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La Cenerentola di Gioachino Rossini (1792-1868), libretto di Jacopo Ferretti, da Perrault
Personaggi e interpreti:
Juan Josè Lopera (Don Ramiro), Pietro Spagnoli (Dandini), Filippo Morace (Don Magnifico), Cinzia Rizzone (Clorinda), Eufemia Tufano (Tisbe), Simon Orfila (Alidoro), Sonia Ganassi (Angelina, detta Cenerentola)
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo di Napoli
Maestro concertatore e direttore d'orchestra Gabriele Ferro
Maestro del coro Ciro Visco
Regia Paul Curran; scene Pasquale Grossi; costumi Zaira de Vincentiis; disegno luci Claudio Schmid
Napoli, Politeama, 5 ottobre 2003

Cenerentola, o del travestimento. Con un travestimento inizia l'opera, quella di Alidoro, da tutore del principe a mendicante. Il principe, a sua volta, cambia la propria identità con quella del suo cameriere Dandini. Al ballo, la più bella della festa non è riconosciuta da alcuno come la misera Cenerentola. "Un nodo avviluppato", per l'appunto. Il rondò finale non altri è che un travestimento dell'aria finale del tenore nel Barbiere, così come la sinfonia non è che un travestimento dell'omonima sinfonia de La Gazzetta.

Anche la Cenerentola che chiude la stagione 2002/03 del Teatro San Carlo di Napoli è figlia di uno 'sfasamento'; annunciata come ripresa del vecchio e collaudato allestimento di De Simone con le scene di Mauro Carosi, a causa di lavori alla soffitta del palcoscenico protrattisi oltre le previsioni, s'è ritrovata ospitata al Politeama dove il vecchio allestimento stava stretto. Così è nato il nuovo lavoro, minimalista nelle scene, esuberante nei costumi, 'aggiornata' nella regia. Paul Curran, che lo scorso anno a Napoli aveva firmato un bellissimo – dicono – Figli di re di Humperdinck ed un magnifico A midsummer night's dream di Britten due anni prima, ha ambientato la vicenda nel primo decennio del Novecento, evidenziando il contrasto tra la dimora di Don Magnifico, ancora piena di echi ottocenteschi, e la reggia, tutta in gusto Scuola di Glasgow. Cui prodest ? Non si sa. Non una forzatura, quanto una inutile 'trovata'. Per fortuna c'è un cast – interamente italiano – all'insegna del buon gusto e del garbo. Sonia Ganassi replica la sua elegante Angelina, correttissima vocalmente, fluidissima nelle agilità, ottimo il suo legato; cantante perfetta, cui manca sempre quel qualcosa che la renda anche una interprete geniale, emozionante, indimenticabile. Il resto del cast è di perfetta efficacia scenica, stilisticamente efficace (soprattutto il Dandini di Pietro Spagnoli, il migliore della compagnia), anche se al Don Ramiro di Lopera urge una più approfondita analisi del canto rossiniano, nonostante frequenti oramai con intensità il ruolo di Ramiro. C'è differenza tra acuto e urlo, tra forte e mezzoforte.

Meno bene vanno le cose sul versante orchestrale, aggravate da una acustica infelice del Politeama. L'orchestra sembra spesso imprecisa, i tempi scelti da Gabriele Ferro mancano di mordente, di incisività. Sembra che tutto proceda a scatti, a pulsazioni improvvise. Il successo c'è stato, meritato, ma Curran non ci è parso qui quell'enfant prodigue di cui tanto si è scritto.

Sergio Albertini