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KURT ELLING al Blue Note di Milano
1,2,3 agosto 2002

Nato a marzo del 2003, il Blue Note di Milano si è subito segnalato per l'altissimo livello della programmazione: Chick Corea all'inaugurazione, e poi McCoy Tyner, Al Di Meola, Gato Barbieri, Wynton Marsalis, mentre per il prossimo autunno sono già in cartellone, tra il 5 settembre e il 27 novembre Benny Golson, John Scofield, Ray Barreto, Ron Carter, Ahmad Jamal, Mike Stern, Uri Caine in duo con Paolo Fresu, Terence Blanchard ed uno stuolo di ottimi jazzmen italiani (Roberto Gatto, Antonio Faraò, Patrizio Fariselli, Stefano Bollani, Enrico Pierannunzi tra i molti). Più di mille metri quadrati, 250 posti su due livelli, colore dominante il blu – naturalmente -, ottimo il ristorante (i prezzi sono medioalti, la qualità eccellente, così come il servizio), primo Blue Note europeo, ha ospitato in sei performances il vocalist Kurt Elling.

Lo dico subito: è stata una serata straordinaria, di quelle che davvero – per chi come me è appassionato 'anche' di canto jazz – non si dimenticano. Una sezione ritmica di tutto rispetto: Frank Parker Jr. alla batteria (con Elling da tre anni, ha anche lavorato con una cantante-pianista a me cara, raffinata e trasversale come Patricia Barber), Rob Amster al contrabbasso (a vent'anni nella band di Buddy Rich, poi con Gillespie, Milt Jackson, Jon Hendricks e nel 1994 l'incontro in studio discografico con Elling) e forse, l'elemento migliore dei tre, il pianista Laurence Hobgood, con Elling dal '93. Nella performance del 1 agosto (la prima, quella delle 21), Hobgood ha sempre esibito un suono netto, di morbida ritmicità, giocando ora con l'ottava più acuta del piano (con inevitabile, ironico effetto di toypiano) ora pizzicando le corde, creando sempre sonorità vibranti, intense.

Protagonista assoluto, Kurt Elling. Entra in scena. Piccolo di statura, calzoni grigio scuro larghi, sbuffanti sul bordo delle scarpe di pelle bianca e grigia, una giacchetta grigio scuro col colletto alla Mao, una taglia o più grande della sua. Attacca subito – i tempi sono serrati – ed è già incanto: "The very thought of you", un classico di Ray Noble, sciorinato con un canto sospeso, che entra quasi in ritardo sulla linea armonica generando continue vertigini nel dipanarsi del testo. La scaletta è impostata sugli standards; ecco "Living for you" e subito, un'intensissima "You don't know what love is". Il fraseggio di Elling è accuratissimo, ogni parola 'canta' il suo valore. Delle 'messe di voce' quasi cantasse Lieder; attacchi in pianissimo, per poi ispessire il suono, restando con un'intonazione precisa, tagliente. Il vocalese che esibisce su 'Resolution' (dall'ultimo album, "Man in the air") di John Coltrane lascia percepire, in trasparenza, quel che è il padre spirituale di Elling, Mark Murphy. In comune, certe rotondità del registro grave, che agguantano le orecchie nell'incipit a cappella di "All the way". E come Murphy, il canto di Elling appare razionale e pure emozionante, intenso. Nessun vibrato, qualche risoluzione acuta presa con suoni di testa, e il quartetto sgrana ancora uno standard, "If could you see me now". Gli arrangiamenti scelti respirano ora la morbidezza della ballad, ora il clima struggente di una troch song, ora ritmi puntuti, irresistibili. Elling si scioglie, dialoga col pubblico, gli viene chiesta "Esperanto", che fa a solo, una esecuzione 'strumentale', con relativo soffio di sax. Magnifico.

Ultimo brano sembra essere "The more I have you", un suo brano ancora dal nuovo album. Richiesta di bis. Adesso Elling è in camicia, un'orrenda camicia bianca per metà a righe verticali e con l'altra metà con ricamo in stile 'anno del Dragone'. Ci scherza su, la definisce una versione di dr. Jekyll e Mr. Hyde. Richiesta di bis, qualcuno suggerisce "My foolish heart" ("Spiacente", dice Elling ridendoci su, "è prevista nell'act della prossima serata..."), e termina con "Come sunday". In attesa della nuova performance delle 23.30, Kurt incontra il suo pubblico, firma autografi, si sofferma sul marciapiede antistante il Blue Note, accetta di farsi fotografare (anche con me che vi scrivo...). Cantante straordinario, artista colto, ragazzo affabile e cordiale. Mica roba da tutti...

Sergio Albertini