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THOSE WHO SPEAK IN A FAINT VOICE di Andrea Molino
Su testi di condannati alla pena capitale, e versi di Shakespeare, Hugo, Auden ed altri
Materiale video: Oliviero Toscani
Solisti: David Moss, Andrea Mirò, Enrico Ruggeri (voci), Gerald Preinfalk (sax)
Ensemble strumentale: KlangForum Wien
Direttore: Andrea Molino
Regia: Peter Beat Wyrsch
Audio design: Martin Jann
Regia del suono: Holger Stenschke, Manuel Gerber, Elektronisches Studio der Musikhochschule Basel
Milano, Teatro Franco Parenti, 4 aprile 2003

Le intenzioni, si sa, sono spesso migliori dei risultati finali. Un invito a guardare in faccia la pena di morte non può che scuotere la nostra indifferenza. Ma per far ciò, occorre saper rischiare anche di essere didascalici. Di farci sentire le storie dei condannati a morte, senza pregiudizi. Di riuscire a comprendere, fin dove è possibile e se è possibile, in quale contesto sono nate le loro male azioni. Giustificare è difficile, comprendere altrettanto, perdonare a volte non si riesce.
Di buone intenzioni, sempre col suo sorrisetto che sembra tanto prenderti per il culo, ne ha avute tante Oliviero Toscani. Le campagne con il diavoletto nero e l'angelo wasp, la suora ed il pretino che si baciano (ma non era ancora più trendy il bacio realizzarlo tra un pretino ed un ragazzino ?), i terminali di aids erano buone intenzioni, ma modesti da un punto di vista sociale mi son sembrati i risultati. Le stesse riflessioni che nascevano anche ascoltando l'opera multimediale "Those who speak in a faint voce" – prodotta dalla Pocket Opera Company di Norimberga – che, dopo la prima a Basilea (2001) e una esecuzione a Norimberga (2002), nell'ambito delle iniziative promosse dalla Comunità Europea contro la pena di morte, è approdata in prima italiana a Milano (Teatro Franco Parenti). La parte musicale era composta da Andrea Molino, che, sul solco di un teatro musicale innovativo e multimediale attento all'impegno sociale, ha già composto, sempre sul tema della pena di morte (e sempre in collaborazione con Toscani), "Live from Deathrow".

Più cantata scenica che opera in senso stretto, "Those who speak in a faint voice" era inserito in un ciclo di manifestazioni su "L'umanità del boia" in collaborazione con la Fondazione Corriere della Sera e l'associazione Nessuno Tocchi Caino. Al Parenti – che, con tutto il rispetto, puzzava di polvere e di stantio e di "oh Dio come mi sento impegnato stasera!") sulla scena era montata una camera scura sul cui fondale, su tre schermi, si avvicendano cinque serie di proiezioni realizzate da Toscani: interviste ed immagini girate nei bracci della morte delle carceri statunitensi, un tentativo di dare volto a quelle paure dei senza-volto che condannano a morte in nome di un desiderio di vendetta mascherato da giustizia. Problema immenso: non si capiva un tubo. Né le parole (non sottotitoli, of course...), né le ragioni di quelle detenzioni. I testi (versi da "La tempesta" di Shakespeare, da "L'ultimo giorno di un condannato" di Victor Hugo, da "Il profeta" di Kahil Gibran, da "Anatomia della distruttività umana" di Erich Fromm, da "The ascent of F6" di W.H.Auden) incuneati più sopra la musica che non dentro erano letti da David Moss, ed alternati a confessioni, dichiarazioni, emozioni di condannati alla pena capitale; a Moss si affiancavano Andrea Mirò ed Enrico Ruggeri, che la regia di Peter Beat Wyrsch (ripresa da Thomas Dietrich) poneva ora sui ballatoi del Parenti, ora in platea tra il pubblico, a raccontare l'altro aspetto, quella della gente comune che sente ancora il bisogno di vendetta, che trova giusta la pena di morte. Il tutto – spiace dirlo – sapeva davvero di quell'immondezzaio che son divenuti i dibattiti televisivi. A luoghi comuni s'alternava il rumore delle parole sovrapposte, alla retorica del buonismo obbligatorio e sinistrorso s'opponeva la banalità forcaiola della Nuova Destra. Ma di approfondito, di stimolante, insomma, di pugni nello stomaco, non ne arrivavano. Quella nausea aveva altre origini... Anche perché Mirò e Ruggeri – freschi di un successo sanremese ancora sul tema di "Nessuno tocchi Caino" – risultavano assolutamente inadatti, per tecnica attoriale, gestione del fraseggio, attenzione alla parola e echi dialettali, ad una recitazione efficace, o quantomeno sopportabile...

"Coloro che parlano con voce debole" (questo il titolo in traduzione dell'opera) lascia, a mio avviso, una carezza lieve nella nostra coscienza: a causa di una drammaturgia inesistente, ed inesistente la commozione e lo sdegno. In questo, Jake Heggie, con la sua "Dead man walking" dimostra che – sul tema della pena della morte – occorre anche saper maneggiare il senso del dramma. Molino, compositore e direttore di indubbia serietà, dal suo canto ha siglato la parte migliore dell'operazione con un'ora o poco più di musica densa, forte, vigorosa, autentica, assecondato dal Klangforum Wien e dal magnifico sax solista di Gerald Preinfalk, mortificato da una amplificazione ridondante ed eccessiva.

Sergio Albertini