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I Due Foscari di Giuseppe Verdi
libretto di Francesco Maria Piave, da Byron
Teatro degli Arcimboldi, Milano, 22 maggio 2003
Leo Nucci (Francesco Foscari); Francisco Casanova (Jacopo Foscari); Dimita Theodossiu (Lucrezia Contarini); Giorgio Giuseppini (Jacopo Loredano); Antonello Ceron (Barbarigo); Tiziana Tramonti (Pisana); Gregory Bonfatti (fante del Consiglio dei Dieci); Ernesto Panariello (servo del doge).
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala; direttore Riccardo Muti; maestro del coro Bruno Casoni
Regia di Cesare Lievi; scene e costumi di Maurizio Balò; luci di Luigi Saccomanni

La 'prima' de 'I due Foscari', in quel 3 novembre del 1844 al Teatro Argentina di Roma, non ebbe quel successo che certo Verdi auspicava. Il costo dei biglietti era aumentato ed i solisti non erano al meglio delle loro possibilità. Forse a questo pensava Riccardo Muti, nel suo furore filologico verdiano: ottenere gli stessi esiti di oltre 150 anni fa. C'è riuscito, alla prima. I fischi e gli epiteti ingiuriosi hanno bersagliato il soprano, Dimitra Theodossiou, e altri dissensi sono stati indirizzati allo spettacolo. Io ho assistito ad una recita successiva. Il clima era sicuramente più disteso, ma le cause di quei dissensi non erano svanite.

Con ordine. Il primo Verdi, è vero (forse), ha bisogno d'una dframmaturgia sonora dove clangore e trasparenze, senso del ritmo e morbido abbandono devono (e possono) convivere, col giustostridore d'una baldanzosità utta giovanile. Certi volumi sonori possono anche divenire eccessivi, controllando beninteso dal podio che non si scivoli mai nel ridicolo. Ne avevo avuto conferma molti anni fa in una straordinaria registrazione discografica della "Giovanna d'Arco" verdiana con un giovane – e molto promettente, in questo repertorio – James Levine). Fin qui l'orchestra. Ma le voci ? Stanno lì (mi viene in mente anche "Il Corsaro", anch'esso tratto da Byron), in bilico tra gli echi di un belcantismo ancora imperante sulla scena (quanto l'aria di sortita di Lucrezia Contarini deve a Donizetti ?) e certa urgenza, romantica e sanguigna assieme. Si può anche far optare dall'una o dall'altra parte l'intenzione direttoriale (penso a quell' "Ernani" di Martinafranca col giovane La Scola), ma la via di mezzo mi sembra in assoluto la più giusta. Pane adatto ai denti (spesso aguzzi) di Riccardo Muti; un debutto per I due Foscari, un'altra tappa (mi pare la quindicesima) del suo catalogo verdiano. Muti m'è apparso preferire qui una febbricitanza tesa, ansimante, come se il farsi e disfarsi della materia sonora non potesse sfuggire al precipitarsi tragico e lo abbia disegnato come ineluttabile sin dall'esordio. Colori scuri, bronzei, ammantati d'una ulteriore patina opaca, dove i bagliori dei fiati (penso al suono di clarinetti e fagotti nella scena del Consiglio del Palazzo Ducale) si fanno strada dentro ad un alone morbido degli archi. Nell'acustica per me nuova degli Arcimboldi (uno spazio brutto, una visibilità ridotta in galleria se capitano le prime file: vi ritrovate con una barra davanti agli occhi, e lo spazio tra le vostre ginocchia e la spaliera di chi vi sta davanti van bene solo se portate la 42 di taglia...) il suono dell'orchestra scaligera m'è giunto ben definito ma non avvolgente. Ne godono così gli strumenti solisti (magnifici), gli interventi delle prime parti in cui Muti fa cantar piano l'orchestra (la tavolozza dinamica di questi Foscari era forse corta, sì, ma sfumatissima). Gli attacchi decisi, precisi, incisivi; dettagli che si fanno potenza. A certe morbidezze mutiane io preferirei qui un Verdi diretto quasi con l'accetta, che faccia male, che metta a nudo le venature del tronco, che sfilacci la corteccia, e non che venga nascosto sotto l'ombra di piccole chiome acerbe.

E per far questo Verdi, occorrono anche grandi e belle voci. Agli Arcimboldi c'erano ora le une, ora le altre, oppure una terza via: voci che non si faranno mai grandi, e che non sono più belle. Leo Nucci è un gran cantante, lo è ancora, nonostante gli anni e gli acciacchi. L'avevo sentito a febbraio a Palermo quale Figaro rossiniano, in una recita (non alla prima) in cui aveva bissato a furor di popolo, la sua cavatina. Generoso e vero mattatore in scena, in questo Foscari (ottuagenario, recita il libretto) tende a portare negli attacchi un po' avanti il suono, lo spinge e lo sospinge, con maestria, è vero, ma con un velo di fibrosità. Così, il canto di Nucci (pieno, intenso, corposo) non riesce mai a dirigersi, quando necessario, nelle dolcezze e nelle sfumature evidenti in musica e nel testo. E' un Foscari rassegnato, ma la cui dignità ha ancora una forza che travalica il dolore, il senso della perdita, la rivelazione del tradimento. Ma non commuove. Più autorità che autorevolezza, nella sua interpretazione. Manca di nobiltà, manca di emozione, pur restando una prova maiuscola. Colpa anche – ne parlerò più avanti – dell'inesistente regia di Cesare Lievi. Bella, invece, e fresca, e giovane, è la voce di Francisco Casanova, catapultato sulle tavole degli Arcimboldi alla prima dalla indisposizione di Aquiles Machado. La voce è estesa, gli acuti – presi, alla recita cui ho assistito, con titubanza – possiedono potenzialmente squillo e sonorità ampia. Ma il canto è inerte, privo d'una benchè misera sfumatura nel fraseggio; l'ingrato phisique du role (una amica cattiva, da Torino, mi diceva che temeva che, se fosse caduto sulle spalle, avrebbe fatto la morte di una tartaruga...), e l'abbandono cui – ripetiamo – sembrava l'avesse lasciato la regia ha fatto il resto.

La Theodossiu canta tutto, e di più. Verdi, poi, è quasi da Guiness dei primati (ah, la definizione di "voce verdiana" quanti danni ha fatto ai soprani...). Primati nel senso non di scimmie... Ricordo una sua Amelia ne I Masnadieri a Palermo; allora, abilissima nel'uso delle mezzevoci e dei filati (ma come una Caballè dei poveri, però!), appena la voce s'avea da inerpicarsi tra trilli e cabalette, tra acuti di forza e vigore interpretativo, diveniva generica, impersonale (e meglio era l'altra Amelia, Elena Candia, una sorta di Anita Cerquetti moderna, che però pare abbia rinunciato già alla carriera...). Agli Arcimboldi, bulimicamente divorato il nuovo ruolo, resta solo della Theodossiu da apprezzare non si sa se la volenterosità (o è ambizione ?). Un po' come quando, nelle pagelle scolastiche scolastiche, non si sa mai cosa scrivere di certi allievi e si finisce col dire: "si richiede maggiore impegno". Non condivido gli epiteti ingiuriosi che l'hanno accolta alla prima, ma nemmeno certe critiche entusiasmanti profuse a piene mani da una parte della critica nei confronti di questa cantante; i suoi acuti erano, sono e rimangono per il momento aspri e vetrosi e, come bene ha scritto Nicola Salmoiraghi sulla rivista L'Opera, "confinanti con il grido". Di buone professioniste, le scene sono piene. Ma di cantanti importanti, no. La Theodossiou non è una interprete, ma una esecutrice di note, in questi Foscari. Ha cura di farle tutte, le note (coi limti che ho detto in trilli e agilità), di farle bene (con gli acuti si è detto)... e in scena, di suo, fa quel che può.

Benissimo il coro, se non fosse per il patetico posizionarli tutti sul boccascena. Altra idea (???) di Lievi. Due parole, e non di più. Spazio brutto, costruito dallo scenografo Maurizio Balò (cui il Museo Teatrale alla Scala ha dedicato una mostra che chiuderà a settembre... provare per credere!); una Venezia grigia, con qualche riflesso acqueo sul pavimento (bello sarebbe stato far aumentare la presenza di quest'acqua, sino ad una sorta di 'annegamento' della vicenda), prospettive sghembe (anche qui, perché non rendere sempre più precario questo equilibrio già incerto con l'evolvere della tragedia ?), una sagoma di gondola, un cumulo di libri in scala gigantesca, una sedia, sbarre alle finestre... Parlando della sua opera, Verdi diceva: "una tinta, un color troppo uniforme". Che Balò si sia confuso leggendo questa citazione? Lievi ha fatto entrare i cantanti, che, quando dialogavano tra loro, si guardavano le reciproche spalle. Nessun senso di teatralità, se non di realtà. I dissensi alla prima, questi sì, erano meritatissimi. Ma il ricordo di Due Foscari visti a Trieste molti anni fa, con il Doge che scivola di spalle lungo una gradinata, quello rimane un ricordo di teatro indelebile...