finale su una Firenze trasognata e incantevole. Gran mattatore Leo Nucci, i cui segni del tempo sul suo strumento vocale sono assolutamente impercettibili; gigioneggia senza strafare, canta divinamente, si muove in scena da mattatore (ha anche un personale "occhio di bue" che lo segue). Ivan Mula forse non ha l'età per Lauretta, ma ha morbidezza nel canto, e conosce l'arte di assottigliare i suoni senza perder mai l'intonazione; Filianoti regala a Rinuccio un timbro luminosissimo, argenteo, dagli acuti sicuri, pieni e giovanili. Magnifici tutti i comprimari, alcuni di lusso, come Angelo Romero o Tiziana Tramonti. Conlon si diverte, e si sente. Ed una volta tanto, una doverosa segnalazione all'Ufficio Edizioni che ha approntato un magnifico programma di sala, la cui ricchezza iconografica non ha pari, e non solo in Italia.

Sergio Albertini