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Nabucco a Trieste
di Sergio Albertini
NABUCCO A Trieste
NABUCCO di Giuseppe Verdi
Renato Bruson (Nabucco), Nazzareno Antinori (Ismaele), Paata Burchuladze (Zaccaria), Andrea Gruber (Abigaille), Nicoletta Curiel (Fenena), Carlo Striuli (Gran Sacerdote di Belo), Mina Blum (Anna)
Orchestra e coro del Teatro Verdi di Trieste
Direttore Daniel Oren
Regia di Pier Francesco Maestrini, scene di Alfredo Troisi, luci di Claudio Schmid
Trieste, Teatro Verdi, 2 maggio 2003
Spettacolo tristissimo, come raramente è capitato di vederne, in Verdi o altrove. Ha un solo vantaggio: con poca roba in scena, questo Nabucco dura meno del solito (i quattro quadri qui sono stati accorpati in due parti, e si risparmia sugl'intervalli). Questo significa che si può godere d'un buon gelato nel caffè storico a due passi dal Teatro, approfittando d'una serata già estiva e godendosi, nel dehor esterno, della vista (notturna) del mare. Una enorme stella di Davide che rimane presente per tutta la durata dell'opera, l'evocazione del deserto, una menorah dorata (il dorato è colore che fa tanto Nabucco, a quanto pare, sia il trono o gli idoli... e si sa, gli Ebrei sono avidi di denaro, secondo il più banale dei pregiudizi...). Se poi ci si mette Pier Francesco Maestrini, con dovizia di banalità e di convenzioni, la noia è servita.

Daniel Oren, oggi, lo si può solo amare o detestare: lo amo quando adotta tempi serrati, toscaniniani, e ad un tratto allarga, rallenta, esalta certe minime sonorità degli strumenti. Lo detesto per lo stesso motivo. Tutto sembra solo edonismo sonoro, narcisismo direttoriale. Talvolta sembra funzionare (ora è Tosca, ora è qualche sprazzo di Sonnambula ascoltata a Palermo un paio d'anni fa, in questo Nabucco un ritmo davvero incalzante), ma mi rimane sempre il dubbio che sia pura casualità, più istinto che ragione. Esaltante riesce ad esserlo, nel Nabucco triestino, quando accompagna con vigore, fors'anche con emozione, l'inevitabile Va' pensiero, e il coro del Verdi, guidato da Emanuela Di Pietro, non sfigura dinanzi a compagini più blasonate (pare oramai che non si possa dir di no alla richiesta del bis...).

Bruson è stato un grande cantante, ma in questi casi si finisce, dopo anni ed anni di onorata carriera (peraltro, mancava da Trieste da quasi un ventennio), con lo scrivere le solite cose: la voce è usurata, ma resta la classe, l'attenzione alla parola e blah blah blah... Io non sono più disposto ad ascoltare nel nome del ricordo di tempi migliori, nella stima d'un tempo e nel rispetto del presente. Se una voce è logora, è sfibrata, è stanca, si può anche avere il coraggio (la dignità, fate voi) di non accettare sempre tutto: la lezione della Callas anche in questo va ricordata. A proposito di Callas. Ne è passato di canto dalla sua Abigaille di Napoli, oltre sessant'anni fa. Andrea Gruber è una piacevole scoperta, un soprano di grande energia vocale, capace di svettanti salite al registro acuto – sia pur tagliate qui e là a colpi di falcetto -, e di ottima resa scenica. Non mi viene in mente chi, dal vivo, abbia saputo farmi saltar sulla sedia recentemente come la Gruber (fin qui per me una sconosciuta) come nella cabaletta che segue "Anch'io dischiuso". Per Paata Burchuladze, vedi alla voce: ancora ? Ma non s'era detto già anni fa, dal vio o in disco, che mancava di ogni qualità, tranne che di volume? Nazzareno Antinori, volenteroso senza colore, Nicoletta Curiel, dal bel legato, e Carlo Striuli, imponente Sacerdote, completavano onorevolmente il cast.