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Gioacchino Rossini
MOISE ET PHARAON, ou Le passage de la Mer Rouge
Opéra en quatre actes, paroles de Luigi Balocchi et Etienne de Jouy
Personnages (ed interpreti)
Moise (Ildar Abdrazakov, basso), Pharaon (Erwin Schrott, basso), Amenophis (Giuseppe Filianoti, tenore), Eliezer (Tomislav Muzek, tenore), Osiride (Giorgio Giuseppini, basso), Aufide (Antonello Ceron, tenore), Sinaide (Sonia Ganassi, mezzosoprano), Anai (Barbara Frittoli, soprano), Marie (Nino Surguladze, soprano), une voix mysterieuse (Maurizio Muraro, basso)
Ocrhestra,Coro e Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano
Maestro concertatore e direttore d'orchestra: Riccardo Muti
Maestro del coro: Bruno Casoni
Regia: Luca Ronconi
Collaboratore del regista: Ugo Tessitore
Scene: Gianni Quaranta
Costumi: Carlo Diappi
Coreografia: Micha van Hoecke
Milano, Teatro degli Arcimboldi, 21 dicembre 2003

C'era il tutto esaurito anche per l'ultima recita del "Moise et Pharaon" (a tal punto che chi vi scrive ha ottenuto un solo accredito e... nessun programma di sala in omaggio!). Successo meritato. Perché l'opera è – ovviamente – di raro ascolto, ma anche perché è davvero l'unico nuovo allestimento in una stagione che prevede solo riprese di vecchi allestimenti ("Turandot", "Gianni Schicchi", "Dialogues des Carmelites", "Beatrice di Tenda", "Falstaff") e qualche spettacolo proveniente da altre realtà liriche (una "Carmen" da Tolosa, un Wagner da Bologna, uno Zemlinski dalla Komische Oper di Berlino). Per un Teatro che si crede il primo in Italia, e tra i primi nel mondo, davvero poco. Attese deluse per questa ultima inaugurazione di stagione agli Arcimboldi. Si. No. Forse. Sicuramente Riccardo Muti è la sola, vera ragione per ascoltare questo Rossini. Grandissimo Muti.

Ha diretto senza bacchetta. E le sue mani hanno plasmato – grazie all'orchestra scaligera in forma smagliante – un fraseggio raffinatissimo, una paletta dinamica incredibile per fluidità di cambiamenti (tra un piano ed un pianissimo sembravano esserci un'infinità di livelli sonori!), una ricchezza di colori timbrici che – per un'opera di siffatta lunghezza -, ha del miracoloso. Grandissimo Muti. Qui come altrove. Commuove ed esalta, cesella a tutto tondo la drammaticità di certi passaggi, diluisce come acquerello minuzioso le morbidezze dei cantabili, infonde energia nelle cabalette, spiritualità megli interventi corali. Cinque ore di spettacolo, e Muti te le fa attraversare senza che si possano accusare momenti di stanchezza. Non è da tutti. Ed una volta tanto, i tempi sono misurati, non troppo tirati, e pare che finalmente sia il respiro del cantante, le sue esigenze, a divenire le ragioni della drammaturgia musicale di Muti. Concertati e crescendi sono come tracciati al bulino, grazie anche ad una resa eccezionale del Coro (quanti teatri possono vantarsi di una compagine di siffatto livello) magistralmente preparato da Bruno Casoni.

Lo spettacolo, invece, è apparso a tratti davvero brutto. Difficile da mettere in scena, "Moise et Pharaon". Ma non meno di almeno un mezzo migliaio di altre opere! Monumentale fino al kitsch, l'impianto scenico di Gianni Quaranta era costituito da un doppio livello retto da quattro colonne, un grande organo posto sul fondo della scena al primo atto (che diviene il vero e proprio fil rouge dell'intero allestimento), due troni nel secondo, un altare nel terzo, un deserto nel quarto che diviene in seguito il Mar Rosso che si apre durante la fuga degli Ebrei. E in questo impianto, Ronconi cosa propone ai cantanti ? Di stare il più possibile sul proscenio, di aprire le braccia... insomma, quanto di più antiregistico si possa immaginare. Se "Moise etPharaon" deve essere cantato come un oratorio, tanto valeva risparmiare su alcuni cachet...

Due le cose davvero insopportabili di questo spettacolo: gli intervalli di mezz'ora, e le coreografie di van Hoecke. La critica è stata crudele: se un critico ha detto che occorreva chiudere gli occhi, il geniale Paolo Isotta ha scritto (e ci spiace solo riportare un estratto del suo impagabile pezzo apparso sul "Corriere della Sera"): "Ebbene, credo che nemmeno il peggior saggio ginnico dato a Vairano Scalo nel 1937 possa esser stato più inutile e ridicolo di questo, in costume egizio. Rispetto al fascismo, tuttavia, van Hoecke concede accesso alla ginnastica anche alle mummie: non gli si puo' negare coscienza democratica". Resta il dubbio: perché gli si continuano ad affidare coreografie?

Sono d'accordo anche con Isotta su Barbara Frittoli, cantante che considero anch'io sopravvalutata (come la Theodossiou, la Fantini, la Remigio, la Cedolins...). Al suo primo impatto con un ruolo rossiniano, la Frittoli mostra tutte le sue lacune nei passaggi virtuosistici (non si vive di solo Mozart o di sole Desdemone!) e il personaggio è sempre latente, privo d'ogni intensità (la sua aria del quarto atto ci ha fatto stare in tensione, e comprendiamo il perché di certi "booo" la sera della prima). Sonia Ganassi (ma è un mezzo o un soprano corto ?) ha un passato rossiniano dietro le spalle: la tecnica è sicuramente da fuoriclasse, il timbro è caldo (ma siamo lontani anni luce dalle screziature ambrate di una Valentini Terrani...), l'interpretazione è emozionante, e la sua aria al secondo atto scatena forse l'applauso più vero e sincero. Impeccabile Giuseppe Filianoti: la voce di Filianoti, è bella, piena di bagliori accecanti, luminosa anche negli acuti, omogenea, intonatissima. Ma gli suggerisco di non iniziare a spingere e forzare il suono: uno strumento come il suo potrebbe iniziare a mostrare crepe rapidamente, e sarebbe un peccato. Meno appassionanti gli altri interpreti: Erwin Schrott è scolpito con l'accetta, e seppur dotato di una voce imponente, è assente qualsivoglia sfumatura, mentre meno imponente è la voce di Ildar Abdrazakov, Moise, poco adatto al ruolo e in serie difficoltà con la pronuncia francese.

Sergio Albertini