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MOSÈ IN PALCOSCENICO
Viaggio nei laboratori della Scala
Museo Teatrale alla Scala
dal 7 dicembre 2003 al 18 gennaio 2004
orari tutti i giorni 9,00 – 17,15
biglietto d'ingresso euro 5; gruppi euro 4; scuole euro 2,50

Mostra promossa da "Amici della Scala" a cura di Vittoria Crespi Morbio
allestimento di Riccardo Monti, filmato di Christian Silva
luci Martin Professional Italy, proiettori Panasonic Italia
e il contributo di Gruppo Bayer in Italia.

In occasione dell'apertura della stagione scaligera 2003-2004 con la rappresentazione di Moïse et Pharaon, ou le passage de la Mer Rouge di Gioachino Rossini (direttore Riccardo Muti, regia di Luca Ronconi, scene di Gianni Quaranta, costumi di Carlo Diappi, coreografia di Micha van Hoecke), il Teatro alla Scala ha proposto, presso la sala espositiva del Museo Teatrale, una mostra inedita e 'viva', volta al passato e al presente: lo spettatore è diventato partecipe delle fasi di costruzione del nuovo allestimento. La rassegna promossa dagli "Amici della Scala" non solo documenta gli spettacoli storici di Nicola Benois (1958), Piero Zuffi (1965) e Luciano Damiani (1979), ma svela i percorsi creativi, artigianali e tecnici di una macchina scenica complessa e affascinante: il nuovo allestimento dell'opera rossiniana.

Attraverso filmati, proiezioni, l'esposizione di brani materici dei costumi di Carlo Diappi, il visitatore viene catturato da ciò che si svolge dietro le quinte ed è coinvolto nel ritmo dell'ideazione e della realizzazione di uno spettacolo. Vi partecipano tutte le maestranze della Scala, "mani intelligenti" dello scenografo, nella ricerca di invisibili soluzioni tecniche, di meccanismi complessi e perfetti che in platea non si possono (anzi, non si devono) immaginare. Nicola Benois, direttore dell'Allestimento scenico del Teatro alla Scala dal 1937 al 1970, amava sfidare se stesso e il vasto palcoscenico della Scala nelle più ardite imprese scenografiche. La scena immaginata per il Mosè in Egitto di Rossini (1958) non fu da meno per la monumentalità di un paesaggio archeologico che sovrasta il genere umano, immerso in un pathos di colori inebrianti: albe e tramonti che si riflettono sulla calda roccia della Sfinge nel primo atto, o sul dirupo che aggetta sull'accampamento degli ebrei nella penultima scena, sommersa quindi dai flutti del Mar Rosso.

Piero Zuffi (Mosè in Egitto, 1965) astrae il paesaggio egizio in forme geometriche che si incuneano in profondità: una soluzione di estremo e suggestivo rigore, sulla quale si proiettano, con effetto quasi allucinatorio, i rossi della reggia del Faraone e i gialli del tempio di Iside. La raffinata complessità della pittura di Zuffi viene però stravolta, nella traduzione in palcoscenico, da una messa in scena che diluisce la perfezione dei dettagli per l'uso discutibile delle pareti riflettenti. Luciano Damiani (Mosè in Egitto, 1979) alleggerisce, svuota, spolpa ogni sostanza figurativa per ricondurla al colore caldo della sabbia, raffreddandone in chiusura la tonalità dorata con l'azzurro di un tessuto leggerissimo che si dilata come un'onda plasmata dal movimento dei mimi.

La spettacolare macchina teatrale dell'ultima edizione del Moïse et Pharaon, firmata da Gianni Quaranta per la regia di Luca Ronconi e la direzione d'orchestra di Riccardo Muti, è stata concepita simmetricamente per accentuare il ruolo di un imponente organo barocco che emerge dalla sabbia, la medesima che corrode l'oro delle vesti e degli scudi degli egizi avvolgendo ogni cosa in una sospensione ieratica, oratoriale e fantastica. Nell'atto finale il cielo si carica di nubi in una drammaticità colma di attesa. Le dune si rivoltano tramutandosi in onde, che aprendosi lateralmente segnano il passaggio agli ebrei nel Mar Rosso: un colpo di scena in omaggio ai mirabilia del teatro che rinnova, una volta ancora, il proprio incantamento.

Sergio Albertini