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Euryanthe di Carl Maria von Weber (1786-1826)
libretto di Helmina von Chezy

Re Louis VI (Frode Olsen, b); Adolar, conte di Nevers e Rethel (Jorma Silvasti, t); Lysiart, conte di Forest e Beaujolais (Wolfgang Brendel, b); Euryanthe di Savoia, moglie di Adolar (Gabriele Fontana, s); Eglantine di Puiset (Charlotte Margiono, s); Rudolf (Mark Wilde, t); Bertha (Anna Ryberg, s), Tine Joustra (Emma)
Regia di David Pountney, scene e costumi di Tobias Hoheisel, luci di Wolfgang Goebel, coreografie di Andrew George
Koninklijk Concertgebouworkest e Koor van De Nederlandse Opera
Direttore Claus Peter Flor
Maestro del coro Winfried Maczewski
Amsterdam, Muziektheater, 1 giugno 2003

Devo la conoscenza di "Euryanthe" a... Schubert. Era il 1978, e a Torino, all'Auditorium Rai di via Verdi, mi capitò d'ascoltare "Alfonso und Estrella" di Schubert. S'aprì così uno squarcio improvviso sull'opera tedesca romantica fuori da quei due-tre titoli che giravano allora, e a poco a poco scoprii anche la "Genoveva" di Schubert e appunto l'opera di Weber grazie alle incisioni prodotte dalla Electrola. In questo terzo millennio non si può certo affermare che "Euryanthe" sia divenuto titolo di reprtorio, ma a ben cercare si trovano esecuzioni con una certa frequenza nei teatri del mondo (recenti sono le riprese a Glyndebourne o a Cagliari).

A me è capitato di ascoltarla ad Amsterdam, durante un breve soggiorno neederlandese. In quella stessa piazza dove si affittano le bici e dove c'è un ristorante kosher (Salomon, si chiama: non andateci mai! dietro un sorrisino complice e amicale il proprietario vi consiglierà piatti semplici a base di verdure, e poi, il conto arriva salatissimo!...) e dove c'è un mercatino di trovarobato (ho pescato alcuni libri per l'infanzia del primo Novecento deliziosi), si trova De Nederlandse Opera, con stagioni di grande impegno. Quella in corso prevedeva "Die Soldaten" di Zimmermann e "Le Balcon" di Peter Eotvos, mentre la 2003/2004 si aprirà ad ottobre con "Les Troyens" (e scusate se è poco...), "Iolantha" di Cajkovskij, "Idomeneo", "Der Rosenkavalier", "Peter Grimes", "Die Walkure", "Don Carlo". "Boheme", molta danza e tanto altro...

Lo spettacolo a cui ho assistito iniziava alle 13.30. Pensavo che l'orario potesse causare una qualche difficoltà alle voci, ma così non è stato. Le voci, tutte di grande interesse e – a parte Brendel – sicuramente poco conosciute in Italia, sono state la parte più interessante della serata (si fa per dire... visto l'orario!). Gabriele Fontana la conoscevo solo da due registrazioni discografiche, "Il pipistrello" di Strauss e i lieder di Alma Mahler. E' una protagonista di vocalità elegante, se non sempre esattamente intonata; molto suggestive le sue messe di voce, che parevano provenire da un soffio etero fino a raggiungere una pastosa corposità. Di rilevante resa, naturalmente, "Glöcklein im Thale" (atto I) e tutto il terzo atto, in particolare nella sua scena "So bin ich nun verlassen" e nell'aria con coro "So bin ich nun verlassen".

La Margiono, vera mattatrice di questa "Eryanthe", è cantante di gran razza: già titolare del ruolo principale, ha qui scelto per sé il ruolo di Eglantine von Pulset, che sulla carta è parte per mezzosoprano drammatico. La Margiono non lo è, ma sa dare corpo ed intensità al suo registro grave senza compromettere nulla in quello acuto. Splendida nell'aria "O mein Leid", gareggia in bravura con la Fontana (anche se i timbri a volte finivano con l'assomigliarsi troopo) nel duetto "Unter ist mein Stern gegangen". Wolfgang Brendel, con una grande carriera dietro le spalle, porta sul suo organo vocale lo scorrere inevitabile del tempo; tuttavia, pur interpretando un ruolo vilain, come quello di Lysiart, non sovraccarica mai il suo fraseggio (s'ascolti, ad inizio di secondo atto, "Wo berg' ich mich?"), oltre ad essere scenicamente d'una perfezione assoluta.

Altrettanto Jorma Silvasti come Adolar. Il tenore però da qualche tempo frequenta un repertorio, forse, che lo sta appesantendo vocalmente; il timbro è estremamente gradevole, ma gli acuti sono tutti tesi, spesso indietro: le sue arie ("Unter blüh'nden Mandelbäumen", "Wehen mir Lüfte Ruh", che è uno dei leitmotive dell'opera) e certi duetti sono stati di fatto inficiati – ed è un peccato, viste le ottime qualità timbriche – proprio da questa sensazione di continuo "sforzo"

Molto buone le parti minori, da Frode Olsen quale Re al Rudolf di Mark Wilde alla Bertha di Anna Ryberg; eccellente la prova del coro, abbastanza impegnato nei tre atti dell'opera, e della Concertgebouw Orchestra, che Claus Peter Flor conduce con grandissima competenza attraverso questo continuo dipanarsi di leitmotive ante litteram, già preannuncianti il teatro wagneriano. L'attenzione a certi cromatismi inquietanti (sovente presenti nella musica che affinca i due personaggi malvagi dell'opera), l'abbandono dentro ai numerosi squarci lirici, il grande equilibrio tra l'orchestra e le voci hanno fatto di questa "Euryanthe" (qui nella versione preparata da Gustav Mahler nel 1903; e Mahler ammirava il teatro di Weber a tal punto da mettere mano persino all'incompiuta "Die drei Pitnos") una prova direttoriale di altissimo livello.

Meno bene le cose sul piano dello spettacolo. Bare in scnea, rapporti saffici tra Euryanthe ed Eglantine, una folla di comparse in scena (neppure Zeffirelli sarebbe capace di tanto, se mettesse mano a "Euryanthe"!), un coro iperattivo, un balletto noioso e a tratti ridicolo, il tutto in una Germania post-napoleonica, con costumi – questi sì – di impressionante bellezza. Insomma, ancora una volta, il recupero di partiture "difficili" (è indubbio che il libretto di "Euryanthe" sia da catalogare tra quelli più brutti del mondo dell'opera...) passa solo attraverso il solo valore musicale. E allora, tanto vale risparmiare con qualche dignitosa esecuzione semistaged.

Alla prossima.